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Pedro Cano, Ragusa e la luce mediterranea

Quarant’anni fa intuì una città che ancora non riusciva a vedere. Oggi la porta a Bilbao in un quaderno di acquarelli. Tra questi due momenti scorrono pittura, amicizie, la cittadinanza onoraria e una domanda sul futuro di una bellezza conservata: può Ragusa diventare non soltanto una città da visitare, ma nella quale scegliere di vivere?

Vincenzo Sottosanti
Vincenzo Sottosanti

IN BREVE

Pedro Cano sta preparando la partenza per Bilbao. È il 5 settembre 2026 e, mentre parliamo, tra le cose che porterà con sé ce n’è una che appartiene profondamente a Ragusa: un quaderno di acquarelli.

Nei prossimi giorni il pittore spagnolo lavorerà con gli studenti della Facoltà delle Arti e della Facoltà di Architettura. Quel quaderno gli servirà per spiegare qualcosa che apparentemente riguarda soltanto la pittura.

«Lo sto portando per mostrare come fare bene un acquarello, per far vedere come appare un’immagine se è in equilibrio con tutto il foglio di carta. Molti si dimenticano dell’importanza della totalità dell’immagine».

Cano parla di composizione, di vuoti, di pieni, del rapporto che ogni elemento deve stabilire con ciò che lo circonda.

Ma è difficile ascoltarlo senza pensare alla città che quelle pagine rappresentano.

Ragusa possiede oggi un’immagine di straordinaria forza.

Il Barocco, le scale, le chiese, la pietra chiara, i palazzi adagiati sui pendii, l’intreccio visivo tra Ragusa superiore e Ibla hanno costruito uno dei paesaggi urbani più riconoscibili della Sicilia.

Eppure, secondo la stessa lezione che Cano porterà a Bilbao, nessuna immagine può essere giudicata isolandola dal foglio sul quale è dipinta.

Il patrimonio è una parte dell’immagine. Poi ci sono le persone: le case abitate e quelle vuote, il lavoro, i giovani che partono, i servizi, i collegamenti, il turismo, i quartieri storici che hanno bisogno di essere restaurati ma soprattutto di continuare a vivere.

Quarant’anni di rapporto tra Pedro Cano e Ragusa sembrano condurre esattamente a questa domanda: può una città salvare la propria bellezza senza perdere ciò che quella bellezza dovrebbe contenere?

Ragusa Ibla secondo Pedro Cano. La città emerge dalla luce più che dal disegno: forme, architetture e paesaggio si dissolvono nell’atmosfera. Per Cano dipingere significa cogliere l’equilibrio tra luce, spazio e memoria, lasciando che l’acquarello suggerisca più di quanto descriva.
Ragusa Ibla vista da Pedro Cano. La città emerge dalla luce più che dal disegno: forme, architetture e paesaggio si dissolvono nell’atmosfera. Per Cano dipingere significa cogliere l’equilibrio tra luce, spazio e memoria, lasciando che l’acquarello suggerisca più di quanto descriva.

La città che ancora non riusciva a vedere

Il rapporto di Pedro Cano con Ragusa comincia molto prima dell’UNESCO, prima del turismo internazionale e prima che il paesaggio degli Iblei entrasse nelle case di milioni di italiani attraverso il Commissario Montalbano.

Comincia quasi per caso, durante un viaggio in autobus.

Cano stava tornando a Roma da Palazzolo Acreide.

«A quei tempi il modo più diffuso di muoversi in Italia era l’autobus».

A Ragusa doveva soltanto cambiare mezzo per proseguire verso Palermo. Scese alla fermata e si trovò davanti una piccola chiesa.

La ricorda ancora.

«Era stupenda, un po’ malmessa, nella parte bassa della città».

Non conosceva Ragusa. Da quel punto non riusciva nemmeno a comprenderne la forma. Non aveva davanti una veduta panoramica capace di spiegargli dove fosse arrivato.

