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Antonello da Messina rubato due volte: il MuMe, la mafia e le crepe della Regione Siciliana

Il furto delle opere di Antonello da Messina riapre una questione che va molto oltre la sicurezza di un museo. Parlare di mafia è necessario quando gli indizi lo impongono. Ma trasformarla nel grande alibi capace di spiegare ogni fallimento rischia di impedire una domanda più scomoda: quanto è efficiente la macchina amministrativa della Regione Siciliana?

di Vincenzo Sottosanti

pubblicato il 19 agosto 2026

La notte di Ferragosto il sistema d’allarme funzionava. Le telecamere anche.

È forse questo il dettaglio più inquietante del furto avvenuto al MuMe, il Museo regionale interdisciplinare “Maria Accascina” di Messina. Non una tecnologia sabotata, almeno per quanto emerso finora. Non un sofisticato blackout elettronico. Le telecamere hanno ripreso il colpo e l’allarme sarebbe scattato regolarmente quando i ladri hanno forzato le protezioni delle opere.

Eppure nessuno li ha fermati.

Quattro opere attribuite ad Antonello da Messina risultano sottratte: tre tavole del Polittico di San Gregorio e la piccola tavola bifronte con la Madonna col Bambino e francescano in adorazione e l’Ecce Homo. Durante la fuga altre due tavole, inizialmente rimosse, sono state abbandonate nei pressi della recinzione.

Quella sera dentro il museo erano presenti quattro addetti alla custodia: due dipendenti regionali e due ex Asu in servizio attraverso la società Servizi ausiliari Sicilia. Secondo quanto ricostruito dall’ANSA, non si sarebbero accorti del furto nonostante l’attivazione dell’allarme e le immagini registrate dalla videosorveglianza. Avrebbero compreso ciò che era accaduto soltanto quando le forze dell’ordine si presentarono al museo dopo il ritrovamento delle tavole abbandonate all’esterno. I quattro sono stati successivamente posti in ferie forzate e nei loro confronti è stata annunciata l’apertura di un procedimento disciplinare. Le eventuali responsabilità individuali, naturalmente, restano ancora da accertare.

Il presidente della Regione Renato Schifani ha confermato ufficialmente che allarme e videosorveglianza «hanno funzionato regolarmente» e ha disposto un’ispezione interna per ricostruire quanto accaduto e accertare eventuali responsabilità del personale.

La frase del capo dei magistrati di Messina

Il procuratore capo di Messina, Antonio D’Amato, ha fatto ciò che compete a un magistrato inquirente: non ha escluso nessuna pista.

«Le piste che stiamo seguendo vanno in una molteplicità di direzioni», ha spiegato, indicando espressamente anche «la complicità interna» e precisando che sono al vaglio della Procura «i buchi della vigilanza e degli addetti». Poi, rispondendo alle domande dei giornalisti, ha aggiunto che non può essere escluso il coinvolgimento della criminalità mafiosa.

Il paradosso della mafia

Il Procuratore della Repubblica D’Amato non ha indicato la mafia come pista privilegiata. Ha affermato che esistono più direzioni investigative, fra cui quella di una possibile complicità interna.

Dal punto di vista mediatico, la “mafia” in Sicilia possiede una caratteristica paradossale: è contemporaneamente un pericolo reale e un formidabile alibi retorico.

Il rischio di trasformare una legittima ipotesi investigativa in una spiegazione mediatica anticipata del furto potrebbe diventare anche un comodo meccanismo politico.

Quando qualcosa non funziona, evocare la mafia consente talvolta di spostare immediatamente il problema all’esterno delle responsabilità politiche e dell’amministrazione pubblica. Il colpevole diventa un’organizzazione criminale potente, invisibile e pervasiva.

Molto più difficile è interrogarsi sulle responsabilità ordinarie, e soprattutto: il personale impiegato nella protezione di capolavori di valore storico incalcolabile possedeva una formazione adeguata alla responsabilità affidatagli?

Non è ancora possibile rispondere. Ma sono queste le domande che l’ispezione interna disposta dal Presidente della Regione Siciliana Renato Schifani si è posta.

La mafia non è però un’invenzione

Sarebbe altrettanto sbagliato compiere l’operazione inversa e considerare la pista mafiosa una semplice cortina fumogena. Nell’ultimo interrogatori reso da Matteo Messina Denaro ai magistrati di Palermo, le dichiarazioni rese dal boss mafioso insistono sugli interessi della criminalità organizzata sul traffico illegale del patrimonio culturale.

