IN BREVE
L’8 settembre 2026 Ragusa ha celebrato a San Giacomo la conferma della Spiga Verde. In Sicilia il riconoscimento è andato soltanto a tre Comuni: Ragusa, Modica e Vittoria, tutti nel territorio ibleo. Il programma premia politiche legate ad agricoltura sostenibile, uso del suolo, tutela delle aree naturali, gestione dei rifiuti, turismo e partecipazione.
Ma proprio da questa notizia emerge una contraddizione che riguarda direttamente il Parco nazionale degli Iblei. Mentre le istituzioni celebrano un modello fondato sull’equilibrio tra sviluppo e tutela ambientale, una parte della politica e delle categorie produttive continua a contestare il percorso del Parco, che dovrebbe rendere strutturali molti degli stessi obiettivi riconosciuti dalla Spiga Verde.
Il reportage di LIMEN entra nel merito delle ragioni di chi teme nuovi vincoli e ulteriore burocrazia, distinguendo le preoccupazioni concrete dalle opposizioni più difficili da sostenere. E porta un esempio che rende il tema della sostenibilità molto meno astratto: l’inquinamento delle falde che alimentano le sorgenti di Cava della Misericordia, una risorsa storica per Ragusa oggi compromessa dalla contaminazione.
La questione, quindi, non è scegliere tra ambiente e sviluppo. È capire quale Parco degli Iblei possa davvero funzionare: capace di tutelare acqua, paesaggio e biodiversità senza trasformarsi in un nuovo ostacolo per agricoltori, allevatori e imprese.
L’ARTICOLO
Vista dal cielo, la diga di Santa Rosalia potrebbe sembrare un lago naturale.
L’acqua segue le pieghe della valle, penetra tra i rilievi, riflette le nuvole. Intorno, pascoli, coltivazioni e boschi disegnano il paesaggio, mentre l’Irminio continua a incidere gli Iblei come faceva molto prima della nostra presenza.
Ma quel lago non esisteva.
La natura ha scavato la valle. L’uomo ha fermato il fiume, costruendo una diga per trattenere l’acqua e modificando il paesaggio per rispondere ai propri bisogni.
Eppure oggi quell’opera sembra quasi appartenere al luogo.
Forse il futuro degli Iblei dovrebbe partire proprio da questa immagine.
L’uomo modifica questo territorio da millenni: muretti a secco, masserie, pascoli, uliveti, cave, strade e città sono il risultato di una trasformazione continua.
La domanda, quindi, non è se intervenire sulla natura.
È fino a dove possiamo spingerci.
Quando una trasformazione produce sviluppo e quando, invece, comincia a consumare la risorsa dalla quale quello sviluppo dipende?
È questo il confine che dovrebbe indicare la parola sostenibilità.
Tre Spighe Verdi negli Iblei
L’8 settembre 2026 Ragusa ha celebrato, nella frazione rurale San Giacomo, la riconferma della Spiga Verde.
In Sicilia il riconoscimento è andato soltanto a tre comuni: Ragusa, Modica e Vittoria. Tutti iblei.
Spiga Verde è un programma dedicato allo sviluppo rurale sostenibile sostenuto dalla Foundation for Environmental Education (FEE), che valuta le politiche dei Comuni in ambiti come uso del suolo, agricoltura, produzioni tipiche, gestione dei rifiuti, tutela delle aree naturali, turismo e partecipazione delle comunità locali.
Alla cerimonia, il presidente di Confagricoltura Ragusa Antonino Pirrè ha indicato come obiettivo comune l’equilibrio fra sviluppo economico e salvaguardia delle risorse naturali e paesaggistiche. Il sindaco Peppe Cassì ha descritto San Giacomo come esempio di un territorio nel quale sviluppo e qualità della vita possono procedere insieme.
Principi difficili da contestare.
La contraddizione emerge quando quegli stessi principi devono diventare regole.
Mentre gli Iblei celebrano tre Spighe Verdi, infatti, una parte della rappresentanza politica ed economica chiede di riaprire — e in alcuni casi contrastare — il percorso del Parco nazionale degli Iblei.
Un Parco che dovrebbe perseguire molti degli stessi obiettivi celebrati a San Giacomo.

Quando il verde diventa una regola
Spiga Verde e Parco sono strumenti diversi.
La prima premia ogni anno le politiche di un Comune. Il secondo è un’istituzione permanente, con perimetro, zonizzazione, Piano e regolamento.
Ma le finalità si incontrano.
La Spiga Verde considera agricoltura, biodiversità, paesaggio, acqua, rifiuti, aree naturali e turismo. La normativa sui parchi punta alla conservazione degli ecosistemi e degli equilibri idrogeologici, all’integrazione fra uomo e ambiente e alla tutela delle attività agro-silvo-pastorali tradizionali.
