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Ragusa Foto Festival 2026: il Mediterraneo raccontato attraverso la fotografia

di Redazione LIMEN

pubblicato il 24 agosto 2026

Dal 27 agosto al 27 settembre Ragusa Ibla torna a trasformarsi in un grande spazio dedicato alla fotografia contemporanea. La quattordicesima edizione del Ragusa Foto Festival sceglie come tema gli “Archetipi Mediterranei”: immagini, territori e comunità diventano strumenti per interrogare il presente e immaginare il futuro del Sud.

Ci sono luoghi nei quali una mostra fotografica non termina sulle pareti di una sala. Esce dalle cornici, attraversa una strada, incontra una facciata barocca, entra in una piazza e finisce per cambiare temporaneamente il modo in cui guardiamo una città.

È ciò che accade a Ragusa Ibla, dove alla fine di agosto il patrimonio architettonico diventa nuovamente scenario del Ragusa Foto Festival, una delle manifestazioni dedicate alla fotografia contemporanea più longeve della Sicilia.

La quattordicesima edizione si apre il 27 agosto 2026, con quattro giornate inaugurali fino al 30 agosto, mentre le esposizioni resteranno visitabili fino al 27 settembre. Palazzo Cosentini, Palazzo La Rocca, la chiesa di San Vincenzo Ferreri e il Giardino Ibleo diventano i punti di una geografia culturale disseminata nel centro storico della città.

“Ragusa Foto Festival – Archetipi Mediterranei”

Data e luogo: 27 agosto – 27 settembre. Ragusa Ibla.

Sito ufficiale manifestazione: Foto Festival Ragusa 2026

Una storia cominciata nel 2012

Il festival nasce nel 2012 e fin dall’inizio lega la fotografia alla riflessione sul territorio e sul Mediterraneo. Secondo la sua stessa dichiarazione d’identità, Ragusa Foto Festival vuole essere uno spazio nel quale differenti linguaggi visivi e discipline possano dialogare, mantenendo una particolare attenzione per il Mezzogiorno, per i giovani autori e per le trasformazioni sociali e culturali che attraversano i territori mediterranei.

La manifestazione è promossa da Antiruggine APS, associazione culturale senza scopo di lucro nata anch’essa nel 2012 con l’obiettivo di favorire processi di rigenerazione culturale nel Sud attraverso formazione, partecipazione e promozione territoriale. Direttrice e fondatrice del festival è Stefania Paxhia, mentre la direzione artistica è affidata ad Alessandra Mauro.

Scorrere i titoli delle precedenti edizioni significa quasi ricostruire un piccolo vocabolario delle trasformazioni del nostro tempo: Sicilia e Fotografia nel 2012, Luce dal Sud: Abitare la Catastrofe nel 2013, Mediterraneo nel 2015, La Metamorfosi del Territorio nel 2017, Rotte di Collisione nel 2018, Relazioni nel 2023, Prendersi una Pausa nel 2024 e Oltre l’apparenza nel 2025.

La fotografia, dunque, non viene proposta semplicemente come esercizio estetico. È uno strumento per osservare il cambiamento.

Archetipi Mediterranei

Il titolo scelto per il 2026, “Archetipi Mediterranei”, porta questa ricerca direttamente nel cuore dell’identità del festival.

L’idea parte da una riflessione: in società sempre più frammentate, i miti antichi offrivano alle comunità sistemi comuni attraverso i quali interpretare il mondo. Oggi la fotografia può tentare qualcosa di simile, costruendo relazioni tra esperienze, luoghi e persone differenti.

Il punto di partenza è il Mediterraneo, ma la questione riguarda l’intero Paese. Spopolamento, trasformazioni economiche, rivoluzione tecnologica, fragilità ambientale e ridefinizione delle identità locali attraversano ormai tanto le aree interne quanto le grandi città.

Il festival propone così la fotografia come possibile dispositivo di coesione: non uno strumento per cancellare le differenze, ma per metterle in relazione e renderle comprensibili. Nelle province, nei paesaggi quotidiani e nei comportamenti collettivi continuano infatti a manifestarsi forme profonde della vita sociale dalle quali possono nascere, secondo il concept della manifestazione, nuovi “miti contemporanei”.

