Kekova, la scoperta che ci riporta alle origini della navigazione

Oltre trenta contenitori ceramici e tre ancore in pietra, adagiati a circa trenta metri di profondità, raccontano una storia cominciata quasi cinquemila anni fa. Il ritrovamento è avvenuto nelle acque dell’isola di Kekova, lungo la costa mediterranea della Turchia.
A metà ottobre 2026, le autorità turche hanno presentato i risultati delle ricerche condotte dall’Università di Akdeniz. I reperti, datati preliminarmente tra 4.400 e 4.700 anni fa, apparterrebbero al carico di una nave mercantile dell’antica Età del Bronzo.
Il ministro turco della Cultura, Mehmet Nuri Ersoy, ha parlato del relitto più antico del mondo. Un primato difficile da verificare scientificamente per la mancanza di tracce dello scafo ligneo.
Le ceramiche sembrano riconducibili all’area levantina e presentano analogie con reperti rinvenuti in Egitto, a Creta e nell’antica Troia.
Prima dei Fenici, dei Greci e dei Romani, il Mediterraneo era dunque già attraversato da uomini che trasportavano merci, conoscenze e tecnologie.
La scoperta di Kekova ci ricorda quanto ancora rimanga da conoscere della storia delle civiltà mediterranee.
Quando il mare smise di essere un deposito di tesori

La storia dell’archeologia subacquea moderna comincia tra la fine dell’Ottocento e il Novecento.
Nel 1900, presso l’isola greca di Anticitera, alcuni pescatori di spugne individuarono il relitto di una nave romana. Tra i reperti emerse un complesso congegno astronomico, oggi conosciuto come meccanismo di Anticitera.
Nel 1907, al largo di Mahdia, in Tunisia, venne scoperto un altro grande relitto romano, carico di opere d’arte.
Ma fu soprattutto lo sviluppo delle tecnologie per l’immersione a trasformare il recupero occasionale di reperti in una disciplina scientifica.
Una tappa fondamentale arrivò nel 1960, quando l’archeologo americano George Bass diresse lo scavo del relitto dell’Età del Bronzo di Capo Gelidonya, in Turchia, applicando metodologie archeologiche direttamente sott’acqua.
Da allora il relitto non è più considerato un semplice contenitore di oggetti preziosi, ma un documento storico da interpretare.
Oggi fotogrammetria tridimensionale, sonar e robot subacquei consentono di ricostruire imbarcazioni, carichi e paesaggi sommersi senza necessariamente rimuovere i reperti dal loro ambiente.
La Sicilia, laboratorio dell’archeologia subacquea

La posizione geografica ha reso la Sicilia uno dei principali crocevia commerciali del Mediterraneo.
Già nel 1913 Paolo Orsi raccolse segnalazioni sulle colonne sommerse di Marzamemi. Ma è dalla seconda metà del Novecento che le ricerche assumono carattere sistematico.
Nel 1969 venne individuata presso Marsala la celebre nave punica, successivamente studiata e recuperata dall’archeologa britannica Honor Frost.
Dal 1991, nelle acque di San Vito Lo Capo, l’Istituto di Attività Subacquee di Palermo promosse campagne di prospezione e scavo alle quali parteciparono archeologi e subacquei specializzati. Tra i risultati più significativi, lo studio del relitto medievale del Faro, con il suo straordinario carico di oltre 1.000 anfore.
Altre ricerche hanno restituito le testimonianze della battaglia delle Egadi del 241 a.C., quando Roma sconfisse la flotta cartaginese. Rostri bronzei, elmi e altri reperti permettono oggi di ricostruire uno degli scontri decisivi della storia mediterranea.
Dalla tutela alla valorizzazione: una nuova opportunità culturale

L’archeologia subacquea apre prospettive che vanno oltre la ricerca scientifica.
Un patrimonio conosciuto, protetto e raccontato può alimentare turismo culturale, formazione professionale, innovazione tecnologica e nuove economie territoriali.
La Convenzione UNESCO del 2001 privilegia la conservazione dei beni nel loro contesto originario. La valorizzazione non richiede dunque necessariamente il recupero materiale dei relitti.
Percorsi archeologici subacquei, ricostruzioni tridimensionali e musei possono rendere accessibile la conoscenza senza compromettere i siti.
La sfida è costruire una relazione tra patrimonio sommerso, comunità locali e visitatori, facendo della cultura una risorsa durevole e non un’occasione di consumo.
Il futuro Museo del Mare di Kamarina

È in questa prospettiva che assume particolare significato il progetto del Museo del Mare di Kamarina.
Il programma di riqualificazione del Parco archeologico, finanziato con circa 4,9 milioni di euro del Fondo per lo sviluppo e la coesione 2021-2027, prevede anche il recupero di edifici destinati a nuovi depositi e spazi museali.
Il progetto è ancora nella fase attuativa e il finanziamento riguarda l’intero complesso degli interventi, non esclusivamente il museo.
Ma l’opportunità è importante: costruire un centro capace di raccontare il rapporto millenario tra il territorio ibleo e il Mediterraneo, collegando Kamarina, Kaukana, Punta Secca, Porto Ulisse e le Secche di Circe in un itinerario culturale unitario.
Il futuro Museo del Mare potrebbe diventare non soltanto un luogo di conservazione, ma anche uno spazio di ricerca, formazione e divulgazione, coinvolgendo università, scuole, professionisti e comunità locali.
Da Kekova a Kamarina, la storia delle navi sommerse ci ricorda che il Mediterraneo, prima di diventare una frontiera, è stato per millenni una strada capace di collegare popoli, economie e culture.
Riscoprirla significa anche immaginare nuove opportunità per il futuro.



