Dall’alto, la fascia costiera del Ragusano appare come un mosaico chiaro disteso tra Vittoria, Acate, Santa Croce Camerina, Scicli, Ispica e Pozzallo.
Sono le serre della fascia trasformata: migliaia di coperture che hanno cambiato il paesaggio e fatto dell’orticoltura uno dei principali motori economici della provincia.
Qui il sole non è una risorsa rara. È una presenza quotidiana, intensa, a volte perfino eccessiva.
Per questo una ricerca del CNR, secondo la quale una maggiore quantità di luce può rendere alcuni ortaggi più ricchi di vitamina B9, pone una domanda: che cosa può insegnare uno studio sulla luce a un territorio che ne possiede già tanta?
La risposta è che avere molto sole non significa necessariamente utilizzarlo nel modo migliore.
La luce cambia il contenuto delle foglie
Lo studio, pubblicato sulla rivista scientifica Scientia Horticulturae, ha riguardato mizuna, cicoria e tatsoi coltivate come baby leaf in un sistema fuori suolo.
I ricercatori hanno modificato l’intensità della luce ricevuta dalle piante e osservato la loro composizione. Con una maggiore illuminazione, gli ortaggi hanno accumulato quantità superiori di folati, la forma nella quale la vitamina B9 è naturalmente presente nei vegetali.
I folati aiutano l’organismo a costruire il DNA, cioè il patrimonio di informazioni contenuto nelle cellule. Servono anche alla formazione di nuove cellule e dei globuli rossi. Per questo sono particolarmente importanti durante la crescita e la gravidanza, quando le cellule si moltiplicano molto rapidamente.
Un apporto adeguato di folati contribuisce a ridurre il rischio di gravi difetti nello sviluppo del cervello e della colonna vertebrale del bambino. Non sostituisce, naturalmente, l’integrazione di acido folico eventualmente prescritta dal medico.
Secondo il CNR, una porzione di 100 grammi di mizuna o tatsoi coltivata nelle condizioni sperimentali può fornire circa il 45% della quantità giornaliera raccomandata per un adulto e il 30% di quella indicata durante la gravidanza.
La ricerca ha osservato anche un altro effetto: aumentando la luce è diminuito in modo significativo l’accumulo di nitrati nelle foglie, senza ridurre la produttività. Il risultato è quindi doppio: più vitamina B9 e meno nitrati.
Il sole ragusano rende inutile la scoperta?
No, ma cambia il modo in cui può essere applicata.
Il Ragusano dispone di una radiazione solare fra le più elevate d’Europa, anche se condizioni simili si trovano in altre aree del Mediterraneo, come la Spagna meridionale, la Grecia, Malta e Cipro.
In una serra del Nord Europa può essere necessario accendere lampade per compensare giornate brevi e poco luminose. Nel Ragusano, invece, il primo obiettivo dovrebbe essere utilizzare meglio la luce naturale, limitando l’illuminazione artificiale alle giornate nuvolose, ai mesi invernali o alle zone più ombreggiate.
Non si può però confrontare direttamente il sole siciliano con i 300 µmol m⁻² s⁻¹ impiegati nello studio. Quel valore indica un’intensità luminosa costante e controllata. La luce solare, invece, cambia durante il giorno, con le stagioni e con la presenza delle nuvole.
Inoltre, non tutta la radiazione che colpisce una serra arriva alle piante. Una parte viene assorbita o riflessa dalla plastica, dalla polvere depositata sulle coperture e dagli elementi della struttura. Le foglie superiori possono ricevere molta luce, mentre quelle più basse rimangono in ombra.
La vera domanda, quindi, non è quanta luce cada sulla serra, ma quanta ne raggiunga effettivamente le foglie durante l’intera giornata.
Distribuire la luce, non soltanto aumentarla
Per i serricoltori ragusani la ricerca potrebbe tradursi in interventi diversi dall’installazione generalizzata di lampade.
Si potrebbe misurare la luce all’altezza delle colture, migliorare la pulizia e la trasparenza delle coperture, regolare l’ombreggiamento e utilizzare film capaci di diffondere la radiazione in modo uniforme.
Le coperture diffusive riducono la concentrazione della luce sulle foglie superiori e la fanno penetrare più profondamente tra le piante. Possono così limitare lo stress provocato dall’eccessiva radiazione e migliorare l’illuminazione delle parti più basse.
Questo aspetto è importante nel clima mediterraneo, dove il problema non è sempre la mancanza di luce. Nei periodi più caldi, una radiazione eccessiva può aumentare la temperatura della serra, il consumo di acqua e lo stress delle colture.
Prima dell’applicazione servono prove locali
Lo studio non dimostra che tutti gli ortaggi coltivati nel Ragusano diventino automaticamente più ricchi di vitamina B9 grazie al sole siciliano.
La sperimentazione ha riguardato tre ortaggi a foglia coltivati fuori suolo. Nella fascia trasformata prevalgono invece pomodoro, zucchino, melanzana, peperone e cetriolo. Non possiamo presumere che queste colture reagiscano nello stesso modo.
Sarebbero quindi necessarie prove nelle serre locali, confrontando stagioni, coperture e livelli di illuminazione. Bisognerebbe misurare non soltanto la produzione per metro quadrato, ma anche il contenuto di folati e nitrati, il consumo energetico e i costi sostenuti dalle aziende.
Soltanto così si potrebbe capire se la qualità nutrizionale possa diventare anche un vantaggio commerciale.
La ricerca del CNR introduce infatti una prospettiva nuova: il successo di una coltivazione non deve essere misurato soltanto attraverso quantità, precocità e aspetto del prodotto, ma anche attraverso ciò che l’ortaggio contiene.
Il sole del Ragusano non rende questa scoperta meno importante. Potrebbe anzi consentire di raggiungere risultati simili utilizzando meno energia artificiale rispetto alle serre del Nord Europa.
In una terra già molto illuminata, l’innovazione potrebbe non consistere nell’aggiungere altra luce, ma nel misurare e distribuire meglio quella che arriva ogni giorno dal cielo.