Ed è significativo che questo ragionamento avvenga proprio a Ragusa.

Una città ricostruita dopo il terremoto del 1693, profondamente trasformata dalla relazione fra uomo, pietra e territorio, diventa laboratorio per interrogarsi sulle trasformazioni contemporanee.

La spiaggia come specchio della società

Tra le mostre più significative dell’edizione 2026 c’è “Spiagge” di Massimo Vitali, ospitata a San Vincenzo Ferreri.

La spiaggia, apparentemente uno spazio ordinario della vacanza, diventa nell’opera di Vitali un gigantesco osservatorio antropologico.

Il festival collega idealmente questa ricerca al viaggio compiuto nel 1959 da Pier Paolo Pasolini e dal fotografo Paolo Di Paolo lungo le coste italiane. Anche allora il mare e le spiagge servirono per osservare un Paese che stava rapidamente cambiando.

Vitali utilizza frequentemente punti di osservazione sopraelevati. La distanza permette di trasformare gruppi di bagnanti, movimenti e piccoli gesti quotidiani in grandi scene collettive. Dentro quelle immagini apparentemente leggere emergono comportamenti sociali, rituali, gerarchie, solitudini e relazioni.

La spiaggia diventa così uno degli archetipi italiani: uno spazio pubblico temporaneo nel quale una società, apparentemente senza difese, finisce per mostrarsi.

Dall’altra parte del Mediterraneo

Ma il Mediterraneo raccontato a Ragusa non coincide soltanto con l’Italia.

Una sezione dell’edizione è significativamente intitolata “Dall’altra parte del Mediterraneo” e porta a Ragusa prospettive provenienti da altri paesi che condividono lo stesso mare.

Con “I Messaggeri”, l’artista e regista greca Evangelia Kranioti affronta il tema delle migrazioni attraverso la figura mitologica di Hermes, dio delle soglie, dei viaggi e delle transizioni.

Il mito antico viene così trasferito nel presente: i corpi dei migranti e le immagini dell’antichità entrano nello stesso spazio simbolico. Il Mediterraneo della mitologia incontra quello delle migrazioni contemporanee, trasformando una figura archetipica in una domanda sulla società europea di oggi.

Dalla Tunisia arriva invece lo sguardo di Zied Ben Romdhane, fotografo documentarista e membro di Magnum Photos. In “Sotto la sabbia” racconta i villaggi del sud tunisino minacciati dall’avanzamento delle dune.

Case, strade e terreni agricoli vengono progressivamente ricoperti dalla sabbia, mentre una parte degli abitanti è costretta ad abbandonare i luoghi d’origine. La fotografia diventa qui racconto di una lotta fra uomo e natura, ma anche riflessione sulla memoria e sul rischio che un territorio possa letteralmente scomparire.

Con il fotografo marocchino-belga Mous Lamrabat, invece, il Mediterraneo diventa contaminazione culturale. In Saluti dal Mousganistan Oriente e Occidente, cultura popolare, moda, simboli della globalizzazione e tradizioni marocchine vengono mescolati attraverso immagini costruite con ironia e colori intensi.

Non due mondi contrapposti, dunque, ma identità capaci di sovrapporsi.

Fotografare la fragilità della Sicilia

Una delle sezioni più legate all’attualità siciliana è il progetto “Niscemi. Un racconto” di Alessio Mamo.

Il fotogiornalista è stato incaricato dal festival di documentare le conseguenze della grande frana che nel gennaio 2026 ha interessato il centro abitato di Niscemi. Il lavoro raccoglie fotografie aeree, ritratti, immagini della quotidianità e testimonianze video.

Il progetto, tuttavia, non vuole limitarsi alla registrazione immediata dell’emergenza. Il Ragusa Foto Festival dichiara di voler continuare la documentazione fotografica del territorio almeno fino all’edizione 2027.