Eppure qualcosa lo trattenne.

«È stato in quel momento che ho detto a me stesso: questo è un posto interessante, è un posto in cui devo ritornare. Avevo percepito che c’era qualcosa, c’era una città che non vedevo ma che sentivo il bisogno di esplorare».

Forse il rapporto tra un pittore e un luogo comincia proprio così. Non necessariamente dalla bellezza evidente, ma da qualcosa di incompleto, da una forma che ancora non si comprende, dalla sensazione che dietro ciò che si vede esista un’immagine più grande.

La Ragusa incontrata da Cano era molto diversa da quella di oggi.

Era una città periferica, difficile da raggiungere, lontana dai grandi itinerari culturali italiani. Il suo patrimonio non possedeva ancora la certificazione internazionale che sarebbe arrivata molti anni dopo.

Cano, però, aveva già deciso di ritornare.

Passarono alcuni anni prima che potesse mantenere quella promessa fatta a se stesso.

A riportarlo a Ragusa fu Cassiano Scribano, figura centrale della vita culturale iblea.

«Era venuto a Roma per offrirmi la possibilità di fare una mostra a Ragusa. Gli dissi che non avevo molto materiale e che non conoscevo bene la Sicilia, ma lui insistette».

Cano propose allora Sedici quaderni a Sud: lavori realizzati durante i suoi viaggi tra Turchia, Grecia e altri paesaggi mediterranei.

«Erano un po’ di cose sempre al sole, sempre al sud».

La mostra fu allestita alla Galleria Ibiscus, oggi scomparsa.

A distanza di anni Cano conserva un ricordo preciso di Scribano.

«Aveva orientato molto lo spazio culturale di Ragusa. Aveva contatti stupendi e questo gli permetteva di fare mostre molto, molto belle».

Ma ciò che rimase di quell’esperienza non fu soltanto una mostra.

«A partire dalla mostra fatta con Scribano ho iniziato a sentire Ragusa come una cosa mia».

È probabilmente una delle frasi più importanti per comprendere tutto ciò che sarebbe venuto dopo.

Da quel momento il rapporto di Cano con Ragusa smette di essere semplicemente quello di un pittore con un paesaggio. Diventa un rapporto con le persone.

Durante quell’esperienza incontra Saro Spata.

«È una delle poche persone che considero un vero amico. Quando si è sposato sono venuto in Sicilia per partecipare come testimone al suo matrimonio».

La città che inizialmente non riusciva nemmeno a vedere prende lentamente una forma. Non soltanto nei suoi acquarelli, ma nella sua vita.

Pedro Cano disegna il Giovane di Mozia. Davanti alle tracce delle civiltà del passato, Cano cerca ciò che resiste al tempo: «Sono icone di un mondo passato». Nel suo IX Mediterranei la Sicilia è rappresentata anche attraverso tre sculture che considera straordinarie: la Venere di Siracusa, il Satiro danzante di Mazara del Vallo e il Giovane di Mozia, «tre momenti incredibili» della storia e dell’arte mediterranea.
Pedro Cano disegna il Giovane di Mozia. Davanti alle tracce delle civiltà del passato, Cano cerca ciò che resiste al tempo. Nel suo IX Mediterranei la Sicilia è rappresentata anche attraverso tre sculture che considera straordinarie: la Venere di Siracusa, il Satiro danzante di Mazara del Vallo e il Giovane di Mozia, «tre momenti incredibili» della storia e dell’arte mediterranea. Foto Saro Spata / Archivio Fundación Pedro Cano

Prima dell’UNESCO

Quando Cano scopre Ragusa, il processo di recupero del centro storico è già cominciato.

La legge regionale 61 del 1981 aveva avviato un grande intervento di tutela di Ibla e dei quartieri storici, destinando risorse alla salvaguardia architettonica e alla loro rivitalizzazione.