La storia recente della Sicilia dimostra che il rapporto fra criminalità organizzata e pubblica amministrazione non passa necessariamente attraverso uomini con la coppola che entrano negli uffici. Molto più spesso passa attraverso relazioni, informazioni riservate, appalti, autorizzazioni, sanità, nomine e mediazioni politiche.

Il caso più emblematico rimane quello di Salvatore Cuffaro, presidente della Regione dal 2001 al 2008.

Nel gennaio 2011 la Cassazione rese definitiva nei suoi confronti la condanna a sette anni per favoreggiamento aggravato a Cosa nostra e rivelazione di segreto istruttorio nel processo delle cosiddette “talpe alla Dda”.

È necessario precisare un particolare spesso cancellato dalla semplificazione giornalistica: Cuffaro non è stato condannato per concorso esterno in associazione mafiosa. Il significato istituzionale di quella vicenda andava oltre la responsabilità penale di un singolo politico. Dimostrava quanto preziosa possa diventare per un’organizzazione criminale la capacità di entrare nel circuito delle informazioni e delle relazioni che circondano la pubblica amministrazione.

A distanza di anni, il nome di Cuffaro è tornato al centro di un procedimento completamente diverso. Il 15 maggio 2026 l’ex governatore ha patteggiato una pena di tre anni per corruzione e traffico di influenze nell’inchiesta che comprendeva, fra gli altri episodi, un concorso per la stabilizzazione di 15 operatori socio-sanitari dell’azienda ospedaliera Villa Sofia-Cervello di Palermo e una gara dell’Asp di Siracusa. Altri imputati sono stati rinviati a giudizio; le loro responsabilità dovranno quindi essere accertate nel processo.

Non è un processo di mafia. Ed è proprio questo il punto.

Una pubblica amministrazione può essere danneggiata senza che esista necessariamente un’associazione mafiosa dietro ogni porta. Clientelismo, corruzione, favoritismo, conflitti d’interesse e scarsa professionalizzazione producono autonomamente vulnerabilità. E una struttura vulnerabile diventa, semmai, più facile da penetrare anche per la criminalità organizzata.

Quando il problema non è la mafia ma l’Amministrazione Pubblica

Oltre a quello di Cuffaro, esistono poi casi giudiziari che hanno riguardato i vertici politici regionali senza avere natura mafiosa.

L’ex presidente della Regione Giuseppe Drago, per esempio, subì una condanna definitiva a tre anni per peculato per l’utilizzo di fondi riservati della Regione e fu condannato dalla Corte dei Conti a restituire 123 mila euro.

Sono vicende diverse, che non possono essere mescolate sul piano penale. Ma osservate dal punto di vista amministrativo raccontano un problema comune: quando i sistemi di controllo dipendono troppo dalla discrezionalità personale e troppo poco dalle procedure, la qualità dell’Istituzione finisce per coincidere con la qualità — o la fragilità — di chi occupa temporaneamente un ufficio.

Ed è esattamente il contrario di ciò che dovrebbe essere una moderna Amministrazione Pubblica.

Quando mafia e burocrazia si incontrano davvero

Ci sono infine procedimenti che mostrano come l’infiltrazione mafiosa possa avvenire proprio attraverso l’apparato amministrativo.

Nel marzo 2026 è stato arrestato Giancarlo Teresi, dirigente del dipartimento regionale Infrastrutture e Mobilità, con l’accusa di corruzione aggravata dall’aver favorito Cosa nostra. Secondo la Procura di Palermo, avrebbe favorito negli affidamenti una società riconducibile al boss di Favara Carmelo Vetro in cambio di denaro, consentendogli anche di aggirare gli ostacoli derivanti dalle misure di prevenzione e dalla normativa antimafia. Si tratta di contestazioni dell’accusa e non di una condanna definitiva.

Un altro caso significativo riguarda il settore dell’energia. Nel febbraio 2026 il Tribunale di Palermo ha condannato per corruzione Paolo Arata nell’inchiesta sulle autorizzazioni per impianti eolici. Nello stesso procedimento è stato condannato anche l’ex funzionario regionale Alberto Tinnirello; separatamente era stato condannato il dirigente regionale Giacomo Causarano. L’inchiesta aveva al centro anche Vito Nicastri, imprenditore dell’eolico indicato dagli investigatori come uno dei finanziatori della latitanza di Matteo Messina Denaro.

Qui emerge il vero punto.

La mafia non sostituisce la cattiva amministrazione. La sfrutta.