È una scelta importante perché attribuisce alla fotografia una funzione che il giornalismo contemporaneo spesso rischia di perdere: tornare nei luoghi dopo che l’emergenza ha smesso di occupare le prime pagine.

Niscemi diventa così una storia di fragilità ambientale ma anche di memoria, ricostruzione e capacità di una comunità di riorganizzare la propria vita dopo una frattura.

Non a caso, il 29 agosto il Giardino Ibleo ospiterà anche l’incontro “Identità, territori, comunità e Sud”, dedicato a spopolamento, fragilità ambientale, crisi e racconto dell’emergenza. L’appuntamento, con la partecipazione fra gli altri di Alessio Mamo e del giornalista Nello Scavo, è valido anche per tre crediti formativi professionali per i giornalisti.

La pietra che racconta Ragusa

Forse il progetto che più direttamente mette in relazione fotografia e territorio ibleo è però “La pietra che ha fatto Ragusa” di Anna Di Prospero.

È il risultato della terza residenza d’artista organizzata dal festival in collaborazione con la Fondazione Banca Agricola Popolare di Ragusa di BAPS.

Di Prospero ha scelto di lavorare sulla pietra pece, materia strettamente legata alla storia economica e industriale ragusana, e sui luoghi dell’estrazione mineraria.

Il suo percorso attraversa siti come Streppenosa, Tabuna, Castelluccio e Gonfalone, mettendo in relazione corpo, paesaggio, memoria industriale e trasformazione del territorio.

La pietra non è più soltanto materia geologica. Diventa archivio.

Nelle cave rimangono le tracce dell’attività umana che per decenni ha modificato il paesaggio e contribuito allo sviluppo economico della città. Attraverso l’autoritratto, Di Prospero inserisce il corpo dentro questi spazi quasi come un’unità di misura, creando un dialogo fra l’individuo e la dimensione fisica della roccia.

È difficile immaginare un tema più profondamente ragusano.

La stessa città barocca che ospita il festival è nata dalla pietra. Le cave, i muri, le scale, i palazzi e le chiese raccontano continuamente il rapporto fra geologia e storia umana.

Una città diventa spazio espositivo

Il valore del Ragusa Foto Festival risiede anche nella sua capacità di evitare la separazione tra evento culturale e città.

Le fotografie vengono esposte all’interno di Palazzo Cosentini, Palazzo La Rocca e San Vincenzo Ferreri, mentre il Giardino Ibleo diventa luogo degli incontri pubblici.

Chi attraversa il festival, quindi, attraversa inevitabilmente Ragusa Ibla.

E accade qualcosa di interessante: il visitatore guarda le fotografie, ma contemporaneamente impara a guardare il territorio che le ospita.

L’architettura tardobarocca, le cave, i vicoli, le scale e il paesaggio degli Iblei entrano indirettamente nell’esperienza espositiva. Il festival diventa così anche uno strumento di promozione culturale del territorio, capace di attirare un pubblico interessato non soltanto alla fotografia ma alla storia, all’architettura e al paesaggio.

È probabilmente questa una delle caratteristiche più interessanti della manifestazione.

In un’epoca nella quale miliardi di fotografie vengono prodotte, consumate e dimenticate ogni giorno, Ragusa Foto Festival sembra voler recuperare soprattutto il tempo dello sguardo.

Guardare un’immagine significa fermarsi.

Osservare.

Mettere in relazione ciò che vediamo con ciò che conosciamo.

Ed è forse proprio questo il significato più profondo degli “Archetipi Mediterranei” scelti per il 2026: ricordarci che il Mediterraneo non è soltanto uno spazio geografico, ma una gigantesca stratificazione di memorie, migrazioni, paesaggi, conflitti e incontri.

Per quasi un mese, dal 27 agosto al 27 settembre 2026, Ragusa Ibla proverà a raccontare questa complessità attraverso la fotografia.

E la città stessa, con la sua pietra, le sue piazze e le sue stratificazioni storiche, finirà inevitabilmente per diventare parte del racconto.

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