Il 23 ottobre 2026 si è verificata un’intensa sequenza sismica nel Mar Tirreno Meridionale, al largo della costa nord-occidentale della Sicilia e a nord-ovest delle Isole Eolie (nei pressi di Alicudi). L’evento principale ha fatto registrare una Magnitudo momento Mw5.5.
Alle 12:29 l’INGV ha diramato un’allerta tsunami arancione, cancellata alle 13:22 dopo le verifiche strumentali. Cinquantatré minuti nei quali un sistema scientifico internazionale ha valutato il rischio per le coste mediterranee.
Sappiamo riconoscere rapidamente il pericolo di uno tsunami. Ma quanto conosciamo la vulnerabilità degli edifici in cui viviamo?
Nessun danno strutturale è stato registrato agli edifici. Nonostante ciò, il panico ha spinto migliaia di cittadini palermitani a riversarsi in strada, dove sono rimasti fino a sera inoltrata.
La paura che ha spinto a cercare un luogo sicuro all’aperto non riguarda soltanto la possibilità di nuove scosse, ma la consapevolezza di vivere in centri urbani dove gran parte del patrimonio immobiliare è priva di requisiti antisismici.
In Italia le prime norme antisismiche moderne risalgono al 1909, dopo la catastrofe di Messina. La disciplina è stata progressivamente aggiornata, fino alle Norme Tecniche per le Costruzioni del 2018. Non esiste tuttavia un censimento nazionale completo che certifichi quanti edifici soddisfino gli attuali requisiti di sicurezza.
Ragusa, dalle macerie del 1693 alla sfida del presente
Ragusa figura attualmente nella zona sismica 1, la categoria di maggiore pericolosità prevista dalla classificazione regionale.
La vulnerabilità del centro storico non è soltanto un’ipotesi.
Il Piano comunale di Protezione civile, nella sezione dedicata al rischio sismico, individua criticità connesse all’edilizia storica, all’elevata densità degli edifici, alla limitatezza degli spazi di emergenza e alle difficoltà delle vie di fuga.
Il documento contiene anche dati significativi. Il censimento edilizio del 2006, utilizzato per l’analisi di vulnerabilità, prendeva in esame 8.685 unità edilizie del centro storico, segnalando 93 ruderi, 317 unità in pessimo stato e 1.720 in cattivo stato di conservazione.
A distanza di 20 anni, il 29 gennaio 2026, il Comune ha presentato il Masterplan elaborato dall’Associazione Nazionale Centri Storico-Artistici (ANCSA), dopo un percorso di analisi e partecipazione avviato nel 2024.
Il documento restituisce un’immagine complessa.
Secondo lo studio ANCSA-CRESME del 2017, il centro storico disponeva di 12.643 abitazioni, delle quali soltanto 7.367 occupate da residenti. Il Masterplan stima circa 4.300 alloggi effettivamente vuoti, sulla base di quei dati storici.
Emergono tuttavia segnali di ripresa: nei quartieri di Ragusa Superiore e Cappuccini i residenti risultavano 18.161 nel 2025, il 2,75% in più rispetto al 2017.
Il Masterplan individua criticità negli edifici storici, nelle sopraelevazioni e nell’irregolarità strutturale degli isolati, proponendo verifiche di vulnerabilità di primo e secondo livello e interventi coordinati di miglioramento antisismico.
La sicurezza non viene considerata soltanto un obbligo tecnico, ma una condizione necessaria per riportare le famiglie ad abitare il centro storico.
Nove mesi dopo: cosa è stato realizzato?
Alcuni interventi concreti sono stati avviati, anche attraverso iniziative precedenti alla conclusione del Masterplan.
Il 2 settembre il Comune ha pubblicato un bando da 900.000 euro per il recupero dell’edilizia residenziale, prevedendo contributi fino a 60.000 euro per immobile, entro il limite del 30% della spesa ammissibile. I beneficiari dovranno mantenere la residenza per almeno cinque anni.
Le domande scadono il 30 novembre. Non è quindi ancora possibile misurare quanti immobili verranno effettivamente recuperati.
Sul fronte urbanistico, a maggio è stato avviato il procedimento di modifica delle norme tecniche del Piano particolareggiato. La documentazione comunale aggiornata al 15 ottobre segnala la validazione degli elaborati della prima fase della variante, con l’avvio del percorso partecipativo. Non si tratta ancora dell’approvazione definitiva.
