di Vincenzo Sottosanti
pubblicato il 31 agosto 2026
Il 30 agosto 2026, nel 166° anniversario della nascita di Joe Petrosino, Padula ha celebrato la giornata istituzionale dedicata al detective assassinato a Palermo nel 1909. Nelle stesse ore i media italiani diffondevano la notizia che Silvana Saguto, ex presidente della sezione Misure di prevenzione del Tribunale di Palermo, aveva lasciato il carcere di Rebibbia per una detenzione domiciliare provvisoria. Una coincidenza soltanto temporale, ma dal forte significato simbolico: da una parte un poliziotto diventato emblema dell’integrità delle istituzioni; dall’altra una vicenda giudiziaria che ha contribuito a mettere a dura prova la fiducia dell’opinione pubblica nell’antimafia istituzionale.
Il calendario, qualche volta, accosta storie lontanissime.
Il 30 agosto 2026 il Comune di Padula ha celebrato il 166° anniversario della nascita di Giuseppe “Joe” Petrosino, istituendo ufficialmente la “Giornata Joe Petrosino”, dedicata alla cultura della legalità e al contrasto della criminalità organizzata.
Nelle stesse ore un’altra notizia riportava Palermo e l’antimafia sulle pagine dei giornali.
Silvana Saguto aveva lasciato il carcere di Rebibbia.
L’ex presidente della sezione Misure di prevenzione del Tribunale di Palermo, radiata dalla magistratura e condannata nell’ambito dello scandalo sulla gestione dei beni sequestrati e confiscati alla mafia, era stata ammessa provvisoriamente alla detenzione domiciliare. La Cassazione aveva annullato con rinvio il precedente diniego e, in attesa di una nuova decisione del Tribunale di sorveglianza, erano state considerate l’età e le condizioni di salute dell’ex magistrata.
Le due vicende non hanno evidentemente alcun rapporto tra loro.
Eppure la coincidenza del 30 agosto produce un cortocircuito simbolico.
Perché Petrosino e il caso Saguto conducono, da direzioni opposte, alla stessa domanda:
quanto conta la fiducia dei cittadini nella lotta alla mafia?
Petrosino raccontato dai giornali
La storia di Joe Petrosino è conservata nelle pagine dei quotidiani dell’epoca.
Il New York Tribune del 20 luglio 1895 pubblica il suo nome nell’elenco dei nuovi poliziotti destinati a rinnovare l’ufficio investigativo di New York dopo il grave scandalo di corruzione emerso con l’inchiesta della Commissione Lexow. Nel 1896 The Sun lo cita in prima pagina e, pochi mesi dopo, ancora il New York Tribune annuncia la sua promozione per meriti di servizio.
Sono soprattutto le pagine del The New York Times, però, a raccontare il Petrosino ormai diventato uno dei detective più conosciuti d’America.
Nel 1903 il quotidiano segue il celebre “delitto del barile”, attribuito agli ambienti della cosiddetta “Mano Nera”. Petrosino comprende quanto l’informazione giornalistica possa diventare parte della strategia investigativa: raccontare i casi nei quali commercianti e imprenditori trovano il coraggio di denunciare significa dimostrare alle altre vittime che ribellarsi agli estorsori è possibile.
Nell’intervista pubblicata dal The New York Times il 6 gennaio 1908, contesta inoltre l’immagine sensazionalistica della “Black Hand” come una gigantesca organizzazione unitaria e sostiene la necessità di uno scambio di informazioni tra Stati Uniti e Italia.
La sua intuizione è semplice e moderna: contro la criminalità organizzata non bastano gli arresti. Servono informazione, cooperazione e fiducia dei cittadini nelle istituzioni.
Proprio questa idea lo conduce in Sicilia.
Due funerali di Stato
La sera del 12 marzo 1909 Petrosino viene assassinato con quattro colpi di pistola in piazza Marina, a Palermo.
Due giorni dopo La Stampa dedica ampio spazio all’omicidio nell’articolo Come la “Mano Nera” ha fatto trucidare il capo della polizia italiana a N.Y..
Il 17 marzo, ancora La Stampa, pubblica un titolo particolarmente significativo: La polizia americana si lagna del mutismo della autorità italiane sull’assassinio del Petrosino. Il giornale riferisce delle proteste della polizia di New York per le inefficienze degli investigatori italiani.
Petrosino era arrivato a Palermo per costruire una collaborazione tra due Stati.
Dopo il suo assassinio, proprio quella collaborazione sembra mostrare le prime crepe.
Alla vittima vengono tributati due funerali di Stato, il primo a Palermo e il secondo a New York. È un particolare importante perché le due cerimonie finiscono per raccontare due rapporti profondamente diversi tra cittadini e istituzioni.
Il primo si svolge a Palermo.
Il 20 marzo 1909 La Stampa, nell’articolo Particolari sui funerali del luogotenente Petrosino, racconta le proteste della cittadinanza e la disorganizzazione delle esequie, concluse con quella che la cronaca definisce «la fuga del carro funebre».
Il carro si allontana prima che il rappresentante del Prefetto riesca a pronunciare il discorso previsto.
