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Nel ventre della Libia

Nel ventre della Libia

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L’Università di Bengasi e il CIRS di Ragusa hanno portato a termine l’ultima campagna esplorativa del Cyrenaica Karst Project, una ricerca scientifica volta a valorizzare uno dei patrimoni naturalistici più straordinari dell’intero Mediterraneo.

Immerso nell’acqua sino al collo, il geologo Rosario Ruggieri avanza lentamente lungo una stretta galleria naturale sotterranea nel quartiere di Al-Coeffiah alla periferia di Bengasi, la principale metropoli della Libia occidentale. Scruta attentamente le rocce delle pareti alla ricerca di indizi utili a comprendere lo sviluppo geomorfologico della grotta. Dietro di lui, gli speleologi Antonello Ingallinera e Luigi Fontana eseguono le misurazioni topografiche necessarie per realizzare la mappa della cavità e studiare il percorso delle acque sotterranee della pianura carsica di Bengasi, prima che queste si riversino nel Mar Mediterraneo.

Grotta di Al-Coeffiah (Bengasi). La prima giornata della campagna esplorativa 2026 del Cyrenaica Karst Project ha impegnato gli speleologi del Centro Ibleo di Ricerche Speleo-idrogeologiche di Ragusa nell’esplorazione di una grotta che si sviluppa nel sottosuolo di Bengasi. Nella foto, il geologo Rosario Ruggieri avanza in una galleria semi sommersa per comprendere la speleogenesi della cavità ed il percorso delle acque che scorrono nel sottosuolo di Bengasi prima di riversarsi nel Mar Mediterraneo.. (Foto Vincenzo Sottosanti/Archivio LIMEN)

Dopo aver percorso alcune decine di metri, gli speleologi del Centro Ibleo di Ricerche Speleo-idrogeologiche (CIRS) di Ragusa, sono costretti a fermarsi per la presenza di un “sifone”, il punto in cui la volta della galleria si abbassa fino ad immergersi nell’acqua impedendo di proseguire. «La grotta che stiamo esplorando» osserva Rosario Ruggieri, presidente del CIRS «è il risultato di un enorme collassamento di frana. Dopo aver attraversato ambienti estremamente instabili, formati da massi ciclopici accatastati uno sull’altro in modo molto precario, siamo riusciti a raggiungere la “tavola d’acqua”, il livello che separa la parte della cavità in cui circola l’aria da quella completamente allagata. Abbiamo rilevato la presenza di una circolazione idrica sotterranea che procede oltre il sifone, e che in futuro dovremo in qualche modo verificare».

Grotta di Al-Coeffiah (Bengasi). Rosario Ruggieri, presidente del CIRS e supervisore internazionale del Cyrenaica Karst Project, osserva i massi ciclopici prodotti dal collassamento che ha generato la cavità. In base alle prime osservazioni, le grotte del sottosuolo di Bengasi sono interconnesse tra loro, e sono attraversate dalle acque che alimentano le sorgenti della grande Laguna di El Zeiyana, ad appena tre chilometri di distanza. (Foto Vincenzo Sottosanti/Archivio LIMEN)

Nonostante l’impossibilità di documentare la parte sommersa della cavità, sui volti degli speleologi si legge una chiara soddisfazione. A rendere speciale l’esplorazione appena conclusa è stato l’avvistamento di un esemplare di Typhlocaris lethaea, un piccolo crostaceo che vive nella più fitta oscurità. Lungo meno di 5 centimetri, è endemico degli ambienti acquatici sotterranei di Bengasi, si caratterizza per essere completamente bianco, per l’assenza di pigmentazione, e privo di occhi.

La scoperta del Typhlocaris lethaea risale al 1920, ma successivamente non si ebbero più notizie, tanto da considerarlo estinto fino al 2007, quando durante la prima missione del Cyrenaica Karst Project, Iolanda Galletti, speleobiologa del CIRS, ne fotografò alcuni esemplari nella Grotta di Lethe, la stessa in cui era stato avvistato circa un secolo prima.