Il riconoscimento internazionale sarebbe arrivato il 26 giugno 2002, quando le città tardo barocche del Val di Noto furono iscritte nella World Heritage List dell’UNESCO. Tra queste, Ragusa e il patrimonio nato dalla ricostruzione successiva al terremoto del 1693.

Pedro Cano aveva però riconosciuto Ragusa molti anni prima.

Sono due riconoscimenti profondamente diversi.

L’UNESCO certifica il valore universale di un patrimonio. Un pittore riconosce il carattere di un luogo.

Il primo giudizio nasce da criteri istituzionali e scientifici. Il secondo dalla percezione.

Cano ritorna più volte. Dipinge, espone, insegna.

Organizza anche un corso di pittura perché, racconta, voleva «far conoscere quella città a persone non solo italiane ma anche di altri paesi».

Arrivano studenti dalla Spagna e dalla Grecia.

E ciò che portano con sé quando ripartono non è soltanto l’immagine del Barocco.

«La gente partiva da Ragusa con l’idea di aver scoperto una città curiosa, una città con un passato enorme che ancora conservava uno spirito particolare: da una parte storico e dall’altra quotidiano».

Storico e quotidiano.

È forse una delle definizioni più efficaci che Cano offre della città.

Una città d’arte vive proprio nell’equilibrio tra queste due dimensioni. Il patrimonio consente alla memoria di attraversare il tempo. La quotidianità impedisce alla memoria di trasformarsi in museo.

Il problema nasce quando ciò che deve essere conservato finisce per prevalere su ciò che deve continuare a vivere.

Pedro Cano durante il seminario di pittura tenuto a Ragusa nel 2011. In quei giorni la città gli conferì la cittadinanza onoraria. Cano ricorda ancora la sala del Comune piena di allievi e amici e, soprattutto, la sorpresa di quel riconoscimento: non se lo aspettava e ne conserva il ricordo come uno dei momenti più emozionanti del suo rapporto con Ragusa. Foto Fiorella Fiore / Archivio Fundación Pedro Cano
Pedro Cano durante il seminario di pittura tenuto a Ragusa nel 2011. In quei giorni la città gli conferì la cittadinanza onoraria. Cano ricorda ancora la sala del Comune piena di allievi e amici e, soprattutto, la sorpresa di quel riconoscimento: non se lo aspettava e ne conserva il ricordo come uno dei momenti più emozionanti del suo rapporto con Ragusa. Foto Fiorella Fiore / Archivio Fundación Pedro Cano

Quando Ragusa riconobbe Pedro Cano

Nel 2011 il rapporto costruito lentamente tra il pittore e la città riceve anche un riconoscimento istituzionale.

La Città di Ragusa conferisce a Pedro Cano la cittadinanza onoraria.

Quindici anni dopo, parlando di quella giornata, Cano ricorda l’emozione e la sorpresa.

Non se l’aspettava.

Nella sua memoria è rimasta la sala del Comune piena di cittadini ragusani. C’erano gli allievi che avevano frequentato i suoi corsi. C’erano gli amici incontrati durante gli anni trascorsi a conoscere la città.

Forse è proprio questo dettaglio a spiegare il significato più profondo di quella cittadinanza.

Un’onorificenza può essere deliberata da un’amministrazione. Un’appartenenza, invece, deve essere costruita.

Quella sala piena restituiva pubblicamente a Cano qualcosa che era iniziato molti anni prima, quando un pittore era sceso da un autobus e aveva deciso che sarebbe tornato in una città che ancora non riusciva a vedere.

Prima Cano scopre Ragusa. Poi torna per dipingerla. La porta nei suoi quaderni, la mostra agli allievi italiani e stranieri, costruisce amicizie.

E infine Ragusa compie il percorso inverso: riconosce lui come parte della propria storia.

La cittadinanza del 2011 rende ufficiale un’appartenenza che per Cano era diventata affettiva molto tempo prima.

