di Vincenzo Sottosanti
pubblicato il 2 settembre 2026
Quando per la prima volta cominciammo ad esplorare la profonda parete sommersa della Ficarella non stavamo cercando una grotta affidandoci alla fortuna. Sapevamo dove immergerci.
Dalla superficie il mare dello Zingaro non mostrava nulla. Nessuna corrente abbastanza evidente da indicare una sorgente, nessuna cavità visibile, nessun segnale capace di raccontare ciò che accadeva sotto la montagna. Ma prima di indossare l’equipaggiamento subacqueo ed entrare in acqua avevamo messo insieme i risultati di due studi scientifici indipendenti, realizzati con metodi completamente diversi. Entrambi indicavano lo stesso settore di costa.
Il primo era il lavoro di Roberto Cassinis del 1967 sugli afflussi di acqua dolce lungo le coste siciliane, individuati attraverso misure della salinità marina. Le anomalie registrate segnalavano importanti risorgenze proprio lungo lo Zingaro.
Il secondo studio aveva seguito un approccio quasi opposto: non dal mare verso la costa, ma dal cielo verso il mare. Attraverso fotografie aeree realizzate con pellicole all’infrarosso termico nel 1983 da ricercatori dell’Università degli Studi di Napoli “Federico II”, sono state analizzate variazioni della temperatura superficiale dell’acqua.
Una sorgente sottomarina può infatti lasciare una firma termica quando l’acqua proveniente dal sottosuolo presenta caratteristiche diverse da quella marina circostante. Nel tratto compreso tra Ficarella, Cala dell’Uzzo e Torre dell’Uzzo, tali anomalie sono state interpretate come indizi della presenza di importanti risorgenze.
Due tecniche differenti — salinità e temperatura — raccontavano dunque la stessa storia.
Eravamo certi che sotto la linea di costa le montagne dello Zingaro scaricavano acqua dolce nel Mediterraneo. Dovevamo soltanto capire da dove uscisse.
Entrare nel ventre della Riserva Naturale dello Zingaro
Per questo, quando durante una delle prime immersioni davanti a me comparve una grande apertura nella falesia sommersa, non fui sorpreso nel senso abituale della parola.
Provai qualcosa di diverso.
Era la prova che un’analisi incrociata di dati provenienti da fonti diverse può rivelare informazioni ancora non verificate e guidare con precisione verso il luogo giusto.
Non sapevamo ancora quanto fosse grande la cavità, quanto penetrasse all’interno o che cosa avremmo trovato oltre quella soglia, quel “LIMEN”. Ma non eravamo arrivati lì per caso.
All’inizio degli anni Novanta, insieme a Marco Sacchi e Toty Lopes, avevamo organizzato una ricognizione sistematica dei sette chilometri di costa della Riserva. Dividemmo il litorale in sedici settori e scandagliammo due fasce batimetriche, dalla superficie fino a trenta metri e poi dai trenta ai cinquanta.
Le ricerche, iniziate nel 1991, portarono all’individuazione di numerose risorgenze e di un patrimonio di cavità sommerse fino ad allora sconosciuto.
Alla Ficarella gli indizi erano più forti che altrove. Scendemmo lungo la parete. Poi la montagna si aprì.
L’ingresso della Grotta Grande della Ficarella non era una fenditura nella quale infilarsi con difficoltà. Era una grande porta nella roccia, alta più di dieci metri, oggi compresa fra circa 17 e 30 metri di profondità.
Davanti avevamo l’incognito. Dietro, ancora per qualche minuto, il Mediterraneo.
La galleria continuava. Venti metri. Cinquanta. Ancora avanti. La sezione restava sorprendentemente ampia. Solo molto più all’interno cominciava a restringersi.
Le successive esplorazioni avrebbero permesso di misurare uno sviluppo di circa 130 metri, con una sacca d’aria interna nella parte terminale, una sala con un diametro di una ventina di metri.
Voltandomi indietro potevo ancora vedere l’ingresso.
Nelle giornate di maggiore trasparenza quella piccola finestra azzurra continua a essere percepibile anche da oltre cento metri: una debole luminosità sospesa nel nero che indica la direzione del mare aperto.
La documentazione fotografica delle prime esplorazioni conserva esattamente quella sensazione. Gli speleologi subacquei appaiono come sagome scure, alle spalle una lama di blu, davanti il buio più totale.
Da quel momento non stavamo più guardando lo Zingaro dal mare.
Eravamo dentro lo Zingaro e guardavamo il mare dall’interno della montagna.

Le pagine di pietra
La luce delle lampade cominciò a rivelare qualcosa che all’esterno non si percepisce con la stessa immediatezza. Gli strati. Uno sull’altro.
Decine di livelli rocciosi correvano lungo le pareti e la volta. Alcuni sottili, altri raccolti in potenti pacchi calcarei, come pagine inclinate di un enorme libro.
