Le Segrete del castello di Pietraperzia

Dopo oltre 400 anni, riemergono dalle rovine del castello di Pietraperzia tracce lasciate da carcerati e condannati a morte. Sono testimonianze di una pagina di storia ancora poco conosciuta.

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Non sapremo mai chi fu il “carcerato Pasquale Russo” e perchè nel 1569 venne rinchiuso nella prigione sotterranea del castello di Pietraperzia. Sappiamo però che per decenni, forse per secoli, in quella cella umida e buia vennero buttati a marcire in tanti. In molti hanno lasciato una traccia del loro passaggio contribuendo a creare quello che oggi si presenta come un drammatico palinsesto formato da centinaia di graffiti. Si leggono nomi e date, si osservano personaggi, scene di caccia e di impiccagioni oltre ad una infinità di segni di difficile interpretazione.

Cinquecento anni fa, nelle terre feudali come Pietraperzia, il Signore del castello aveva il “mero et mixto imperio”, cioè la delega del Re di Spagna ad amministrare tutti i poteri, compreso quello giudiziario, era quindi normale che all’interno del fortilizio trovassero spazio le prigioni sotterranee, o “segrete”, dove venivano rinchiusi in condizioni disumane, e spesso torturati, i prigionieri. 

Le incisioni rinvenute nei sotterranei del Castello di Pietraperzia testimoniano il dolore di carcerati costretti a vivere in condizioni disumane prima di essere giustiziati. Foto V. Sottosanti/Archivio LIMEN

L’utilizzo delle “segrete” risale a tempi immemorabili e furono largamente utilizzati fino al 1782, quando il Re Ferdinando IV di Borbone abolì il Tribunale dell’inquisizione di Palermo e mise al bando le prigioni sotterranee imponendo il ricorso a luoghi di detenzione che tenessero conto della dignità umana dei condannati. Il provvedimento, fortemente voluto dal vicerè delle Sicilie Domenico Caracciolo, fu una delle tante riforme di impronta illuminista del giovane sovrano emanate quando in tutta Europa aveva già riscosso molto successo il trattato di Cesare Beccarla “Dei delitti e delle pene”. La pubblicazione stimolò riflessioni sull’inefficacia della condanna a morte come mezzo di prevenzione del crimine, sottolineando la possibilità dell’errore giudiziario e suggerendo, in alternativa, la pena dell’ergastolo.

Il Castello di Pietraperzia domina la Valle dell’Imera meridionale che segna il confine naturale tra la Sicilia occidentale e quella orientale. Foto V. Sottosanti/Archivio LIMEN

I primi documenti attestanti la presenza di prigioni all’interno del castello risalgono al 1812 quando i proprietari affittarono parte del fortilizio al Comune di Pietraperzia per destinarlo a carcere mandamentale. Lo storico locale Lino Guarnaccia ha ricostruito le vicende del castello e tra i documenti raccolti spicca il verbale dell’assemblea straordinaria del Consiglio decurionale del 25 maggio 1827 in cui si legge che “il Regio Procuratore Generale presso la Gran Corte Criminale, con sommo rammarico, ebbe luogo ad osservare che le carceri possono equipararsi ad orride e squallide caverne inventate nei secoli di barbarie”. Neanche lo sdegno del Procuratore Generale riuscì a mettere fine alle condizioni disumane in cui erano costretti i detenuti del carcere di Pietraperzia. Si dovettero attendere i danni provocati dal terremoto dell’11 settembre 1906 per il trasferimento dei detenuti nel vicino -e più confortevole- ex convento di Santa Maria.

Pietraperzia si trova al centro della Sicilia, lungo la valle dell’Imera meridionale.

Ormai da diversi anni, la comunità di Pietraperzia ha intrapreso un coraggioso percorso di valorizzazione e promozione dei beni culturali ed ambientali locali avviato dall’architetto Paolo Sillitto che, come dirigente del Comune di Pietraperzia, negli anni passati è riuscito ad ottenere i finanziamenti pubblici necessari per bloccare il degrado del castello. Ma come tutte le scoperte importanti, anche quella di Pietraperzia è legata al caso e all’intuizione dei suoi scopritori. Durante i lavori di recupero avviati dal Comune sotto la direzione dell’architetto Sillitto, gli operai Rocco Vinci Salvatore Sicilianoscoprirono una botola che introduceva in un ambiente sotterraneo profondo un paio di metri e, spinti dalla curiosità, andarono immediatamente a procurarsi una scala per esplorare l’ambiente che si sviluppava sotto i loro piedi. Appena scesi, i due esploratori si trovarono di fronte ad una serie impressionante di volti incisi nella roccia che sembrava guardassero dritto negli loro occhi. Capirono subito di aver scoperto qualcosa d’importante ed avvisarono immediatamente l’architetto Sillitto che dirigeva il cantiere. 