Case ragusane nello sguardo di Pedro Cano. La bellezza preservata dalla distanza convive con la fragilità di un territorio che proprio nella sua marginalità ha trovato protezione, ma anche isolamento, partenze e case che rischiano di svuotarsi. Nell’acquarello, la città appare sospesa tra ciò che è riuscita a conservare e ciò che deve ancora riuscire a trattenere.
Case ragusane nello sguardo di Pedro Cano. La bellezza preservata dalla distanza convive con la fragilità di un territorio che proprio nella sua marginalità ha trovato protezione, ma anche isolamento, partenze e case che rischiano di svuotarsi. Nell’acquarello, la città appare sospesa tra ciò che è riuscita a conservare e ciò che deve ancora riuscire a trattenere.

La bellezza e il prezzo della distanza

Pedro Cano conosce bene il Mediterraneo.

Ha dipinto la Spagna, l’Italia, la Grecia e molti dei luoghi che si affacciano sullo stesso mare.

Ed è proprio guardando alle isole greche che formula una delle osservazioni più interessanti su Ragusa.

«In Grecia le isole che si sono conservate meglio sono quelle lontano dagli aeroporti».

Poi trasferisce il ragionamento negli Iblei.

«Ragusa non ha ancora un aeroporto proprio, per cui bisogna andare a Catania o, quando è possibile, a Comiso. Questo isolamento ha salvato soprattutto il tessuto urbano particolare di Ibla».

È un paradosso che appartiene a molti luoghi del Mediterraneo.

Ciò che per decenni è stato considerato uno svantaggio — la distanza, la marginalità, la difficoltà di essere raggiunti — può avere contribuito a proteggere un patrimonio. La perifericità può avere rallentato trasformazioni urbanistiche e pressioni immobiliari che altrove hanno modificato profondamente coste e città.

Ma Cano introduce immediatamente una distinzione.

«Questo isolamento ha salvato soprattutto il tessuto urbano particolare di Ibla, mentre ha mal conservato un’altra parte della città».

È qui che la sua osservazione diventa contemporanea.

Perché la distanza che può proteggere le pietre può nello stesso tempo complicare la vita delle persone.

Ragusa ha conservato un patrimonio straordinario, ma appartiene a un Mezzogiorno nel quale molti giovani continuano a cercare altrove opportunità di formazione e lavoro qualificato.

Non esiste naturalmente un rapporto causale tra il recupero di Ibla e l’emigrazione giovanile. Esiste però una stessa condizione territoriale che può produrre conseguenze opposte: preservare un paesaggio e rendere più difficile restarvi.

Cano, però, non osserva Ragusa attraverso statistiche. La guarda.

E nella sua lettura della città c’è qualcosa di sorprendentemente vicino allo sguardo di un urbanista.

«La città ha una cosa molto interessante, questa specie di taglio tra Ibla e Ragusa».

Quel taglio geografico diventa anche umano.

«Ibla è diventata un posto più raffinato, dove ci sono le cose più belle, invece la parte ragusana è più una parte di persone, un luogo dove il legame tra le persone e il territorio è più profondo».

Poi torna alla forma.

«Ragusa è tutta fatta su un pendio, un obliquo dove i palazzi, le strade si avvicendano con delle linee rette orizzontali che vengono tagliate dai corsi. Qui c’è una distribuzione barocca meravigliosa, legata alle conseguenze del famosissimo terremoto del 1693».

È una descrizione urbanistica, ma sembra anche la costruzione di un quadro.

Pendii, linee, tagli, volumi: Cano non osserva semplicemente gli edifici, cerca il rapporto tra le parti.

Vede la bellezza, ma non la idealizza.

«L’Italia dovrebbe avere più attenzione per Ragusa perché si conserva ancora molto bene, nonostante alcuni interventi molto violenti, con costruzioni invasive, con architetture molto moderne».