Avanzando potevamo seguire fisicamente l’architettura del rilievo.
Oggi sappiamo che la Ficarella rappresenta un notevole esempio di cavità d’interstrato. Gli strati sono inclinati fra circa 10 e 30 gradi; la galleria segue una importante discontinuità tettonica e, nei settori più interni, interi pacchi di roccia si sono staccati dalla volta precipitando sul fondo.
Non potevamo ovviamente attribuire un’età alle rocce semplicemente illuminandole con una torcia. Ma potevamo leggere la montagna metro dopo metro: superfici di strato, fratture, faglie, nicchie di distacco, grandi blocchi di crollo.
Le ricerche successive, condotte insieme ai geologi Fabrizio Antonioli e Luigi Ferranti, avrebbero chiarito un punto fondamentale: quelle cavità non erano state create principalmente dal mare.
Erano nate in ambiente subaereo attraverso processi tettonici e carsici. Il Mediterraneo era arrivato molto più tardi, sovrapponendo la propria azione a forme già esistenti. Stavamo quindi documentando una grotta che, per una parte lunghissima della propria storia, aveva contenuto aria.
Una montagna antica, ma non la più antica della Sicilia
Osservando quelle successioni di strati si ha la sensazione di trovarsi davanti all’origine stessa dell’isola.
Le rocce carbonatiche dello Zingaro sono effettivamente molto antiche: alcune successioni risalgono al Triassico, quindi a oltre duecento milioni di anni fa.
Non sono però le rocce più antiche della Sicilia.
Quel primato appartiene ai basamenti cristallini affioranti soprattutto nei Peloritani, dove sono presenti rocce paleozoiche e materiali con storie geologiche che risalgono molto più indietro nel tempo.
Lo Zingaro custodisce un’altra eccezionalità: qui la storia delle rocce, quella dell’acqua e quella degli uomini finiscono per sovrapporsi nello stesso paesaggio.
Ed è proprio l’acqua a collegarle.

Quando davanti alla maschera tutto si sfocò
Nei primi tratti interni della Ficarella accadde qualcosa che ricordo ancora con grande precisione. La temperatura si abbassò improvvisamente. Poi la vista si offuscò.
La parete che un momento prima appariva perfettamente nitida cominciò a tremare. Gli strati sembravano deformarsi. Anche la sagoma del compagno diventava incerta, come se la osservassi attraverso un vetro liquido.
Arrivai a temere un malore, a considerare l’opportunità di avvisare i miei compagni e di interrompere l’esplorazione, finché compresi che stavamo attraversando la zona in cui la grande massa di acqua dolce proveniente dalla montagna si mescolava con l’acqua salata del Mediterraneo.
Le osservazioni successive e lo spessore della zona di miscela fecero ipotizzare che la grotta potesse rappresentare uno dei principali collettori carsici di quel settore dello Zingaro.
L’acqua dolce e quella marina hanno densità e proprietà ottiche differenti. Nella zona di contatto — l’aloclino — il movimento dello speleosub rompe continuamente il confine fra le due masse d’acqua.
Davanti alla maschera si formano minuscole lenti liquide. La luce cambia direzione. La roccia perde i bordi. Si cerca istintivamente di mettere a fuoco, ma non serve.
Poi bastano pochi metri.
Si supera lo strato di mescolamento, tutto diventa improvvisamente più nitido, anzi più limpido, perché l’acqua della sorgente è cristallina. Solitamente è più “pulita” rispetto all’acqua di mare, poiché non trasporta particelle in sospensione.
In quel momento capii fisicamente ciò che i due studi scientifici ci avevano indicato prima delle immersioni.
Cassinis aveva trovato quella sorgente attraverso la salinità.
Le ricognizioni termiche l’avevano individuata dall’alto attraverso la temperatura.
Noi stavamo risalendo un fiume che usciva dalla montagna.

Monachus monachus (foca monaca mediterranea). Illustrazione originale ispirata al disegno storico The Monk Seal, Plate 13 tratta dall’opera di storia naturale The Naturalist’s Library, curata da Sir William Jardine nel XIX secolo. La composizione riprende l’impostazione naturalistica e l’ambientazione rocciosa mediterranea, reinterpretandole in chiave contemporanea.
Immagine elaborata dalla Redazione di LIMEN con CHATGPT.
La possibilità di una foca monaca
Durante le prime esplorazioni cominciò però a crescere in me anche un’altra convinzione.
La Grotta Grande della Ficarella possedeva alcune caratteristiche che mi facevano pensare a una possibile frequentazione da parte della foca monaca mediterranea.