Grotta di Al-Coeffiah (Bengasi). Considerato estinto fino al 2007, il Typhlocaris lethaea è studiato dai ricercatori del Dipartimento di Zoologia della Facoltà di Scienze Naturali dell’Università di Bengasi. Le grotte in cui è stato individuato coprono un areale costiero di 9 Km2 che si estende verso l’entroterra, fino a 4 Km dalla costa. (Foto Vincenzo Sottosanti/Archivio LIMEN)

Il Cyrenaica Karst Project è una ricerca scientifica complessa avviata nel 2007, frutto di una collaborazione tra il Dipartimento di Scienze della Terra della Facoltà di Scienze Naturali dell’Università di Bengasi, guidato dal Professore Awad Bilal, e il CIRS di Ragusa. Fin dall’inizio, la direzione internazionale è stata affidata a Rosario Ruggieri, esperto di idrogeologia sotterranea e promotore della Conferenza internazionale Man and Karst, l’evento biennale che riunisce studiosi di numerosi paesi per condividere le più recenti scoperte scientifiche sul carsismo e sul rapporto tra uomo e ambiente carsico.

Il Progetto dell’Università di Bengasi e del CIRS prevede lo studio della relazione tra l’evoluzione delle grotte carsiche della Cirenaica ed i cambiamenti climatici che hanno interessato l’area mediterranea negli ultimi tre milioni di anni. Partendo dalla comprensione dei fenomeni geodinamici e speleogenetici che hanno modificato la superficie ed il sottosuolo delle aree carsiche libiche, i ricercatori mirano ad individuare nuove risorse idriche rinnovabili, fondamentali per il futuro della Libia.

Dolina di Al-Coeffiah (Bengasi). Assediato dalle costruzioni che segnano l’inarrestabile espansione urbanistica di Bengasi, l’ingresso della prima cavità esplorata dal CIRS nel 2026 si apre nella parte più profonda di una dolina, un’area di depressione generata dal cedimento della volta di un ambiente ipogeo. (Foto Vincenzo Sottosanti/Archivio LIMEN)
Grotta di Al-Coeffiah (Bengasi). Buona parte delle doline della Cirenaica costituiscono la via d’accesso ad ambienti ipogei costituiti da enormi sale di collassamento di frana, come quella documentata dagli speleologi nel CIRS nel quartiere di Al-Coeffiah di Bengasi. Esplorare questi ambienti aiuta a comprendere il sistema di circolazione delle acque sotterranee della Libia e ad individuare nuove risorse idriche da tutelare dai gravi rischi di inquinamento a cui sono esposte. (Foto Vincenzo Sottosanti/Archivio LIMEN)

Nella grande sala d’ingresso, dove la luce del sole riesce ancora a filtrare, ad attendere il ritorno in superficie degli speleologi del CIRS c’è Abdelsalam Elshaafi, professore di vulcanologia dell’Università di Bengasi e Direttore del Cyrenaica Karst Project. «La ricerca che stiamo conducendo da diversi anni insieme a Rosario Ruggieri, leader del Progetto, riveste un’importanza strategica per la Libia» spiega il professore Elshaafi. «Il nostro paese è occupato per il 95% da pianure aride e desertiche, comprendere cosa ha causato il collassamento dei grandi massi che formano questa cavità, studiare il sistema di circolazione delle acquee sotterranee che interessa la pianura di Bengasi, e l’intera regione della Cirenaica, è per noi fondamentale. Abbiamo la necessità di individuare nuove risorse idriche rinnovabili da tutelare e mettere a disposizione della popolazione libica in un futuro prossimo».

L’avvistamento del Typhlocaris lethaea nella cavità appena esplorata testimonia l’eccezionale biodiversità del sottosuolo libico, ma rappresenta anche l’allarme di una grave minaccia ambientale. L’habitat in cui vive è un ambiente acquatico con una salinità media di 4.72 ppt (4,7 grammi di sali per litro). Sebbene inferiore ai 35 ppt dell’acqua marina, questa concentrazione rende l’acqua di falda inutilizzabile per usi potabili e irrigui.

La principale causa di inquinamento e perdita di potabilità delle acquee sotterranee è lo sfruttamento eccessivo delle risorse idriche per l’agricoltura, effettuato senza rispettare i tempi di ricarica naturale dell’acquifero. A questo si aggiunge l’uso diffuso delle cavità naturali come discariche per rifiuti e scarichi fognari che accelera il processo di contaminazione completa delle falde.