Poi sintetizza tutto in due parole:

«Ragusa va curata».

Pedro Cano

Non semplicemente restaurata.

Curata.

Tra i luoghi che richiama alla sua attenzione c’è il quartiere San Paolo.

«È proprio appoggiato alla pietra. È un quartiere meraviglioso ma se non si fa qualcosa…».

La frase rimane sospesa.

Cano pensa perfino alla possibilità di utilizzare risorse europee.

«Bisognerebbe chiedere soldi alla Comunità Europea per salvare uno dei luoghi più interessanti che ha la Sicilia».

Quando parla del proprio quaderno dedicato a Ragusa, torna alle case.

Vede «palazzi antichi che chiedono “aiutatemi”, “fate in modo che non caschi”».

Forse è una delle immagini più potenti di tutta la conversazione.

Il pittore guarda le facciate e immagina che siano gli edifici stessi a chiedere aiuto.

Ma salvare una casa non significa soltanto impedirle di cadere. Significa permettere che qualcuno possa continuare ad abitarla.

Il 2 settembre, appena tre giorni prima della nostra conversazione, il Comune di Ragusa ha annunciato un bando da 900 mila euro destinato alla residenzialità nel centro storico, con contributi per il recupero di immobili inutilizzati o degradati.

È un segnale significativo.

Ma il problema non può essere soltanto edilizio.

Dietro le finestre devono tornare ad accendersi le luci. Servono famiglie, attività, servizi, professioni, bambini, negozi.

Servono soprattutto ragioni per restare.

Ibla secondo Pedro Cano. Nell’acquarello la città conserva la sua complessità, fatta di case, vuoti, ombre e stratificazioni. È l’opposto di una scenografia costruita per il visitatore: per Cano, Ibla deve restare un luogo vivo, capace di custodire la propria identità senza ridursi all’immagine da cartolina che il turismo si aspetta di trovare.
Ibla secondo Pedro Cano. Nell’acquarello la città conserva la sua complessità, fatta di case, vuoti, ombre e stratificazioni. È l’opposto di una scenografia costruita per il visitatore: per Cano, Ibla deve restare un luogo vivo, capace di custodire la propria identità senza ridursi all’immagine da cartolina che il turismo si aspetta di trovare.

Una città non può diventare una scenografia

Pedro Cano non è contrario al turismo.

Sa bene quanto abbia contribuito a rendere visibile Ragusa e l’intero territorio ibleo.

Ma ne comprende anche le ambiguità.

«Il turismo a volte è malinteso, distrugge molte cose».

Subito dopo precisa:

«A Ragusa Ibla non è successo. È ancora meravigliosa».

Ancora.

È una parola importante.

Il turismo ha contribuito al recupero di immobili, ha generato attività economiche, ampliato ristorazione e ricettività e dato agli Iblei una visibilità difficilmente immaginabile quando Cano scese per la prima volta da quell’autobus.

Ma una città non può vivere soltanto di visitatori.

Può aumentare i posti letto destinati ai turisti e diminuire quelli nei quali qualcuno dorme dodici mesi all’anno. Può moltiplicare ristoranti e strutture ricettive e contemporaneamente perdere alcune delle funzioni più elementari della vita quotidiana.

Il rischio è che il luogo finisca per adattarsi progressivamente all’immagine che il visitatore si aspetta.

Cano lo osserva anche attraverso il fenomeno del Commissario Montalbano.

La serie televisiva ha prodotto una promozione straordinaria del territorio ibleo, ma, secondo il pittore, ha generato anche una geografia immaginaria.

«Si è data una visione modificata di tutti i luoghi e della bellezza del Barocco. La gente arriva pensando di trovare la città di Montalbano dove tutto è in un unico posto. Non è così!».

Il cinema e la televisione costruiscono paesaggi. Prendono luoghi lontani, li montano uno accanto all’altro e producono una geografia nuova.