Erano anni nei quali la Monachus monachus era diventata uno dei simboli più drammatici della crisi della biodiversità mediterranea. Sopravvivevano pochissimi nuclei e le segnalazioni erano rare, ma alcuni avvistamenti alimentavano la speranza che singoli animali potessero tornare a frequentare anche luoghi dai quali erano scomparsi.
Le foche monache utilizzano cavità costiere difficilmente accessibili dall’uomo, spesso raggiungibili dal mare e dotate di ambienti interni emersi dove l’animale possa riposare.
La Ficarella aveva un ingresso sommerso imponente, un grande sviluppo, una frequentazione umana allora praticamente inesistente e, soprattutto, una sacca d’aria interna.
Non trovammo una foca.
Non trovammo prove che una foca monaca utilizzasse la grotta.
Ma durante quelle prime esplorazioni mi convinsi che fosse un luogo nel quale valeva la pena lasciare aperta questa possibilità.
Per questo ritenevo importante che la cavità rimanesse il più possibile tranquilla.
Quando l’esplorazione diventa una destinazione
Accadde invece qualcosa che accompagna spesso le scoperte.
Una volta resa nota l’esistenza della grotta, la Ficarella cominciò ad attirare curiosità.
Nonostante la particolare tutela dell’area e i limiti alla navigazione in prossimità della costa della Riserva, la grande cavità cominciò progressivamente a essere raggiunta da subacquei.
Manifestai allora la mia contrarietà a trasformarla in una normale destinazione per immersioni ricreative.
La preoccupazione non riguardava soltanto la sicurezza di una penetrazione in ambiente chiuso.
Continuavo a pensare alla possibile presenza della foca monaca. Se anche un singolo esemplare avesse iniziato a utilizzare quella cavità, un flusso continuo di visitatori avrebbe potuto essere incompatibile con la tranquillità necessaria alla specie.
Il mio invito fu quindi quello di evitare le immersioni turistiche.
Non bastò.
Negli anni successivi, e in particolare dopo una ricognizione che avrei effettuato con l’archeologo Sebastiano Tusa, la Grotta Grande della Ficarella finì per entrare fra le escursioni proposte da alcuni diving della zona.
Quella che avevamo conosciuto come una cavità quasi completamente ignota diventava una meta per il turismo subacqueo.
Per un esploratore è una trasformazione che lascia sentimenti contrastanti.
Si desidera condividere una scoperta per rendere pubbliche nuove informazioni scientifiche.
Esistono luoghi in cui conoscere significa anche saper rinunciare all’ingresso, rispettando la fragilità di certi equilibri naturali e limitando la presenza umana esclusivamente a scopi scientifici.
Alla ricerca degli uomini dell’Uzzo
Qualche anno dopo la prima esplorazione tornai alla Ficarella con Sebastiano Tusa.
In quel periodo eravamo entrambi impegnati nei corsi di formazione professionale sostenuti dall’Unione Europea per formare in Sicilia i primi tecnici specializzati nell’archeologia subacquea.
Per quella immersione la domanda era completamente diversa.
Non cercavamo nuove gallerie. Cercavamo l’uomo.
La vicinanza con la Grotta dell’Uzzo rendeva inevitabile interrogarsi sul ruolo che la grande risorgenza della Ficarella poteva aver avuto durante la preistoria.
Se il livello del mare era molto più basso, quella che oggi è una sorgente sottomarina doveva trovarsi sulla terraferma o comunque in una situazione completamente diversa dall’attuale.
Potevano gli abitanti dell’Uzzo aver raggiunto la Ficarella per procurarsi acqua?
Era possibile che fossero entrati nella cavità?
E soprattutto: poteva essere rimasta qualche traccia di quella frequentazione?
Fu con queste domande che tornai alla Ficarella con Sebastiano.

Cercare archeologia dove oggi c’è il mare
Entrare in una grotta che si conosce già con un archeologo al fianco significa guardarla per la prima volta una seconda volta.
Non cercavo più una prosecuzione.
Guardavo i depositi. I ripiani. Le pareti. Le zone che avrebbero potuto restare protette dall’erosione.
Sebastiano osservava la cavità con la stessa attenzione, ma con domande differenti da quelle del giornalista e dell’esploratore.
Se l’ingresso era stato all’asciutto, dove avrebbe potuto camminare un uomo?
Dove poteva fermarsi?
Quali superfici avrebbero potuto conservare una traccia?
Quali depositi potevano essere rimasti indisturbati?
La risposta diventò rapidamente problematica.
Nella zona prossima all’ingresso, quella teoricamente più facilmente accessibile alle comunità preistoriche, le pareti erano fittamente colonizzate da organismi animali e vegetali marini.
Guardare direttamente la roccia sottostante era estremamente difficile.
Andando verso l’interno il problema cambiava.
Qui erano i crolli a dominare il paesaggio. Interi pacchi di strati si erano staccati dalla volta. Grandi blocchi occupavano il fondo. Eventuali depositi molto antichi potevano essere stati sepolti, spostati o resi irraggiungibili.