Ha bisogno di funzionari disponibili, procedure permeabili, controlli deboli, informazioni anticipate, autorizzazioni pilotabili. Una burocrazia tecnicamente forte, ben retribuita, selezionata per competenze, controllata e responsabilizzata è quindi anche uno degli strumenti antimafia più efficaci.

I concorsi e la domanda più scomoda: come vengono scelti i dipendenti pubblici?

Il problema arriva inevitabilmente alle porte d’ingresso dell’amministrazione.

Uno degli episodi più clamorosi degli ultimi anni riguarda il concorso della Regione per 46 agenti del Corpo forestale. Nel dicembre 2023 il governo regionale decise di annullare la procedura dopo le verifiche sulle irregolarità emerse. Al centro delle polemiche vi era anche la posizione del figlio dell’ex dirigente generale del Corpo forestale, risultato ai vertici della graduatoria ufficiosa, mentre il padre aveva nominato la commissione prima di andare in pensione. La Procura regionale della Corte dei Conti aprì un’inchiesta.

Ancora più attuale è il procedimento Villa Sofia. Il concorso riguardava la stabilizzazione di 15 operatori socio-sanitari, quindi non il ruolo organico dell’amministrazione centrale della Regione ma il sistema sanitario regionale. Proprio quel concorso è entrato nell’inchiesta per la quale Cuffaro ha patteggiato tre anni.

Non basta naturalmente qualche caso giudiziario per dichiarare illegittimo l’intero sistema dei concorsi regionali. Sarebbe una generalizzazione ingiusta. Ma quelle vicende autorizzano una domanda politica precisa: la Regione ha costruito un sistema capace di selezionare sistematicamente i migliori, oppure continua troppo spesso a considerare il reclutamento soprattutto come amministrazione di posti?

La differenza è enorme.

Il fantasma di Piersanti Mattarella

Quasi mezzo secolo fa un presidente della Regione Siciliana aveva intuito che la questione siciliana non poteva essere affrontata soltanto attraverso la repressione della mafia.

Si chiamava Piersanti Mattarella.

Prima ancora di diventare presidente, aveva partecipato ai lavori per la riforma della burocrazia regionale. Alla guida della Sicilia costruì il progetto politico che sarebbe passato alla storia attraverso un’espressione semplicissima: una Regione con “le carte in regola”. Il suo programma puntava sulla razionalizzazione amministrativa, sulla programmazione, su criteri più rigorosi nella scelta dei dirigenti, sulla trasparenza degli appalti e sull’utilizzo dei poteri ispettivi nei confronti degli uffici e degli enti pubblici. Il 6 gennaio 1980 venne assassinato a colpi di pistola in una delle vie principali di Palermo sotto gli occhi della moglie e dei figli. A oggi, non si conoscono i mandanti dell’omicidio.

La lezione più moderna di Mattarella consiste probabilmente proprio in questo: l’antimafia non è soltanto arrestare i mafiosi. È costruire istituzioni nelle quali il mafioso, il corruttore, il politico clientelare e il funzionario infedele trovino meno porte da aprire.

Mattarella tentava di sottrarre l’amministrazione della regione Siciliana all’arbitrio attraverso regole, competenze, programmazione e responsabilità.

Quarantasei anni dopo, quel progetto potrebbe essere applicato con strumenti che allora non esistevano.

Una Regione con le competenze in regola

La Sicilia dispone oggi di un’occasione difficilmente ripetibile. Il Piao 2026-2028 della Regione prevede un vasto ricambio del personale: secondo i dati ufficiali, dal 2023 sono già entrati 1.333 nuovi dipendenti e l’amministrazione programma di arrivare a circa 2.600 nuove assunzioni entro il 2028.

Se quelle migliaia di assunzioni servissero soltanto a sostituire numericamente chi va in pensione, sarebbe un’occasione perduta. Potrebbero invece diventare la più grande operazione di ricostruzione della capacità amministrativa regionale degli ultimi decenni.