Il rischio comincia quando la geografia reale tenta di assomigliare alla scenografia.

La sfida per Ragusa è fare esattamente il contrario: utilizzare la notorietà conquistata per mostrare a chi arriva che dietro la cartolina esiste una città più complessa, con un’anima ancora da esplorare.

Una città nella quale patrimonio e vita quotidiana non devono diventare antagonisti.

Non soltanto una città da visitare.

Una città da abitare.

Copertina dell'opera "Pedro Cano. Del jardín y del huerto"
Copertina dell’opera “Pedro Cano. Del jardín y del huerto”, volume accompagnato da una testimonianza di Piero Guccione.
Il fondatore del Gruppo di Scicli riconosce in Cano l’eleganza dell’uomo e della pittura, intesa non come semplice forma ma come forza capace di opporsi all’oscurità e alla pesantezza del tempo. Un giudizio che restituisce anche la profondità del loro rapporto: Cano ricorda con affetto Guccione — «Sono felice di averlo conosciuto» — e ne sottolinea la dedizione assoluta alla sua terra, al mare e all’ambiente, oltre alla capacità di essere maestro senza imporre il proprio linguaggio agli artisti che gli stavano accanto.

Piero Guccione e lo spirito dei luoghi

Quando Pedro Cano parla degli Iblei, nel racconto entra inevitabilmente Piero Guccione.

«Sono felice di averlo conosciuto».

Guccione seguiva già a Roma il lavoro del pittore spagnolo.

«Quando esponevo a Roma veniva sempre a vedere cosa facevo».

Negli anni il rapporto si fece più stretto. Cano ricorda ancora l’ultima visita a casa di Guccione, a Scicli.

Ma ciò che più lo colpisce è il rapporto che il maestro siciliano era riuscito a stabilire con il territorio e con gli artisti raccolti attorno all’esperienza del Gruppo di Scicli.

«Ha dedicato anima e corpo a raccontare la terra, il suo mare, l’ambiente, il mondo al quale apparteneva».

Guccione aveva costruito un rapporto radicale con i propri luoghi senza trasformarlo in una scuola fondata sull’imitazione.

«Non c’era la presenza forte, invadente, di un maestro. Gli artisti che gli stavano intorno non erano alienati che copiavano il maestro. Ognuno aveva una propria personalità».

Cano arriva perfino a immaginare una grande mostra dedicata agli artisti del Gruppo di Scicli senza esporre un solo quadro di Guccione.

Un’esposizione, suggerisce, che potrebbe chiamarsi Ricordando Piero oppure Piero ci ha insegnato.

È una riflessione sull’arte che finisce per riguardare anche i territori.

Guccione dimostra che l’identità può essere fortissima senza produrre imitazione. Una lezione che vale anche per Ragusa, chiamata a trovare la propria contemporaneità senza replicare modelli costruiti altrove.

È ciò che Cano cerca di fare quando dipinge.

A Bilbao porterà con sé diversi quaderni, alcuni dei quali raccolgono immagini realizzate durante i suoi corsi. Tra questi ci sarà anche il quaderno di Ragusa, realizzato quest’estate e interamente dedicato alla città.

Poi formula una frase che sembra contenere tutta la sua idea della pittura:

«Quando ti trovi davanti qualcosa non devi produrre una fotografia ma lo spirito di quella cosa».

Pedro Cano

È qui che forse bisogna cercare anche la Ragusa di Pedro Cano.

Non nella riproduzione esatta delle facciate. Non nella cartolina. Non nella scenografia.

Nello spirito del luogo.

E quello spirito è difficile da catturare.

«È complicato rappresentare Ibla. Non è stato facile dipingere quello che c’è dietro la chiesa delle Anime del Purgatorio».

Cano pensa di aver dipinto le cose essenziali della città, ma sa che ogni rappresentazione rimane incompleta.

Ricorda un detto:

«Dipingi una cosa e torna a dipingerla di nuovo».

