I Carmelitani a Ragusa, ottant’anni di storia. Il paradosso della memoria che rischiamo di perdere

La mostra «I Custodi del Giardino», visitabile fino al 24 gennaio 2027 al convento del Carmine, racconta il legame tra una comunità religiosa e la città. Un viaggio tra memoria e spiritualità carmelitana che invita a riflettere sul rapporto con la natura e sulla responsabilità di custodire il territorio.

Vincenzo Sottosanti
Vincenzo Sottosanti

IN BREVE

PUBBLICITÀ
LIMEN – Guarda oltre la superficie

Tempo di lettura

8–12 minuti
Ragusa. Il Monastero dei Carmelitani Scalzi in una immagine d’archivio. Foto Archivio Padri Carmelitani Scalzi

Ci sono fotografie ingiallite dal tempo che hanno attraversato guerre, traslochi e generazioni, conservando intatta la capacità di raccontare una storia. E ci sono immagini scattate appena dieci anni fa che rischiano di essere già perdute, dimenticate nella memoria di uno smartphone, in un computer inutilizzabile o in un archivio digitale al quale nessuno riesce più ad accedere.

È il paradosso emerso dalla mostra I Custodi del Giardino. 80 anni di presenza dei Padri Carmelitani a Ragusa, visitabile gratuitamente fino al 24 gennaio 2027 nei locali del convento di piazza Carmine.

L’esposizione, curata da Amalia Antoci ed Emanuele Cavarra, restituisce attraverso fotografie, documenti e testimonianze una storia cominciata ufficialmente il 29 settembre 1946. Una storia religiosa, certamente, ma anche civile, perché nel corso di otto decenni il convento è diventato un luogo di incontro, formazione, ascolto e solidarietà.

Le immagini raccontano persone, avvenimenti e trasformazioni urbane. Ma soprattutto interrogano il presente: che cosa significa custodire la memoria di una comunità? Quale memoria saremo capaci di consegnare alle generazioni future?

Il passato che sopravvive, il presente che scompare

Padre Giovanni Iacono, priore del Convento dei Carmelitani Scalzi di Ragusa, con Amalia Antoci ed Emanuele Cavarra, curatori della mostra «I Custodi del Giardino», dedicata agli ottant’anni di presenza carmelitana nella città di Ragusa (1946–2026). Foto V. Sottosanti / Archivio LIMEN

«Ho ricevuto dai padri Carmelitani moltissime fotografie in bianco e nero», racconta Amalia Antoci, ripercorrendo il lavoro di ricerca e selezione svolto con Emanuele Cavarra. Le difficoltà maggiori, sorprendentemente, non hanno riguardato le immagini più antiche.

Le fotografie stampate, spesso custodite negli album familiari, hanno resistito al trascorrere del tempo. Anche parte della documentazione successiva, quella delle fotografie a colori, è stata relativamente semplice da individuare.

Il problema è arrivato con l’era digitale.

«Quando poi è arrivata la fotografia digitale, tutto è rimasto negli archivi digitali delle persone che le avevano scattate, quindi materialmente non c’erano», spiega Amalia.

«Noi pensiamo di accumulare memoria, di accumulare ricordi», osserva Amalia. Ma quelle fotografie finiscono spesso in una quantità indistinta di file, dalla quale diventa difficile recuperare persino gli avvenimenti più importanti.

È una contraddizione che riguarda tutti, ed a cui tendiamo ad abituarci. È una questione culturale di straordinaria importanza ancora sottovalutata.

La stessa Library of Congress statunitense, nelle proprie raccomandazioni per la conservazione degli archivi fotografici digitali, sottolinea la necessità di selezionare, descrivere, duplicare e trasferire periodicamente i file su supporti aggiornati.

La mostra ragusana compie così un’operazione che va oltre la celebrazione di un anniversario: contribuisce a salvaguardare una parte della memoria contemporanea che, senza questa ricerca, sarebbe potuta diventare sempre più difficile da recuperare.

Una storia cominciata prima del 1946

Padre Giovanni Iacono mostra ad Amalia Antoci ed Emanuele Cavarra il particolare dello stemma dei Carmelitani Scalzi ricamato su una pianeta liturgica: una croce posta sulla sommità di un monte. Foto V. Sottosanti / Archivio LIMEN

La presenza carmelitana a Ragusa è molto più antica degli ottant’anni celebrati dalla mostra.

Il complesso religioso del Carmine, originariamente dedicato a Santa Maria degli Ammalati, risale almeno al XVI secolo, come suggerisce una campana datata 1574. Dal 1632 fu affidato ai Carmelitani dell’Antica Osservanza. La ricostruzione del 1726, successiva al terremoto del 1693, contribuì a definirne l’assetto storico.

