Cinquecento anni fa, il Mediterraneo era teatro di azioni corsare e scorribande piratesche. A prendere d’assalto navi mercantili, depredare borghi marinari e rapire persone non erano solo i “barbareschi”, ma anche spregiudicati marinai autorizzati dalla Corona di Spagna e finanziati da nobili famiglie siciliane.

Immagine creata dalla Redazione di LIMEN con Google AI Studio.
Per tre secoli, dal ‘500 all’800, il Mediterraneo fu teatro della Guerra di Corsa, un’attività marinara particolarmente redditizia che vedeva corsari barbareschi ed europei autorizzati dai rispettivi governi a colpire navi e villaggi costieri nemiche. Si trattava di una guerra non convenzionale, fatta di razzie e sequestri di persone da rilasciare dietro il pagamento di un riscatto o da vendere come schiavi.
Persino il vescovo di Catania Nicola Maria Caracciolo sperimentò in prima persona i pericoli del mare. Nel giugno del 1561, la nave che lo conduceva a Napoli fu attaccata al largo di Lipari dal corsaro Dragut. L’alto prelato fu allora costretto a trascorrere dieci mesi prigioniero a Tripoli, in attesa del pagamento del riscatto richiesto per la sua liberazione.

Con la Guerra di Corsa, a trarre profitto erano molti: marinai senza scrupoli, ricchi speculatori che finanziavano le navi corsare e i governanti che concedevano la “patente” di Corsa in cambio di una quinta parte di ogni bottino. Guadagnavano anche imprenditori europei che, nonostante il divieto del 1567 di commerciare con i musulmani, mantenevano basi nei mercati africani per acquistare a basso costo le merci razziate dai corsari barbareschi, rivendendole poi nei mercati europei destinatari originari o persino agli stessi commercianti a cui erano state sottratte.
Nel saggio Corsari e schiavi siciliani nel Mediterraneo, Giuseppe Bonaffini – professore di Storia dell’Africa mediterranea all’Università di Palermo – osserva come quasi tutte le città marinare siciliane siano diventate centri propulsori di una fiorente attività marinara, strettamente legata al commercio della schiavitù. Questo sistema, funzionale all’economia isolana almeno fino al XVI secolo, rappresentava “un investimento tutt’altro che trascurabile” attraverso il quale «alcune delle più nobili famiglie accumularono fortune considerevoli». I nobili siciliani non esitavano a investire i loro capitali nell’allestimento di navi corsare, capaci di garantire profitti elevatissimi.
Michele Bosco, autore del saggio Ragion di Stato e salvezza dell’anima. Il riscatto dei captivi in Maghreb attraverso le redenzioni mercedarie (1575-1725), sottolinea come le coste siciliane fossero così vulnerabili agli attacchi dei corsari barbareschi che i contratti di assicurazione per le navi in partenza dagli scali siciliani escludevano qualsiasi rimborso o indennizzo per perdite derivanti da assalti corsari o pirateria.
Si stima che tra il 1450 e il 1850 almeno tre milioni di persone, tra cristiani e musulmani, furono catturati nel Mediterraneo. Oltre un milione di schiavi provenivano dall’Africa e furono portati in Spagna e Portogallo, mentre altrettanti cristiani vennero sequestrati e trasportati nel Maghreb,per essere riscattati o venduti come schiavi per essere impiegati “al remo” nelle galere o, se qualificati, nella cantieristica navale. Secondo alcuni storici, solo nella penisola italiana circa mezzo milione di persone persero la libertà per mano dei corsari musulmani.
Nella seconda metà del Cinquecento in Sicilia erano presenti circa 12.000 schiavi africani provenienti dalle regioni sudanesi, ed è possibile che tra questi ci sia stato l’autore di alcuni dei graffiti recentemente ritrovati nelle prigioni sotterranee del Castello di Pietraperzia.
I principali porti dove venivano venduti gli schiavi africani erano Livorno, Palermo, Napoli e Genova. I captivi cristiani venivano invece condotti nei porti di Algeri e Tunisi.
A metà del Cinquecento, per contrastare le incursioni di pirati e corsari lungo le coste siciliane, il viceré Giovanni de Vega rafforzò il sistema difensivo costruendo nuove torri d’avvistamento. Tuttavia, questo non bastò a prevenire episodi come quello dell’11 luglio 1553, quando Licata fu devastata da corsari turchi e centinaia di abitanti furono catturati. Un altro caso drammatico avvenne nel giugno 1596, quando lungo il litorale di Scicli undici giovani scomparvero misteriosamente, probabilmente rapiti e ridotti in schiavitù dai pirati barbareschi. Non sempre, però, i predoni ebbero la meglio: le cronache narrano che nel 1553, vicino a Modica, gli uomini del temuto corsaro Dragut caddero in un’imboscata in cui quaranta furono uccisi e centinaia fatti prigionieri.

Foto Vincenzo Sottosanti/Archivio LIMEN
La Guerra di Corsa si concluse grazie a una serie di trattati. Nel XVI secolo la Francia siglò un accordo di pace con l’Impero ottomano, seguito da quelli del Regno di Napoli, che comprendeva la Sicilia, firmati nel 1740 con l’Impero ottomano e nel 1741 con la reggenza di Tripoli. Tuttavia, nonostante questi accordi, gli attacchi corsari continuarono fino ai primi anni del XIX secolo, interessando sia le coste cristiane sia quelle musulmane, per terminare definitivamente nel 1830 con la conquista francese di Algeri.