Il 25 giugno il Comune ha inoltre annunciato, in collaborazione con l’INGV, un Osservatorio Sismico Urbano con sette stazioni di monitoraggio, alcune destinate alle latomie. La documentazione pubblica esaminata non consente però di accertare quante siano già operative.
Tra gli interventi materialmente realizzati emerge la riapertura del Parco urbano di Cava Santa Domenica, avvenuta il 26 settembre: un recupero ambientale che offre nuove opportunità di fruizione del patrimonio storico e naturalistico.
La distanza da colmare rimane quella tra gli indirizzi del Masterplan e un programma sistematico, finanziato e verificabile di messa in sicurezza degli edifici privati.
Un laboratorio mediterraneo di rigenerazione urbana
Ragusa potrebbe trasformare questa sfida in un progetto di rilevanza nazionale e internazionale.
Il centro storico possiede infatti caratteristiche particolarmente interessanti: architetture di elevato valore culturale, edifici abitativi di epoche differenti, cavità sotterranee, vallate e costoni rocciosi. Un sistema urbano complesso nel quale sperimentare tecniche avanzate di prevenzione sismica, restauro e rigenerazione.
La sfida potrebbe essere quella di affiancare al Masterplan un Laboratorio permanente per la sicurezza e la rigenerazione dei centri storici mediterranei, coinvolgendo università, centri di ricerca, INGV, ordini professionali, Soprintendenza, imprese e istituzioni locali.
Il primo obiettivo dovrebbe essere aggiornare il censimento della vulnerabilità edilizia, integrandolo con rilievi digitali, diagnostica strutturale, microzonazione sismica e monitoraggio delle cavità sotterranee.
Il secondo sarebbe individuare edifici e isolati sui quali avviare interventi pilota, valutandone costi, benefici, compatibilità architettonica e possibilità di replicazione.
Il terzo, probabilmente il più ambizioso, consiste nel trasformare i cantieri di recupero in luoghi di formazione.
Giovani architetti, ingegneri, geologi, restauratori e tecnici potrebbero partecipare a programmi di ricerca applicata, tirocini retribuiti e cantieri-scuola, sviluppando competenze richieste non soltanto in Sicilia, ma in molti Paesi del Mediterraneo.
La rigenerazione urbana diverrebbe così un’attività capace di alimentare una filiera economica locale: progettazione, diagnostica, tecnologie antisismiche, lavorazione della pietra, restauro, innovazione dei materiali e gestione digitale del patrimonio.
Un’attività che potrebbe creare occasioni di occupazione stabile e professionalmente qualificata, anziché limitarsi a finanziare interventi edilizi isolati.
La sicurezza come condizione per tornare ad abitare Ibla
Il recupero del patrimonio immobiliare non può però essere affidato esclusivamente al mercato.
Nell’intervista realizzata il 5 febbraio 2026 per la ricerca sugli scenari di rischio iblei, l’assessore ai Lavori pubblici Giovanni Giuffrida individuava un ostacolo fondamentale.
«Il vero problema per la ripartenza dei centri storici è finanziario».
Giuffrida spiegava che acquistare, demolire e ricostruire un’abitazione nel centro storico risulta spesso meno conveniente rispetto all’acquisto di una casa in periferia. Di conseguenza, gli investimenti pubblici possono svolgere una funzione di innesco, recuperando gli spazi abbandonati e creando nuove condizioni di attrattività.
È un problema che richiede strumenti economici mirati: incentivi alla messa in sicurezza, finanziamenti agevolati, sostegno alla riqualificazione degli isolati e programmi di edilizia residenziale destinati anche alle giovani famiglie.
Senza una politica dell’abitare, il rischio è che la rigenerazione trasformi progressivamente il centro storico in una destinazione turistica, anziché restituirgli la funzione di comunità urbana.
Una città può essere straordinariamente bella e, contemporaneamente, perdere i propri abitanti.
La scelta che Ragusa deve compiere
Nel 1693 i ragusani trasformarono una tragedia in una stagione di rinascita. Oggi potrebbero compiere un passo ulteriore: fare della prevenzione una politica permanente di sviluppo.
Significa investire nella conoscenza scientifica, nella sicurezza delle abitazioni, nella ricerca e soprattutto nelle competenze dei giovani.
Perché la vera sfida non è soltanto proteggere Ragusa dal prossimo terremoto. È costruire una città nella quale le nuove generazioni possano scegliere di vivere, lavorare e progettare il proprio futuro.