La soppressione degli enti religiosi del 1866 interruppe quella presenza. Il ritorno dei Carmelitani Scalzi nel secondo dopoguerra segnò quindi una rifondazione.

La vicenda locale si inserisce in una storia europea molto più ampia.

Nel XVI secolo Teresa d’Avila, insieme a Giovanni della Croce, avviò una profonda riforma dell’Ordine carmelitano, per riportarlo alla spiritualità e alla disciplina delle origini basata sulla povertà, la preghiera, la contemplazione e l’esperienza comunitaria.

Come documentano le storiche Sara Cabibbo ed Elisabetta Marchetti nello studio Le teresiane in Italia: istituzioni, vite vissute, autorappresentazioni, la riforma si diffuse rapidamente nella penisola italiana e in Sicilia, dove il primo convento teresiano maschile sorse a Palermo nel 1610.

Nel settembre 1945 la ricostituzione del Carmelo maschile siciliano venne affidata alla Provincia Veneta. Nell’agosto successivo furono avviate le procedure per nuove comunità, tra cui quella di Ragusa.

Il 29 settembre 1946 arrivarono quattro religiosi: padre Casimiro del Preziosissimo Sangue, padre Pasquale del Santissimo Sacramento, padre Paolo di Santa Teresa e fra Silvestro di San Giovanni della Croce.

Trovarono una città ancora segnata dalla guerra e una società che aveva bisogno di ricostruire non soltanto edifici, ma anche relazioni.

«Questo luogo diventò un luogo di aggregazione, un luogo di speranza, dove la gente si poteva incontrare, non soltanto dal punto di vista spirituale, ma anche sociale», ricorda padre Gianni Iacono, oggi priore del convento.

Tra le figure rimaste nella memoria cittadina c’è padre Adalberto Togni, ricordato per il suo impegno nella formazione dei giovani e per il contributo alla nascita del gruppo scout Ragusa II.

Il convento divenne così parte della crescita civile della città. L’edificio religioso attraversò a sua volta trasformazioni profonde: nel 1953 la chiesa fu riconosciuta come santuario cittadino e nel 1956 venne demolita l’antica struttura settecentesca per realizzare quella attuale, dal forte impatto ambientale. Il convento e il campanile conservarono fortunatamente la loro fisionomia storica.

Anche di queste trasformazioni restano fotografie, documenti e frammenti architettonici. Testimonianze di un paesaggio urbano che altrimenti sarebbe difficile ricostruire.

La memoria come fondamento della comunità

Padre Giovanni Iacono, priore del Convento dei Carmelitani Scalzi di Ragusa, indica in una fotografia storica dei primi anni Cinquanta Padre Casimiro, Padre Paolo e Fra’ Silvestro, tra i primi Carmelitani Scalzi giunti a Ragusa nell’immediato dopoguerra. Foto V. Sottosanti / Archivio LIMEN

Per Padre Iacono, il valore della mostra non si esaurisce nella ricostruzione storica.

«La memoria rappresenta qualcosa dove possiamo radicare quello che è il nostro cammino, la nostra esperienza spirituale, umana, anche sociale».

Il priore richiama le cronache scritte dai confratelli fin dal 29 settembre 1946. Diari che raccontano le difficoltà quotidiane, le relazioni con la città, i problemi affrontati e le soluzioni trovate.

Documenti che la comunità religiosa intende rendere pubblici e che potrebbero rappresentare una fonte preziosa anche per la storia sociale ragusana.

Da quelle pagine emerge soprattutto un elemento: la dimensione collettiva con cui venivano affrontate le difficoltà.

«Forse siamo tutti tante “isole” che in qualche modo riusciamo a fare comunità», osserva padre Iacono.

La riflessione trova una conferma proprio nel lavoro degli organizzatori della mostra.

Amalia Antoci racconta come alla realizzazione abbiano contribuito persone diverse, mettendo a disposizione competenze, tempo e conoscenze. Tra queste Salvatore Tidona, cresciuto nell’ambiente del convento, che ha collaborato alla preparazione degli allestimenti.

La ricostruzione della memoria ha finito così per produrre nuova partecipazione.

Il Convento dei Carmelitani, un “giardino” tra contemplazione e natura

Escursionisti lungo il Sentiero del Carmine, un percorso immerso nella vegetazione che collega il quartiere Carmine alla vallata di Cava Santa Domenica e a Ragusa Ibla. Il sentiero, frequentato anche da turisti stranieri, richiama il rapporto tra la tradizione carmelitana, la natura e il turismo sostenibile. Foto V. Sottosanti / Archivio LIMEN

Il titolo della mostra, I Custodi del Giardino, contiene un riferimento che attraversa l’intera storia dell’Ordine carmelitano.