Una possibile “riforma Mattarella 2.0” dovrebbe poggiare almeno su alcuni principi:

  1. Concorsi realmente indipendenti. Commissioni estratte da albi nazionali di esperti, obbligo di dichiarare ogni conflitto d’interesse, tracciabilità digitale delle prove e pubblicazione preventiva dei criteri di valutazione.
  2. Selezione efficienti ed efficaci per competenze, non soltanto per nozioni. Nei ruoli tecnici occorre verificare capacità operative, gestione delle emergenze, problem solving, conoscenze informatiche, lingue e responsabilità professionale.
  3. Una mappa reale delle competenze della Regione. Prima di assumere bisogna conoscere quali professionalità mancano realmente: ingegneri, archeologi, restauratori, esperti di cybersecurity, procurement, fondi europei, data analysis, sicurezza, protezione ambientale e gestione del patrimonio.
  4. Formazione permanente e certificata. L’assunzione non può essere il punto d’arrivo. Chi occupa un posto sensibile dovrebbe sottoporsi periodicamente ad aggiornamento, esercitazioni e verifica delle competenze.
  5. Professionalizzazione della sicurezza dei musei. Custodire Antonello da Messina o Caravaggio non può essere considerato equivalente alla semplice presenza fisica in un edificio. Servono protocolli, certificazioni, addestramento alle intrusioni, simulazioni e precise catene di comando.
  6. Allarmi indipendenti dall’errore umano. Nei siti che custodiscono opere eccezionali, un allarme di massima priorità dovrebbe raggiungere automaticamente una centrale esterna e lasciare una traccia digitale non alterabile. La mancata reazione dovrebbe essere immediatamente rilevata.
  7. Dirigenti selezionati con criteri rigorosi e valutati su risultati effettivi. Obiettivi misurabili, verifiche periodiche efficienti ed efficaci, responsabilità chiare e pubblicazione degli indicatori di performance effettive dovrebbero sostituire la cultura dell’incarico come semplice posizione amministrativa.
  8. Rotazione nei settori ad alto rischio. Appalti, autorizzazioni, concessioni e controlli necessitano di rotazione anticorruzione, ma accompagnata dalla conservazione del sapere tecnico dell’amministrazione.
  9. Un ispettorato amministrativo realmente indipendente. Non soltanto ispezioni dopo gli scandali, ma controlli programmati, casuali e pubblicamente rendicontati sui settori più vulnerabili.
  10. Trasparenza radicale. Concorsi, graduatorie, curricula dei dirigenti, incarichi, conflitti d’interesse, affidamenti, tempi dei procedimenti e risultati dei controlli dovrebbero diventare dati facilmente consultabili e interrogabili dai cittadini.

Questa sarebbe antimafia amministrativa. Non uno slogan.

Il furto più grave

Le opere di Antonello potranno forse essere recuperate. Gli investigatori ritengono che i ladri abbiano lasciato tracce e la Procura sta seguendo contemporaneamente più piste.

Ma il problema sollevato dal furto resterà anche se domani mattina le tavole tornassero al MuMe.

Perché il vero scandalo non sarebbe scoprire che dietro il colpo c’era la mafia.

La Sicilia conosce da troppo tempo la capacità di Cosa nostra di interessarsi al patrimonio artistico, agli appalti, alla sanità, agli affari e alle relazioni con la “borghesia mafiosa”, cioè con pezzi della società legale che “conta” e “rispettabilissima”.

Lo scandalo più grave sarebbe scoprire che per rubare Antonello non era necessario essere la mafia.

Che bastava entrare in un museo regionale mentre l’allarme suonava, mentre le telecamere registravano e mentre chi avrebbe dovuto reagire non reagiva.

È questa possibilità che rende il caso del museo “Accascina” di Messina politicamente devastante.

Perché contro una banda di ladri esistono la polizia, i carabinieri, la magistratura. Contro una mafia esistono investigazioni, confische e processi.

Ma contro un’amministrazione che perde progressivamente competenze, responsabilità e capacità di controllo esiste un solo rimedio: ricostruirla.

Era questo, in fondo, il significato più profondo della Sicilia con “le carte in regola” immaginata da Piersanti Mattarella.

Non bastava combattere la mafia.

Bisognava costruire una Regione nella quale la mafia — e con essa il clientelismo, la corruzione, l’improvvisazione e l’incompetenza — avesse sempre meno spazio per entrare.

Il furto di Antonello da Messina potrebbe diventare uno scandalo destinato a essere dimenticato alla prima restituzione delle opere.

Oppure potrebbe rappresentare qualcosa di diverso: il momento in cui la Sicilia smette di chiedersi soltanto chi abbia rubato i suoi capolavori e comincia a domandarsi seriamente chi, con quali competenze e con quali responsabilità, è stato incaricato di custodirli.

Perché un patrimonio non è davvero protetto quando possiede un allarme.

È protetto quando esiste un’Istituzione capace di reagire quando quell’allarme comincia a suonare.

Quando una comunità non è più disposta ad accettare di essere amministrata da persone inadeguate.