Rocco Vinci osserva da vicino le incisioni scoperte casualmente durante i lavori di recupero del Castello di Pietraperzia. Foto V. Sottosanti/Archivio LIMEN

Con una linea o un disegno i carcerati rinchiusi nelle prigioni del castello di Pietraperzia davano sfogo all’unica libertà rimasta: manifestare la propria disperazione incidendo messaggi nella friabile parete. Molto spesso si esprimevano con segni perché analfabeti. E’ ricorrente il simbolo della croce, semplice da realizzare e pregnante per il riferimento alla passione di Cristo, che non poteva non essere presente nella mente di chi scontava una pena od era in attesa dell’ultimo supplizio. Pochi sapevano scrivere ed alcuni si limitarono ad incidere una data, probabilmente quella della loro cattura. Qualcuno era sicuramente un personaggio di cultura e sensibilità superiore e produceva delle testimonianze del suo passaggio in maniera corrispondente alla complessità della sua anima. In questa sorta di palinsesto, di cui si era persa memoria da oltre quattro secoli, riaffiorano volti, navi, animali e figure di non facile lettura che si mescolano e si accavallano. Una cosa accomuna tutti questi messaggi, l’essere stati affidati ad una parete in cui sovrasta un monito che ricordava ai detenuti la giustizia della condanna che stavano scontando: “Si carceri non cà fossi, iusticia non fora” (se qua non ci fosse un carcere non ci sarebbe giustizia all’esterno). Poco distante una scena che rappresenta una forca da cui pende un impiccato.

Tra i graffiti rinvenuti nelle segrete del Castello di Pietraperzia si distingue la rappresentazione di una condanna a morte per impiccagione. Foto V. Sottosanti/Archivio LIMEN

In Sicilia i castelli iniziano a diffondersi circa mille anni fa. Era il 1091 quando i Normanni espugnano Agrigento e portano a compimento la conquista di una Sicilia che parla in arabo e prega Allah. I nuovi conquistatori si dichiarano tolleranti nei confronti delle abitudini culturali e religiose della popolazione sottomessa, ma sentono comunque il bisogno di adottare misure di sicurezza per garantire l’ordine e nell’arco di cinque secoli in Sicilia sorgono oltre trecento castelli.Nell’immaginario collettivo il castello nasce per difendersi dalle aggressioni esterne e così fu, ad esempio, per i castelli di Castroreale Terme e di Monte Bonifato. Furono costruiti tra il XIII ed il XIV sec. in luoghi impervi, che dominano rispettivamente il Golfo di Patti ed il Golfo di Castellamare, per offrire alla popolazione un sicuro rifugio in occasione delle frequenti scorrerie compiute dalle armate angioine ai danni dei centri costieri siciliani. “Un errore metodologico che spesso si fa – afferma lo storico Ferdinando Maurici, autore del volume Castelli federiciani in Sicilia edito da Kalos– è cercare di individuare una strategia unitaria nella costruzione dei castelli. Queste strutture furono realizzate nell’arco di cinque secoli e quindi in tempi diversi, da soggetti diversi e per motivi diversi. Ad esempio, negli anni della conquista e dell’insediamento normanno questi edifici più che a difendere, ma ovviamente anche a difendere, servivano a mantenere in stato di soggezione la popolazione indigena, in gran parte musulmana, che si trova a dovere servire i nuovi padroni cristiani. E’ quindi molto probabile che la prima generazione di castelli, quella d’età normanna, sia stata in qualche modo odiata dalle popolazioni locali”.

L’origine del Castello di Pietraperzia è ancora un mistero. Certo è che in epoca normanna esisteva già un fortilizio. Foto V. Sottosanti/Archivio LIMEN

Del castello di Pietraperzia, come di molti altri castelli siciliani, non abbiamo documenti certi che ne illustrino le origini e la storia. Alcune caratteristiche tipologiche, e lo stesso toponimo, d’origine francese, fanno ritenere possibile un primo sviluppo dell’insediamento castrale in età normanna probabilmente come nucleo di una grossa signoria feudale per il controllo di un preesistente abitato dal quale i signori del castello avevano motivo di difendersi o di dover mantenere un controllo stringente.

La scoperta della prigione sotterranea dimostra che alcuni ambienti erano destinati a luoghi di detenzione da almeno tre secoli prima che il castello diventasse carcere mandamentale. Le date leggibili si riferiscono agli anni 1516, 1560 e 1569 ed i graffiti riproducono imbarcazioni, scene di caccia e figure umane che inducono a pensare che da quel sotterraneo passarono anche carcerati che conoscevano la navigazione ed i paesaggi africani. Una ipotesi avvalorata dal fatto che nella seconda metà del Cinquecento erano presenti in Sicilia circa 12.000 africani provenienti dalle regioni sudanesi. Una massiccia presenza dovuta non ad un fenomeno migratorio, come si potrebbe pensare oggi, ma al commercio degli schiavi che in quel periodo era particolarmente fiorente.

