Dopo più di quattro secoli, dalle rovine del castello di Pietraperzia emergono i segni lasciati da carcerati e condannati a morte. Sono testimonianza di una pagina poco conosciuta della storia siciliana.
Non sapremo mai chi fosse il “carcerato Pasquale Russo” né i motivi per cui nel 1569 venne rinchiuso nella prigione sotterranea del castello di Pietraperzia.
Sappiamo però che per decenni, forse per secoli, molte persone furono gettate in quella cella umida e buia a marcire.
In tanti hanno lasciato una traccia del loro passaggio, contribuendo a creare quello che oggi si presenta come un drammatico palinsesto composto da centinaia di graffiti.
Si leggono nomi e date, si scorgono figure umane, scene di caccia e di impiccagioni, oltre ad una moltitudine di segni di difficile interpretazione che si mescolano e si accavallano.
Come tutte le scoperte importanti, anche quella di Pietraperzia è frutto del caso e dell’intuizione dei suoi scopritori. Il rinvenimento risale ai primi anni del nuovo millennio grazie a Rocco Vinci e Salvatore Siciliano, due operai del Comune di Pietraperzia impegnati nei lavori straordinari di pulizia del castello.
Quando Rocco e Salvatore trovarono la botola che introduceva a un ambiente misterioso, non riuscirono a trattenere la curiosità di scoprire cosa nascondesse. Non avrebbero mai immaginato di trovare, incisi sulle pareti, una serie impressionante di volti che sembravano fissarli dritto negli occhi.
I due scopritori compresero subito di trovarsi davanti a qualcosa di eccezionale e avvisarono immediatamente l’architetto Paolo Sillitto, il direttore dei lavori. L’architetto Sillitto è stato uno studioso appassionato, dedito alla tutela dei beni monumentali di Pietraperzia ed ha tracciato il percorso di valorizzazione e promozione del patrimonio culturale locale, oggi portato avanti con orgoglio dalla comunità locale.

Foto V. Sottosanti / Archivio LIMEN.
In Sicilia i castelli iniziano a diffondersi circa mille anni fa. Era il 1091 quando i Normanni espugnano Agrigento e portano a compimento la conquista di una Sicilia che parla arabo e prega Allah.
I nuovi conquistatori si dichiarano tolleranti nei confronti delle abitudini culturali e religiose della popolazione sottomessa, ma sentono comunque il bisogno di adottare misure di sicurezza per garantire l’ordine, e nell’arco di cinque secoli sorgono in tutta l’isola oltre trecento castelli.
Del castello di Pietraperzia non si conoscono documenti certi che ne raccontino le origini e la storia. Alcune caratteristiche tipologiche e lo stesso toponimo d’origine francese suggeriscono che l’insediamento castrale possa essersi sviluppato nella fase iniziale dell’epoca normanna per il controllo del territorio e di un preesistente abitato.
Cinquecento anni fa, nelle terre feudali come Pietraperzia, il Signore del castello deteneva il “mero et mixto imperio”, ovvero la delega del Re di Spagna ad amministrare tutti i poteri, compreso quello giudiziario. Era quindi consuetudine che all’interno dei fortilizi vi fossero ambienti adibiti a prigioni sotterranee, chiamate “segrete”, dove i prigionieri venivano rinchiusi in condizioni disumane e spesso torturati.

La scoperta della prigione sotterranea dimostra che alcuni ambienti furono destinati alla detenzione per almeno tre secoli.
Le date visibili si riferiscono agli anni 1516, 1560 e 1569, mentre i graffiti raffigurano imbarcazioni, scene di caccia e figure umane, suggerendo che da quel sotterraneo passarono anche carcerati che conoscevano la navigazione ed i paesaggi africani. Questa ipotesi è supportata dal fatto che nella seconda metà del Cinquecento in Sicilia erano presenti circa 12.000 africani provenienti dalle regioni sudanesi.
Una presenza dovuta, non ad un fenomeno migratorio, come si potrebbe immaginare oggi, ma dal fiorente commercio degli schiavi.
Le date incise sulle pareti delle “segrete” del castello di Pietraperzia rimandano ad uno dei periodi più tormentati della storia della navigazione mediterranea.
È il tempo in cui il Mar Mediterraneo è infestato da pirati e corsari musulmani con basi in Nord Africa. La navigazione commerciale è insicura. Frequenti sono le razzie nei centri costieri della Spagna e della Sicilia.
La situazione raggiunge presto livelli intollerabili e la Corona di Spagna reagisce organizzando spedizioni militari e concedendo a compagnie di navigazione private siciliane l’autorizzazione a svolgere attività corsara.