Perché?

«Perché quando ritorni ti accorgi sempre di aver dimenticato di dipingere qualcosa».

Vale per un quadro.

Forse vale ancora di più per una città.

Ragusa ha restaurato e continua a restaurare una parte importante del proprio patrimonio.

Adesso deve tornare davanti al foglio, guardare nuovamente l’immagine e domandarsi che cosa manca.

Ragusa e la luce mediterranea. «È una luce che corre, che mette in relazione una città con l’altra»: nell’acquarello di Cano la luce non illumina semplicemente le architetture, ma le attraversa, le trasforma e le lega al paesaggio. A Ragusa sembra spostarsi continuamente, facendo emergere, insieme alle forme della città, la sua autenticità più profonda.
Ragusa e la luce mediterranea. «È una luce che corre, che mette in relazione una città con l’altra»: nell’acquarello di Cano la luce non illumina semplicemente le architetture, ma le attraversa, le trasforma e le lega al paesaggio. A Ragusa sembra spostarsi continuamente, facendo emergere, insieme alle forme della città, la sua autenticità più profonda.

La luce che corre

Alla fine della conversazione arriviamo inevitabilmente alla luce.

Pedro Cano ha trascorso una vita a dipingerla.

Gli chiedo se esista una luce specifica dei singoli luoghi oppure se sia possibile parlare di una luce mediterranea.

La risposta parte da Predrag Matvejević e dal Breviario mediterraneo.

Cano ricorda l’immagine di città vicine, alcune sul mare e altre poco più all’interno, unite da qualcosa che non rispetta i confini amministrativi e neppure quelli geografici.

Una luce mobile.

«È una luce che corre, che mette in relazione una città con l’altra».

Nel Ragusano, dice, avviene esattamente questo.

«Nei borghi marini non trovi una luce marina, c’è una luce che si sposta. Grazie a questa luce i borghi marinari sembrano più belli e le città interne si manifestano in tutta la loro autenticità».

Vale per Ragusa, per Modica, per Scicli.

Una luce che attraversa il territorio e lega costa e interno, pietra e mare, città e paesaggio.

Ma Cano aggiunge immediatamente qualcosa che porta il discorso oltre la pittura.

Quell’autenticità «non riguarda soltanto gli edifici ed il tessuto urbano, riguarda anche le persone».

Forse è proprio questo il punto verso il quale conduce l’intera storia.

Per conservare Ragusa non basta conservare Ragusa.

Non bastano le facciate, le chiese, i palazzi, le scale, i campanili e la pietra.

Bisogna conservare la possibilità di viverci.

Quando Pedro Cano arrivò per la prima volta, Ragusa era abbastanza periferica da apparire quasi per caso davanti a un viaggiatore sceso da un autobus.

Non aveva ancora il riconoscimento dell’UNESCO.

Non era ancora diventata uno dei paesaggi di Montalbano.

Non aveva ancora conquistato l’attuale notorietà internazionale.

Ma Cano aveva già percepito qualcosa.

«C’era una città che non vedevo ma che sentivo il bisogno di esplorare».

Quarant’anni dopo quella città viaggia ancora con lui.

È dentro un quaderno che sta per raggiungere Bilbao.

Diventerà una lezione per studenti di Arte e Architettura.

Attraverso quei fogli Cano mostrerà che la qualità di un acquarello dipende dall’equilibrio tra ciò che viene dipinto e l’intera superficie che lo contiene.

Ragusa si trova davanti allo stesso esercizio.

Ha salvato una parte straordinaria della propria immagine.

Ora deve trovare l’equilibrio con tutto il resto: patrimonio e abitanti, memoria e lavoro, turismo e quotidianità, centro e periferia, chi arriva e chi vorrebbe avere una ragione per non partire.

La bellezza, da sola, non basta a salvare una città.

Ma può insegnarle dove guardare.