L’espressione consegna alla storia un’immagine quasi surreale: la “fuga del carro funebre” dell’uomo che lo Stato avrebbe voluto celebrare come eroe.
È qualcosa di più di un incidente di protocollo.
È l’immagine della distanza che può aprirsi tra cittadini e istituzioni.

New York, il secondo funerale
Dall’altra parte dell’Atlantico accade qualcosa di completamente diverso.
Il secondo funerale di Stato trasforma New York in un immenso corteo.
Il Los Angeles Herald del 19 aprile 1909 descrive una mobilitazione straordinaria: circa 7.000 persone prendono parte alla processione e una folla stimata in 250.000 cittadini si dispone lungo la Fifth Avenue per salutare il poliziotto assassinato.
A New York il funerale diventa un rito di appartenenza.
Quelle persone non rendono omaggio soltanto a Petrosino. Manifestano pubblicamente di riconoscersi nella legge che egli rappresentava.
Le due cerimonie dedicate allo stesso uomo mostrano così immagini quasi opposte.
A Palermo un funerale di Stato finisce tra le proteste. A New York un altro funerale di Stato diventa una manifestazione collettiva di fiducia.
Palermo, 1992: la rabbia degli uomini dello Stato
Ottantatré anni dopo, Palermo torna a vivere un funerale come grande rito civile.
Il 23 maggio 1992 l’esplosione di Capaci uccide Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e gli agenti Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani.
Il 25 maggio, migliaia di persone si stringono attorno alla basilica di San Domenico per i funerali di Stato.
Ma questa volta la frattura non attraversa soltanto il rapporto tra cittadini e istituzioni.
Attraversa lo Stato stesso.
Le immagini televisive della cerimonia documentano un clima di tensione difficile da ricondurre alla ritualità ufficiale. I più alti rappresentanti politici vengono duramente contestati. E la rabbia non arriva soltanto dalla gente raccolta attorno alla chiesa.
Arriva anche dai poliziotti.
Gli uomini impegnati nei servizi di scorta e nella Squadra mobile di Palermo hanno appena visto morire tre colleghi insieme al magistrato che avevano il compito di proteggere.
La loro protesta investe i vertici delle istituzioni.
Lo stesso capo della Polizia Vincenzo Parisi, commentando successivamente la rabbia manifestata dai poliziotti palermitani durante i funerali, riconoscerà che gli uomini delle scorte e della Squadra mobile “avevano ragione”. Le cronache ricordano inoltre che Parisi fu uno dei pochi rappresentanti dello Stato a scegliere di uscire dall’ingresso principale di San Domenico e seguire a piedi, sotto la pioggia, le cinque bare.
È un’immagine potentissima perché questa volta a contestare lo Stato sono anche uomini dello Stato.
La rabbia non nasce dal rifiuto delle istituzioni.
Nasce dalla sensazione di essere stati lasciati soli.
La voce di Rosaria Costa
Poi davanti al microfono arriva Rosaria Costa, ventiduenne vedova di Vito Schifani e madre di un bambino di appena quattro mesi.
La sua voce trema.
Si rivolge direttamente agli uomini della mafia. Dice che anche per loro esiste una possibilità di perdono e pronuncia parole destinate a entrare nella memoria collettiva:
«Io vi perdono, però vi dovete mettere in ginocchio, se avete il coraggio di cambiare».
Poi la voce si spezza.
Rosaria piange.
La chiesa applaude.
Per qualche istante quella giovane donna riesce a esprimere ciò che nessun discorso ufficiale sembra capace di dire con la stessa forza.
Il dolore privato diventa coscienza collettiva.
E proprio il contrasto con la rabbia esplosa attorno alle autorità rende quella scena ancora più significativa.
La folla e gli stessi poliziotti non stanno rifiutando lo Stato.
Stanno distinguendo tra gli uomini dello Stato nei quali continuano a credere e lo Stato al quale chiedono conto di non essere riuscito a proteggerli.
È una distinzione fondamentale.
Perché la rabbia che attraversa Palermo nasce dalla richiesta che le istituzioni siano all’altezza degli uomini che sono morti rappresentandole.
Pochi mesi prima, il 30 agosto 1991 — ancora una volta nel giorno della nascita di Petrosino — Giovanni Falcone, intervistato dal giornalista RAI Gianfranco D’Anna, commentava l’omicidio dell’imprenditore Libero Grassi, ucciso in giorno prima dopo essersi pubblicamente ribellato al racket delle estorsioni.
Falcone sottolineava che non si può pretendere eroismo da cittadini inermi, la risposta deve venire dallo Stato, chiamato a mobilitare nella lotta «tutte le forze migliori delle istituzioni».
Parole pronunciate all’indomani dell’assassinio di un uomo che aveva avuto il coraggio di ribellarsi al racket.
È forse questa la questione che unisce Petrosino, Libero Grassi, Falcone, gli uomini delle scorte e le folle dei funerali di Palermo:
la fiducia.
Quando l’antimafia ferisce se stessa
Dopo le stragi, uno degli strumenti più importanti della risposta dello Stato diventa l’aggressione ai patrimoni mafiosi.