Nel saggio “Corsari e schiavi siciliani nel mediterraneo”, Giuseppe Bonaffini, professore di Storia dell’Africa mediterranea all’Università di Palermo, osserva che quasi tutte le città marinare siciliane divennero centri propulsori di una vivace attività marinara, strettamente legata al mercato della schiavitù.
Questo sistema, funzionale all’economia isolana almeno fino al XVI secolo, rappresentava «un non disdicevole investimento».
Anche i nobili siciliani investivano volentieri i loro capitali armando navi corsare che garantivano guadagni molto elevati con il ricavo delle merci razziate e delle persone sequestrate per essere vendute come schiavi.
È quindi plausibile che parte degli schiavi approdati in Sicilia venissero venduti ai proprietari dei feudi dell’entroterra siciliano per coltivare le terre, e che in parte finissero in prigione per tentativi di fuga o reati commessi ai danni dei loro padroni.
Non si può escludere che anche nelle segrete del castello di Pietraperzia siano finite persone che ben conoscevano gli animali incisi nelle pareti che rimandano ad ambienti esotici africani.

triple tree di Tyburn. Foto V. Sottosanti/Archivio LIMEN.

Il patibolo raffigurato nelle “Segrete” del Castello di Pietraperzia, ricorda quello utilizzato per l’esecuzione capitale dello scassinatore John Smith eseguita a Londra nel 1727.
Il triple tree di Tyburn era una nuova forma di patibolo, consistente in un triangolo orizzontale in legno, sostenuto da tre gambe, un sistema noto come “cavalla a tre gambe” o “sgabello a tre gambe”, che permetteva di giustiziare contemporaneamente più condannati a morte.
Foto Archivio Welcome collection.
Ma come facevano i carcerati che si trovavano in condizioni disumane a trovare la serenità mentale per incidere pazientemente le pareti?
Per le storico Ferdinando Maurici, la risposta può essere trovata in un’antica canzone popolare che recita “cu dici ca lu carcere è galera?” per sottolineare la consapevolezza che il carcere non era la peggiore delle sorti per chi incappava nelle maglie della giustizia del tempo. Ancora peggio del carcere c’era la galera, “la pena del remo”.
Nel medioevo ed in epoca moderna molti crimini si scontavano non con la detenzione ma con il lavoro forzato di rematore a bordo delle galere, il che era molto spesso una vera e propria condanna a morte.
Schiavi e galeotti erano tenuti giorno e notte legati con una catena alla panca in cui sedevano. La vita di bordo era terrificante, si andava incontro a fatiche animalesche, a trattamenti disumani e, sopratutto, al rischio di morire annegati.

Foto V. Sottosanti / Archivio LIMEN.
L’utilizzo delle “segrete” risale a tempi antichissimi e perdurò fino al 1782, quando il Re Ferdinando IV di Borbone, con un Decreto che abolì il Tribunale dell’inquisizione di Palermo, vietò le prigioni sotterranee ed introdusse l’obbligo di utilizzare luoghi di detenzione rispettosi della dignità umana dei condannati.
I primi documenti che attestano la presenza di prigioni all’interno del castello risalgono al 1812 quando i proprietari affittarono parte del fortilizio al Comune di Pietraperzia per destinarlo a carcere mandamentale.
Lo storico locale Lino Guarnaccia ha ricostruito le vicende del castello.
Tra i documenti raccolti, spicca il verbale dell’assemblea straordinaria del Consiglio decurionale del 25 maggio 1827 in cui si legge: “il Regio Procuratore Generale presso la Gran Corte Criminale, con sommo rammarico, ebbe luogo ad osservare che le carceri possono equipararsi ad orride e squallide caverne inventate nei secoli di barbarie”.
Neanche l’indignazione del Procuratore Generale riuscì a porre fine alle condizioni disumane in cui erano costretti i detenuti del carcere di Pietraperzia.
Fu necessario attendere quasi un secolo, quando il terremoto dell’11 settembre 1906 causò gravi danni alla struttura del castello determinando l’immediato trasferimento dei detenuti nel vicino ex convento di Santa Maria.