Altopiano di Darnah. La Libia è occupata per il 95% da pianure desertiche. Soltanto il 2% della superficie è coltivabile. I pochi terreni utilizzati in agricoltura vengono irrigati con acqua prelevata dalle falde senza rispettare i tempi di ricarica degli acquiferi, provocando l’abbassamento della superficie freatica e accellerando l’intrusione di acqua marina. La gestione delle risorse idriche ed il contenimento dell’intrusione marina rappresenta un sfida estremamente complessa per un paese come la Libia, costretto ad importare il 75% del cibo che consuma. (Foto Vincenzo Sottosanti/Archivio LIMEN)
Bengasi. Oltre che dall’intrusione salina, le acque di falda che circolano nel sottosuolo delle aree urbanizzate vengono contaminate dai rifiuti abbandonati nelle doline carsiche. Ad oggi non esiste alcuna tutela giuridica delle cavità e delle acquee sotterranee della Cirenaica. Individuare soluzioni per salvaguardare le grotte e le risorse idriche rinnovabili è una priorità per i ricercatori dell’Universià di Bengasi e gli esploratori del CIRS di Ragusa impegnati nel Cyrenaica Karst Project. (Foto Vincenzo Sottosanti/Archivio LIMEN).
Bengasi. Lo speleologo Luigi Fontana cerca di individuare l’ingresso di una grotta della periferia di Bengasi esplorata in passato, ora inaccessibile per l’accumulo di rifiuti che ha trasformato la dolina in una discarica. (Foto Vincenzo Sottosanti/Archivio LIMEN).

«Le acquee che scorrono nel sottosuolo di Bengasi sono già in larga misura contaminate », afferma Abdelsalam Elshaafi. «Per proteggere il sistema idrico sotterraneo, abbiamo deciso di estendere le ricerche del Cyrenaica Karst Project in altre aree della Libia. È fondamentale comprendere il sistema di circolazione delle acquee nel suo insieme; per questo dedicheremo le prossime giornate della campagna di ricerca all’esplorazione di alcune grotte profonde individuate nell’area di Al-Jabal Al-Akhdar, una zona ancora incontaminata. Solo ricostruendo un quadro completo della situazione carsica attuale potremo individuare strategie efficaci per proteggere dall’inquinamento le grotte della Cirenaica e le acquee sotterranee utilizzabili per il consumo umano e l’irrigazione agricola. Tra i nostri obbiettivi rientra anche l’istituzione di un Geoparco riconosciuto dall’UNESCO, che permetterebbe di salvaguardare le cavità naturali e il sistema idrico sotterraneo. L’istituzione del Geoparco permetterebbe inoltre di promuovere i siti carsici più significativi della Cirenaica come destinazioni di turismo sostenibile, ed attirare -in un futuro non molto lontano- visitatori da tutto il mondo».

Bengasi. Con l’arrivo dell’estate, i giovani bengasini cercano refrigerio tuffandosi nelle acquee fresche che sgorgano dalle sorgenti che alimentano la Laguna di El Zeiyana, nella costa orientale di Bengasi. Tutelare il patrimonio carsico sotterraneo significa salvaguardare risorse idriche rinnovabili ed ambienti di grande interesse naturalistico frequentati dalle giovani generazioni. (Foto Vincenzo Sottosanti/Archivio LIMEN)
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Secondo il Rapporto Global Environment Outlook 2000 dell’ONU, la popolazione libica è la più vulnerabile al mondo per quanto riguarda la disponibilità di acqua potabile. Le esigenze idriche complessive della Libia sono stimate circa otto volte superiori alle risorse rinnovabili annuali disponibili. Si tratta di una situazione estremamente critica che necessita di una soluzione da trovare nel più breve tempo possibile.

Negli anni ’60 del secolo scorso alcuni centri vicino a Bengasi vennero abbandonati a causa della mancanza d’acqua fino al 1989, quando entrò in funzione The Great Man-made River Project (GMMR), il più grande acquedotto del mondo, voluto dal Colonnello Gheddafi per portare l’acqua potabile di enormi giacimenti fossili, individuati a grande profondità nel cuore del deserto del Sahara, verso le città costiere. Attualmente, l’80% della popolazione libica vive nelle aree urbane servite dal GMMR e può fare affidamento soltanto su queste risorse non rinnovabili che, secondo alcune stime, potrebbero esaurirsi entro i prossimi 50 anni.