Sequestrare aziende, terreni e immobili significa colpire il potere economico delle organizzazioni criminali. Destinare quei beni alla collettività aggiunge un significato ancora più forte: ciò che la mafia ha sottratto alla società torna alla società.
Per questo la vicenda giudiziaria che ha coinvolto Silvana Saguto ha avuto conseguenze che superano largamente la responsabilità individuale dell’ex magistrata.
Saguto aveva presieduto la sezione Misure di prevenzione del Tribunale di Palermo, uno degli uffici dal più alto valore simbolico nell’antimafia patrimoniale.
Nel 2023 la Cassazione ha reso definitive le responsabilità per i reati più gravi di corruzione e concussione. Nel luglio 2025 la Corte d’appello di Caltanissetta ha rideterminato la pena in 7 anni e 11 mesi.
Il problema, però, non riguarda soltanto una sentenza.
Quando fenomeni corruttivi emergono proprio nel sistema incaricato di amministrare i patrimoni sottratti alla mafia, viene colpito uno dei simboli più potenti della credibilità dello Stato.
Lo stesso 30 agosto
Il 30 agosto 2026, dunque, due immagini si sovrappongono.
Padula celebra Joe Petrosino, nato esattamente 166 anni prima.
Nelle stesse ore i media annunciano che Silvana Saguto ha lasciato Rebibbia per una detenzione domiciliare provvisoria.
La misura concessa all’ex magistrata appartiene alle garanzie previste dall’ordinamento e non mette in discussione la condanna definitiva.
La coincidenza interessante è un’altra.
Nello stesso giorno tornano davanti all’opinione pubblica due immagini profondamente diverse del rapporto tra antimafia e istituzioni.
Petrosino è il poliziotto che costruisce fiducia nello Stato.
Il caso Saguto è una delle vicende che quella fiducia hanno contribuito a incrinare.
I numeri della sfiducia
I sondaggi mostrano quanto il problema sia attuale.
Il 16 gennaio 2023, dopo trent’anni di latitanza, viene arrestato Matteo Messina Denaro.
È un risultato investigativo straordinario.
Eppure, appena tre mesi dopo, un’indagine Demos-Libera rileva che soltanto il 12% degli italiani ritiene che la cattura abbia indebolito il sistema mafioso.
Otto cittadini su dieci pensano che la mafia sia forte come prima.
Un’indagine di Libera del 2022 aveva già rilevato che per il 65% degli intervistati stavano aumentando contemporaneamente il potere delle mafie e la diffusione della corruzione.
I numeri raccontano una trasformazione.
Nella percezione collettiva i confini tra mafia, corruzione, professionisti, economia e pubblica amministrazione diventano progressivamente meno nitidi.
La mafia non è più soltanto l’organizzazione delle stragi.
È percepita come un sistema capace di entrare silenziosamente nei circuiti economici, amministrativi e finanziari.
È in questo scenario che il caso Saguto produce il danno simbolico più profondo.
Perché può generare una domanda devastante:
se persino chi ha ricoperto un ruolo di vertice nell’antimafia può essere condannato per corruzione, di chi possiamo fidarci?
La battaglia della fiducia
Le pagine dei quotidiani di oltre un secolo fa sembrano parlare ancora al presente.
La Stampa racconta un funerale di Stato a Palermo che termina con la «fuga del carro funebre».
Il Los Angeles Herald racconta il secondo funerale di Petrosino, con centinaia di migliaia di persone lungo le strade di New York.
Nel 1992 le telecamere mostrano invece qualcosa di ancora più doloroso: uomini dello Stato che piangono altri uomini dello Stato e manifestano apertamente la propria rabbia verso i vertici delle stesse istituzioni alle quali appartengono.
Poi arriva la voce spezzata di Rosaria Costa.
Sono immagini separate da ottantatré anni, ma raccontano la stessa cosa.
La lotta alla mafia non può vivere soltanto di repressione.
Ha bisogno di comunità.
E una comunità esiste soltanto quando può fidarsi delle proprie istituzioni.
Forse è questa la battaglia più difficile.
Non soltanto arrestare i mafiosi.
Non soltanto sequestrarne i patrimoni.
Non soltanto celebrare gli eroi dopo la loro morte.
Ma costruire uno Stato capace di meritare, ogni giorno, la fiducia dei propri cittadini.
Il 30 agosto 2026 il calendario ha accostato casualmente Joe Petrosino e Silvana Saguto.
Tra le due storie non esiste alcun legame.
Esiste però una domanda che le attraversa entrambe:
come può uno Stato conquistare e conservare la fiducia della propria comunità?
La risposta probabilmente non si trova nei monumenti dedicati agli eroi, né nelle commemorazioni che ogni anno ne rinnovano la memoria.
Si trova nella capacità di fare dell’integrità per cui quegli uomini vengono ricordati il comportamento ordinario delle istituzioni.
Perché uno Stato non dovrebbe avere bisogno della morte di Petrosino, della rabbia dei poliziotti di Palermo, della voce spezzata di Rosaria Costa o delle bare di Capaci e di via D’Amelio per ritrovare la fiducia dei propri cittadini.