La disciplina prevista per gli Iblei aggiunge la protezione degli equilibri idrogeologici superficiali e sotterranei, del paesaggio rurale e dello sviluppo sostenibile di agricoltura e zootecnia.
La Spiga Verde premia un percorso.
Il Parco potrebbe renderne strutturali molti obiettivi.
Dopo la sentenza del TAR di Catania del 9 giugno, il Libero Consorzio di Ragusa ha riaperto il confronto con sindaci, deputati, categorie produttive, ambientalisti e ordini professionali.
La presidente Maria Rita Schembari ha sostenuto che il percorso precedente non fosse sufficientemente condiviso.
Ma il TAR ha rilevato che l’istruttoria è conclusa, che perimetrazione e zonizzazione risultavano definite con ISPRA e Regione Siciliana e che lo schema del decreto istitutivo era già stato predisposto. Il procedimento dovrà concludersi entro 180 giorni; in caso contrario potrà intervenire un commissario ad acta.
Il punto, quindi, non dovrebbe più essere soltanto se istituire il Parco.
Ma come farlo funzionare senza trasformarlo in un ostacolo per chi negli Iblei vive e produce.
Le paure di chi vive il territorio
Liquidare gli oppositori come nemici dell’ambiente sarebbe un errore.
Agricoltori e allevatori temono soprattutto un nuovo livello autorizzativo in un territorio già sottoposto a vincoli. Una cisterna, una stalla, una strada poderale o un fabbricato agricolo potrebbero richiedere ulteriori pareri, aumentando costi e tempi.
È un rischio concreto.
Se il Parco diventasse semplicemente un’altra porta alla quale bussare, sarebbe un cattivo Parco.
Anche la presenza nella perimetrazione di aree fortemente antropizzate e produttive merita un confronto fondato sulle carte, non sugli slogan.
Più netto è il conflitto sulle cave e sull’attività venatoria, dove tutela e utilizzazione del territorio entrano realmente in contrasto.
Meno convincente è invece l’idea di un Parco destinato a “mummificare” l’agricoltura.
La normativa prevede la tutela delle attività agro-silvo-pastorali tradizionali e la promozione di produzioni compatibili. La disciplina degli Iblei distingue inoltre aree con differenti livelli di antropizzazione.
Il rischio maggiore potrebbe essere un altro: una cattiva amministrazione capace di rendere difficile ciò che la legge consente.
È qui che dovrebbe concentrarsi la politica.
Non sul fermare il Parco.
Sul pretendere che funzioni.
Confagricoltura e la contraddizione del modello
La posizione di Confagricoltura rende il quadro ancora più significativo.
L’organizzazione collabora con FEE al programma Spighe Verdi e a San Giacomo ha celebrato l’equilibrio tra sviluppo e tutela delle risorse.
Quasi contemporaneamente, però, il deputato regionale Carlo Auteri ha riferito di una nuova diffida al Ministero presentata dall’avvocato Alfio Barbagallo per conto di Confagricoltura e di altre associazioni di categoria, contestando l’iter del Parco e il mancato recepimento delle proposte provenienti dal territorio.
La domanda diventa inevitabile:
quali disposizioni concrete del Parco impedirebbero davvero di conciliare sviluppo e salvaguardia ambientale?
Dire semplicemente “i vincoli” non basta.
Occorre indicare quale vincolo, in quale area, per quale attività e con quali conseguenze economiche.
Solo così è possibile distinguere una preoccupazione reale dalla difesa dello status quo.

L’acqua sotto gli Iblei
Poi c’è una realtà che non partecipa alle conferenze stampa.
L’acqua.
Gli acquiferi carsici degli Iblei registrano ciò che accade in superficie e possono trasportare contaminanti attraverso fratture e cavità sotterranee.
A Cava della Misericordia, le sorgenti Misericordia e Oro-Scribano sono state a lungo una risorsa fondamentale per Ragusa. Fino al 2010, infatti, fornivano acqua sufficiente a soddisfare il fabbisogno di circa 12.000 ragusani.
Le analisi di ARPA Sicilia documentano da oltre dieci anni condizioni chimiche critiche e la necessità, per recuperare pienamente le sorgenti di Cava Misericordia, di intervenire sulla presenza di composti azotati.
Ancora nel 2026 l’inquinamento ne impedisce lo sfruttamento e, pochi mesi prima della Spiga Verde, il Lions Club Ragusa Host, presieduto da Carmen Occhipinti per l’anno sociale 2025-2026, aveva celebrato la 56ª Giornata mondiale del Pianeta con un’escursione, coinvolgendo ARPA, Comune di Ragusa e il CIRS guidato dal geologo ed esploratore Rosario Ruggieri. L’obiettivo era portare i cittadini alle sorgenti di Cava Misericordia e mostrare, sul campo, come viene controllata una risorsa tanto essenziale quanto vulnerabile.