Nella mappa sono indicati i giacimenti acquiferi fossili del Sahara attualmente utilizzati per soddisfare le esigenze delle città costiere dove vive l’80% della popolazione libica. Si tratta di risorse non rinnovabili, destinate ad esaurirsi entro alcune decine di anni. Le principali falde acquifere rinnovabili sono state individuate nella regione della Cirenaica in corrispondenza dei rilievi di Al-Jabal Al-Akhdar, nella Libia nord-orientale, dove sono concentrate le ricerche del Cyrenaica Karst Project. (Mappa elaborata dalla Redazione di LIMEN)
L’altopiano di Al-Jabal Al-Akhdar, in arabo “Montagne Verdi” offre un paesaggio molto diverso dalle distese desertiche che coprono il 95% del territorio libico. In quest’area si registrano precipitazioni di 400/600 mm l’anno che alimentano una fitta vegetazione a macchia mediterranea. (Foto Vincenzo Sottosanti/Archivio LIMEN)
La fitta vegetazione a macchia mediterranea dell’altopiano di Al-Jabal Al-Akhdar nasconde l’ingresso di numerose grotte carsiche, ed indica un buono stato di salute dell’ambiente. (Foto Vincenzo Sottosanti/Archivio LIMEN)
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L’esplorazione delle cavità dell’altopiano di Al-Jabal Al-Akhdar richiede particolare prudenza per la possibile presenza di depositi di anidride carbonica prodotti dalla decomposizione di materiale organico che si deposita nel fondo. Nel corso delle precedenti campagne di ricerca,, lo speleologo Antonello Ingallinera ha dovuto interrompere l’esplorazione di due diverse cavità perchè sature di CO₂. (Foto Vincenzo Sottosanti/Archivio LIMEN).
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Un problema mediterraneo

In Libia il prezzo della benzina è il più basso al mondo: un litro costa 0,15 Dinari, pari a 0,020 €/litro. In un paese dove bastano poco più di due euro per acquistare 100 litri di carburante, e che rischia di rimanere senza risorse idriche nell’arco di 50 anni, il vero “petrolio” è l’acqua.

Il problema della gestione delle risorse idriche rinnovabili non riguarda soltanto la Libia. Negli ultimi decenni, i cambiamenti climatici hanno provocato una forte accelerazione al processo di desertificazione di vaste aree del pianeta e portato il tema dell’acqua al centro del dibattito mondiale.

Secondo le stime dell’ONU, nel 2025 i prelievi globali di acqua dolce sono raddoppiati negli ultimi 45 anni. Anche il Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) denuncia da oltre un decennio che il processo di desertificazione riguarda anche l’Europa mediterranea, e non più soltanto i paesi africani. Per quanto riguarda l’Italia, la regione più esposta è la Sicilia, con una accelerazione dell’avanzamento della desertificazione che interessa il 70% del territorio regionale.

L’importanza del Cyrenaica Karst Project risiede proprio nella sua rilevanza internazionale, richiama problematiche comuni a molti paesi, ha tutti i requisiti per diventare un modello di ricerca scientifica adottabile dai paesi rivieraschi del Mar Mediterraneo impegnati a contrastare alterazioni ambientali determinate dall’intrusione marina e dall’inquinamento antropico delle falde acquifere. L’importanza del Cyrenaica Karst Project non è soltanto di carattere scientifico. I risultati che intende conseguire hanno un forte impatto socio-economico. Al termine della Campagna esplorativa, conclusasi il 17 giugno 2026, il Presidente dell’Università di Bengasi Eiz Eldeen Aldressi ha voluto incontrare il geologo Rosario Ruggieri ed il Direttore del Dipartimento di Scienze della Terra Awad Bilal per un aggiornamento sui risultati sinora ottenuti e ribadire l’impegno dell’ateneo libico a sostenere le future campagne di ricerca scientifica, di grande importanza per la popolazione libica e non solo.

Bengasi. Al termine dell’ultima campagna di ricerca del Cyrenaica Karst Project, il Presidente dell’Università di Bengasi Eiz Eldeen Aldressi (nella foto, al centro) ha voluto incontrare il supervisore internazionale del Progetto, Rosario Ruggieri, ed il Direttore del Dipartimento di Scienze della Terra, Awad Bilal, per rinnovare il sostegno dell’Ateneo per le prossime campagne di ricerca. (Foto Vincenzo Sottosanti/Archivio LIMEN) ca.

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