Il nome Carmelo è legato al monte della Terra Santa sul quale, tra il XII e il XIII secolo, si stabilirono comunità di eremiti. La tradizione associa il nome e il paesaggio del Carmelo all’immagine di una terra fertile, di un giardino.

La Regola di sant’Alberto, che disciplinò la vita dei primi religiosi, descrive una comunità raccolta attorno alla preghiera, organizzata in celle individuali, con momenti di vita comune, lavoro e condivisione dei beni.

L’ambiente naturale non era semplicemente uno sfondo. Il silenzio, l’isolamento e il ritmo della vita quotidiana costituivano condizioni essenziali per l’esperienza contemplativa.

Teresa d’Avila e Giovanni della Croce ripresero e trasformarono quell’eredità. Il secondo, in particolare, fece della bellezza del mondo naturale un linguaggio capace di esprimere la relazione tra l’uomo e Dio.

Nella tradizione carmelitana esistono principi che oggi possono essere riletti alla luce della crisi ecologica: la sobrietà, la rinuncia al superfluo, la condivisione dei beni e la capacità di riconoscere un valore alla natura che non si esaurisce nella sua utilità economica.

È una prospettiva che dialoga con l’enciclica Laudato si’, pubblicata da papa Francesco nel 2015, nella quale la salvaguardia del creato viene collegata alla giustizia sociale, alla responsabilità verso le generazioni future e alla necessità di superare una concezione puramente utilitaristica delle risorse naturali.

Dal convento, lo sguardo verso il Parco degli Iblei

Veduta panoramica di Ragusa Ibla incastonata in un contesto ambientale che presto entrerà a far parte del Parco Naturale nazionale degli Iblei. Foto V. Sottosanti / Archivio LIMEN

È possibile recuperare, anche al di fuori di una prospettiva religiosa, una cultura capace di considerare il suolo, l’acqua, gli ecosistemi e il paesaggio non soltanto come risorse da sfruttare, ma come un patrimonio da custodire?

Il convento del Carmine occupa una posizione particolare nel paesaggio di Ragusa. Dal complesso religioso, affacciato verso i rilievi e le vallate che circondano la città, lo sguardo incontra quel sistema ambientale ibleo per il quale è in corso da quasi vent’anni il complesso procedimento di istituzione del Parco nazionale degli Iblei.

Un progetto ancora al centro di confronti e controversie sulla perimetrazione, ma che pone una questione fondamentale: quale rapporto vuole costruire la comunità locale con il proprio territorio?

È significativo che proprio in questo luogo padre Iacono riporti il discorso sulla contemplazione della natura.

«San Giovanni della Croce contemplava la natura come San Francesco», osserva il priore, ricordando la ricerca di luoghi nei quali la bellezza del creato favorisse la meditazione.

Anche oggi, racconta, alcuni giovani chiedono di ritirarsi nel convento per pregare o semplicemente vivere un’esperienza di silenzio.

«Un silenzio che poi può diventare un silenzio abitato».

In queste parole c’è un modo diverso di intendere il rapporto tra persona e ambiente.

Contemplare significa fermarsi, osservare, riconoscere qualcosa che normalmente sfugge alla fretta quotidiana.

In una società che misura frequentemente il valore del territorio in termini di produzione e consumo, questa esperienza rappresenta un invito a considerare anche le dimensioni culturali, psicologiche e spirituali del rapporto con la natura.

La tutela del futuro Parco degli Iblei, in questa prospettiva, non riguarda soltanto la protezione della biodiversità o la regolamentazione delle attività economiche. Riguarda anche la possibilità di conservare un paesaggio capace di generare conoscenza, benessere e identità.

Un paesaggio che non appartiene esclusivamente a chi lo utilizza oggi, ma anche a chi lo abiterà domani.

Custodire il giardino, custodire il futuro

La mostra dei Carmelitani Scalzi finisce così per intrecciare tre forme di custodia: quella della memoria, quella delle persone e quella dell’ambiente.

Sono dimensioni apparentemente diverse, ma accomunate da un principio: ciò che riceviamo non dovrebbe essere consumato fino a scomparire.

Il convento che guarda verso gli Iblei diventa allora un luogo simbolico nel quale si incontrano due responsabilità: preservare ciò che è stato e proteggere ciò che ancora non esiste.

Perché il futuro ha bisogno di memoria, ma anche di un territorio nel quale quella memoria possa continuare ad avere significato.

E forse è proprio questo il messaggio più attuale degli ottant’anni di presenza carmelitana a Ragusa: essere custodi non significa trattenere il passato, ma assumersi la responsabilità di consegnare qualcosa al futuro.

PARTNER LIMEN
LIMEN – Guarda oltre la superficie