Terminata l’immersione discutemmo a lungo di ciò che avevamo visto. La conclusione fu prudente.
Se una traccia della frequentazione preistorica fosse sopravvissuta e fosse ancora riconoscibile, la possibilità più interessante poteva essere rappresentata da incisioni o graffiti sulle pareti.
Ma entrambi considerammo quella eventualità estremamente remota.
La grotta sembrava conservare un segreto e, nello stesso tempo, aver costruito tutti gli ostacoli possibili per impedirci di leggerlo.
Non trovammo graffiti. Non trovammo manufatti. Non trovammo una prova diretta della presenza dell’uomo.
Ma la sorgente esisteva
C’è però un elemento che non dipende dal ritrovamento di un manufatto.
L’acqua.
La Ficarella continua ancora oggi a scaricare una quantità significativa di acqua dolce in mare.
Se durante le fasi più antiche della frequentazione della Grotta dell’Uzzo il livello del Mediterraneo era molto più basso, la risorgenza doveva trovarsi in una posizione completamente diversa rispetto alla linea di costa.
Secondo gli studi più accreditati sulla variazione del livello del mare nel Mediterraneo, si ipotizza che la sorgente sia rimasta accessibile fino a circa 8.000 anni fa, prima che l’innalzamento del mare ne altersse definitivamente il rapporto con la superficie.
Questo non dimostra che gli abitanti dell’Uzzo entrassero nella Ficarella. Ma rende legittima una domanda diversa e probabilmente più importante: la presenza di una sorgente permanente contribuì alla scelta di vivere proprio in questo settore dello Zingaro?
Novemila anni fa il paesaggio stava cambiando
Intorno a 9.000 anni fa il Mediterraneo continuava la propria risalita dopo l’ultima glaciazione. Le pianure costiere si restringevano. Territori che per generazioni erano stati percorsi da uomini e animali diventavano fondali. Le sorgenti più basse si avvicinavano progressivamente al mare. Alcune finivano sommerse. La Ficarella potrebbe essere uno di questi casi.
Le testimonianze archeologiche indicano infatti che gruppi mesolitici conoscevano e frequentavano già territori lontani dalla costa.
Nel corso di millenni cambiò contemporaneamente il clima, cambiarono le coste, cambiarono le risorse e cambiarono gli uomini.
Alla mobilità dei cacciatori-raccoglitori si sovrappose progressivamente un modo completamente diverso di organizzare il territorio.
Dalla grotta al territorio
Per i cacciatori-raccoglitori un paesaggio carsico come quello dello Zingaro poteva costituire un sistema straordinariamente favorevole. La grotta offriva riparo. La montagna protezione. La costa molluschi, pesci e altre risorse. Il territorio circostante selvaggina e vegetali. Il carsismo, soprattutto, poteva garantire acqua.
Con il Neolitico questo rapporto comincia a cambiare. Agricoltori e allevatori non utilizzano soltanto ciò che il paesaggio offre spontaneamente. Devono trasformarlo. Servono campi. Pascoli. Percorsi. Sorgenti controllabili. Territori più ampi.
L’espansione verso le aree interne non appare quindi come la fuga improvvisa da una costa che scompare, ma come una lenta riorganizzazione della geografia umana.
La perdita di una sorgente come quella della Ficarella può essere stata uno dei molti elementi di pressione.
Uscire dalla grotta
Alla fine dell’immersione con Sebastiano Tusa tornammo verso l’ingresso.
Conoscevo ormai bene quel percorso. Prima il buio. Poi una debole luminosità azzurra. La roccia scorre sotto il corpo. Gli strati inclinati tornano a comparire nelle lampade. Poi arriva ancora l’acqua dolce. La temperatura cambia. L’immagine comincia a tremare. Per qualche secondo la montagna si sfoca davanti alla maschera. Attraversiamo nuovamente il confine invisibile fra acqua dolce e mare. Poi il blu dell’ingresso cresce rapidamente. Usciamo.
Dietro di noi rimane una grotta nella quale non siamo riusciti a trovare l’uomo. Ma abbiamo trovato qualcosa che forse spiega perché l’uomo abbia potuto scegliere di vivere poco distante: una sorgente.
Quando esplorammo per la prima volta la Ficarella cercavamo grotte e percorsi d’acqua da documentare. Quando vi tornai con Sebastiano Tusa cercavo una traccia della preistoria.
Oggi penso che le due domande fossero più vicine di quanto allora potessimo immaginare.
La Grotta dell’Uzzo conserva nei propri sedimenti la storia degli uomini.
La Ficarella conserva quella dell’acqua.
E forse, per comprendere pienamente come furono abitati i primi paesaggi della Sicilia, dovremo imparare a leggere le due storie insieme.