Alcuni graffiti sembrano rappresentare scene di caccia ambientate in luoghi esotici. Non è escluso che qualcuno dei 12.000 schiavi sudanesi presenti in Sicilia nella metà del ‘500 sia stato imprigionato nelle segrete del Castello di Pietraperzia. Foto V. Sottosanti)Archivio LIMEN

Il periodo a cui si riferiscono le date delle segrete coincide con la fase più tormentata della storia della navigazione mediterranea. Nel XVI secolo il mare che bagna le coste della Sicilia è infestato da pirati e corsari musulmani con basi in Nord Africa. La navigazione commerciale è insicura e le sempre più frequenti razzie nei centri costieri della Spagna e della Sicilia spingono la Corona di Spagna ad organizzare spedizioni militari per neutralizzare il fenomeno della pirateria e riconquistare il controllo del Mediterraneo. Nel 1530, Re Carlo V attacca e conquista Celcel una città ad ovest di Algeri covo del temuto corsaro Barbarossa. La vittoria viene considerata un grande successo ma nel 1534 Barbarossa dimostra di essere più forte che mai occupando Tunisi. Carlo V è così risoluto nelle sue intenzioni che nel 1535 con una possente flotta conduce personalmente un attacco contro Tunisi distruggendo la città.

Nel saggio “Corsari e schiavi siciliani nel mediterraneo”,Giuseppe Bonaffini– professore di Storia dell’Africa mediterranea dell’Università di Palermo – osserva che quasi tutte le città marinare della Sicilia divennero centri propulsori della fiorente pratica marinara che in breve rivelò il suo stretto legame col mercato della schiavitù, e, come quest’ultimo, risultò essere funzionale al sistema produttivo isolano almeno sino al XVI secolo, risultando “un non disdicevole investimento”.Anche i nobili trapanesi non disdegnavano di investire i propri capitali armando navi corsare per ottenere guadagni elevatissimi. E’ possibile quindi che tra i tanti schiavi presenti in Sicilia qualcuno sia finito in carcere per aver tentavano la fuga o per aver commesso reati ai danni del padrone.

Persino il vescovo di Catania Nicola Maria Caracciolo ebbe modo di constatare personalmente quanto fosse pericoloso avventurarsi per mare. Nel giugno del 1561 la nave che lo stava trasportando a Napoli venne assaltata al largo di Lipari dal corsaro Dragut e l’alto prelato fu costretto a trascorrere dieci mesi di prigionia a Tripoli nell’attesa che fosse pagato il riscatto per la sua liberazione.Per impedire che pirati e corsari continuassero a compiere scorrerie e razzie nei borghi marinari il vicerè Giovanni de Vega nella metà del Cinquecento potenziò il sistema di difesa delle coste siciliane facendo costruire nuove torri d’avvistamento, ma ciò non bastò ad evitare episodi come quello dell’11 luglio 1553 quando Licata fu distrutta da corsari turchi e centinaia di abitanti fatti prigionieri o ancora episodi come quello del giugno 1596 quando lungo il litorale di Scicli 11 ragazzi sparirono misteriosamente, forse catturati e fatti schiavi da pirati barbareschi. Non sempre i predoni avevano la meglio. Le cronache raccontano che nel 1553, nei pressi di Modica, gli uomini del terribile corsaro Dragut caddero in un’imboscata in cui rimasero uccisi in 40 ed a centinaia fatti prigionieri. Non è escluso quindi che anche nelle segrete del castello di Pietraperzia siano finiti pirati e corsari che ben conoscevano gli animali e i personaggi incisi nelle pareti della prigione che rimandano ad ambienti esotici come quelli africani. Ma come facevano i carcerati che si trovavano in condizioni disumane a trovare quella serenità mentale necessaria per incidere pazientemente la roccia? La risposta può essere trovata in un’antica canzone siciliana recita “cu dici ca lu carcere è galera?” per sottolineare la consapevolezza che il carcere non era la peggiore delle sorti per chi incappava nelle maglie della giustizia del tempo. Ancora peggio del carcere c’era la galera, “la pena del remo”. Nel medioevo ed in epoca moderna molti crimini si scontavano non con la detenzione ma con il lavoro di rematore a bordo delle galere, il che era molto spesso una vera e propria condanna a morte.Le galere furono la naturale evoluzione delle navi dell’antichità; avevano propulsione mista: a vela ed a remi e si distinguevano per velocità e facilità di manovra, caratteristiche che le resero ideali per il combattimento a mare. Conobbero il loro apice nella metà del XVI secolo, proprio nel periodo a cui si riferiscono le date rinvenute nella prigione sotterranea del castello di Pietraperzia, erano lunghe circa 50 metri ed avevano un equipaggio complessivo di circa 220 uomini. I rematori erano circa 150 ed appartenevano a tre categorie: schiavi, galeotti e buonavoglia. Le prime due categorie erano costituite da forzati tenuti giorno e notte legati con una catena alla panca in cui sedevano, i buonavoglia erano volontari disposti a remare per guadagnare qualcosa. La vita di bordo era terrificante, si andava incontro a fatiche animalesche, a trattamenti disumani e, sopratutto, al rischio di morire in battaglia o di annegare.

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