Nel 2025, durante l’emergenza siccità, nuovi campionamenti furono effettuati nell’ipotesi di recuperare la sorgente, ma emersero ancora criticità di natura chimica e batteriologica.
«Io sono il chimico del Comune, effettuo con regolarità le analisi delle acque, eppure a Ragusa sono in tanti ad essere convinti che l’acqua erogata non sia sottoposta a controlli», spiegava Occhipinti. «È nata così l’idea di celebrare la Giornata mondiale del Pianeta con un’escursione naturalistica per conoscere le sorgenti da dove arriva l’acqua, comprendere la loro fragilità e vedere come vengono fatti i campionamenti dell’ARPA con la sonda multiparametrica per verificare la qualità dell’acqua».
Alla contaminazione il Comune ha risposto rinunciando, almeno finora, al trattamento della sorgente per economia e ricorrendo ad altre fonti.
Ma la lezione di Cava Misericordia va oltre la sorgente. Proteggere la cava non basta. L’acqua che vi riemerge raccoglie ciò che accade in un bacino di ricarica più ampio, che comprende anche zone dell’altopiano edificate, attraversate da strade, coltivate e densamente antropizzate. È qui che il tema incontra quello del Parco degli Iblei: tutelare soltanto le cave, spesso già difficili da trasformare per la loro morfologia, significa proteggere il punto in cui l’acqua riappare, non necessariamente il territorio nel quale comincia il suo viaggio sotterraneo.
In un territorio che soffre ciclicamente la scarsità idrica, avere acqua e non poterla utilizzare significa avere già superato almeno una volta il limite.

Il paesaggio non è immobile
La diga di Santa Rosalia e le sorgenti di Cava Misericordia lo dimostrano.
Tra il 1976 e il 1981, l’azione dell’uomo ha sbarrato il corso dell’Irminio, trasformando profondamente il volto di un’intera valle. Decenni prima, a partire dal 1896, lo sfruttamento delle risorse idriche aveva già ridisegnato il territorio con la canalizzazione delle sorgenti di Cava Misericordia, un intervento volto a garantire approvvigionamento idrico e impulso economico.
Conservare un territorio, quindi, non significa congelarlo.
Significa governarne il cambiamento.
Forse è proprio questo il limite del dibattito sul Parco degli Iblei: continuare a rappresentarlo come uno scontro tra natura e sviluppo.
Il vero problema è capire quali trasformazioni possano continuare senza distruggere le condizioni che rendono possibile lo sviluppo stesso.
Una falda contaminata è un danno ambientale, ma anche economico.
Un paesaggio rurale senza agricoltori e allevatori è un problema sociale, ma anche ambientale.
Una tutela soffocata dalla burocrazia può produrre abbandono.
Un buon Parco dovrebbe riuscire a tenere insieme tutto questo.
Un patto per gli Iblei
Dopo quasi vent’anni, ricominciare da zero sarebbe probabilmente la scelta peggiore.
Il TAR ha imposto la conclusione dell’iter. La soluzione più pragmatica potrebbe essere istituire il Parco nei tempi previsti e spostare finalmente il confronto dal “se” al “come”.
Stato, Regione, Ente Parco, Liberi Consorzi, Comuni, organizzazioni produttive, ambientalisti, università e ISPRA potrebbero costruire un vero Patto di avvio del Parco degli Iblei.
Non un’altra concertazione infinita.
Una fase operativa.
Le criticità della zonizzazione dovrebbero essere riesaminate solo sulla base di dati, cartografie e conseguenze economiche documentabili.
Il Parco dovrebbe nascere con uno sportello unico per agricoltori e imprese, procedure digitali e tempi certi per autorizzazioni e pareri.
Ai vincoli dovrebbero affiancarsi incentivi per chi protegge le falde, riduce fertilizzanti e fitofarmaci, recupera muretti a secco, conserva pascoli, risparmia acqua e valorizza produzioni DOP e IGP.
E servirebbe un Osservatorio degli Iblei indipendente e pubblico, capace di misurare ogni anno pochi indicatori essenziali: qualità delle falde, consumo di suolo, biodiversità, incendi, uso dell’acqua, rifiuti agricoli, imprese, occupazione e turismo.
Numeri da confrontare anche con quelli della Spiga Verde.
Per capire, finalmente, se gli Iblei stanno diventando davvero più sostenibili.
O soltanto più bravi a raccontarlo.

