Il Patriarca della Favorita

l’olivo che attraversa mille anni di storia di Palermo

Vincenzo Sottosanti
Vincenzo Sottosanti

IN BREVE

Nel Parco della Favorita, a Palermo, cresce un olivo monumentale conosciuto come “Il Patriarca della Favorita”. La sua ceppaia raggiunge una circonferenza di 11,10 metri e uno studio scientifico sugli olivi monumentali siciliani ne ha stimato l’età in circa 1.178 anni. Non si tratta però di una datazione assoluta: il tronco cavo degli olivi più antichi rende difficile utilizzare i normali metodi dendrocronologici. Il Patriarca è stato studiato nell’ambito delle ricerche dell’Università di Palermo sul patrimonio arboreo della Sicilia. Agronomi e botanici come Giuseppe Barbera, Rosario Schicchi e Francesco Maria Raimondo hanno contribuito, con ruoli differenti, alla conoscenza e alla valorizzazione del paesaggio vegetale della Favorita e degli alberi monumentali dell’isola. Più che un semplice albero, il Patriarca è una traccia vivente di un paesaggio agricolo mediterraneo molto più antico del parco borbonico che oggi lo circonda.

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Bisogna allontanarsi per qualche minuto dal rumore di Palermo per accorgersi che, dentro la Favorita, il tempo non scorre ovunque alla stessa velocità.

Ai piedi di Monte Pellegrino, tra radure, antichi terreni agricoli e ciò che rimane di un paesaggio modellato per secoli dall’uomo, un olivo continua a crescere lentamente.

Lo chiamano il Patriarca della Favorita.

Non è la sua altezza, circa dieci metri, a renderlo straordinario. Sono le dimensioni della base, le cavità del legno, le torsioni dei fusti, le cicatrici accumulate nel corso dei secoli.

La circonferenza massima della ceppaia raggiunge 11,10 metri. A circa un metro e trenta dal terreno supera gli otto metri. La chioma si estende per quasi quindici metri.

Le misure raccontano però soltanto una parte della storia.

Un albero nato prima della Favorita

La grande riserva reale della Favorita nasce alla fine del Settecento, quando Ferdinando III di Borbone trasferisce la corte a Palermo e trasforma questa parte della Conca d’Oro in una vasta tenuta.

L’olivo era già lì.

Uno studio pubblicato nel 2021 sulla rivista scientifica Sustainability, dedicato agli olivi monumentali della Sicilia come patrimonio bioculturale del Mediterraneo, attribuisce al Patriarca un’età stimata di 1.178 anni.

Se la stima si avvicina alla realtà, l’albero avrebbe iniziato la propria vita intorno al IX secolo.

Molto prima della Favorita borbonica.

Molto prima dell’espansione della Palermo moderna.

È questa prospettiva a cambiare il modo di guardarlo. Il Patriarca non è semplicemente un vecchio albero conservato all’interno di un parco. È ciò che rimane di un paesaggio precedente al parco stesso.

Mille anni, ma con prudenza

Gli alberi monumentali sembrano offrire una misura precisa del tempo. In realtà stabilirne l’età può essere estremamente difficile.

Negli olivi molto antichi il centro del tronco spesso scompare progressivamente per effetto di cavità e degradazione del legno. Viene così meno proprio la parte che permetterebbe di leggere la successione completa degli anelli di crescita.

Per questo i 1.178 anni non devono essere interpretati come una data di nascita certa.

Sono una stima scientifica ricavata dalle dimensioni dell’albero e dai modelli di accrescimento applicati agli olivi monumentali.

Nel racconto popolare il Patriarca viene talvolta definito un olivo di 1.500 anni. La ricerca invita invece alla cautela: ciò che possiamo affermare con maggiore sicurezza è che ci troviamo davanti a un olivo millenario, e probabilmente all’albero più antico conosciuto della città di Palermo.

Studi di Rosario Schicchi e Francesco Maria Raimondo, lo indicano proprio come il più vecchio esemplare conosciuto nel territorio cittadino.

Una memoria mediterranea

L’olivo è una delle specie che meglio raccontano la storia del Mediterraneo. Ha seguito insediamenti umani, economie agricole, rotte commerciali e trasformazioni del territorio. Generazioni diverse hanno potato gli stessi alberi, raccolto gli stessi frutti, ricostruito tronchi feriti dal tempo.

È quello che il professore Giuseppe Barbera, agronomo e paesaggista, ha studiato per decenni osservando la Conca d’Oro non soltanto come ambiente naturale, ma come risultato dell’incontro continuo tra natura, agricoltura e cultura.

La Favorita stessa conserva questa sovrapposizione: agrumeti, oliveti, sistemi d’irrigazione, giardini storici e aree naturali.

Barbera ha coordinato anche il gruppo di studio incaricato dal Comune di Palermo di elaborare il piano per la rigenerazione del parco, immaginato come un grande “quartiere vegetale” capace di recuperare agricoltura, biodiversità, paesaggio storico e sistemi tradizionali dell’acqua.

Il tempo scritto nel legno

Avvicinandosi al Patriarca, la sua età smette quasi di essere un numero.

Il tronco non assomiglia più a una colonna. È diventato un piccolo paesaggio: cavità, pareti di legno, pieghe, aperture attraverso le quali entra la luce.

Parti dell’albero muoiono mentre altre continuano a crescere.

È uno dei segreti della longevità dell’olivo.

Sopravvivere, per questa specie, non significa restare immutata. Significa cambiare continuamente forma.

Ed è forse proprio questa la lezione più importante che il Patriarca lascia a Palermo.

Intorno a lui sono cambiati regni, strade, coltivazioni e città. La Conca d’Oro si è ridotta sotto la pressione dell’urbanizzazione. Il paesaggio agricolo che per secoli circondava Palermo è sopravvissuto soltanto in frammenti.

L’olivo, invece, è ancora lì.

Non come monumento immobile, ma come organismo vivente.

Proteggerlo significa allora qualcosa di più che salvare un albero eccezionalmente antico.

Significa conservare una delle poche pagine ancora vive della storia del paesaggio mediterraneo di Palermo.

NOTA – Questo approfondimento aggiorna il reportage LIMEN dedicato al Patriarca della Favorita pubblicato nel 2019

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