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Il teatro, Pinocchio e Giufà

Vicky Di Quattro e Mario Incudine raccontano un Mediterraneo fatto di incontri e contaminazioni che passa da Ibla ed attraversa i confini. Ma è Manfredi, sedici anni, a suggerire che la prima frontiera da superare potrebbe trovarsi dentro le mura di casa.

Vincenzo Sottosanti
Vincenzo Sottosanti

IN BREVE

A Ragusa Ibla, fino al 18 ottobre, «Pinocchio e Giufà. Favole per un nuovo Mediterraneo», iniziativa del Teatro Donnafugata sostenuta dal Ministero della Cultura, diventa un viaggio tra identità, inclusione e dialogo. Vicky Di Quattro racconta il potere della bellezza, mentre Mario Incudine riannoda il filo con Le Supplici di Eschilo, tra migrazioni e accoglienza. Ma è Manfredi, sedici anni, a offrire la riflessione più sorprendente: prima di attraversare il Mediterraneo per incontrare l’altro, dobbiamo imparare ad ascoltarci in famiglia. Perché le frontiere più difficili da superare sono spesso quelle invisibili che separano genitori e figli.

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La bellezza contro la brutalità

Ragusa Ibla, 16 ottobre 2026. Vicky Di Quattro, anima del Teatro Donnafugata di Ragusa Ibla e ideatrice di «Pinocchio e Giufà. Favole per un nuovo Mediterraneo», un progetto culturale che intreccia teatro, tradizioni e dialogo tra i popoli, trasformando la forza universale delle favole in un messaggio di incontro, accoglienza e integrazione. Foto V. Sottosanti / Archivio LIMEN
Ibla, 16 ottobre 2026. Vicky Di Quattro, anima del Teatro Donnafugata di Ragusa Ibla e ideatrice di «Pinocchio e Giufà. Favole per un nuovo Mediterraneo», un progetto culturale che intreccia teatro, tradizioni e dialogo tra i popoli, trasformando la forza universale delle favole in un messaggio di incontro, accoglienza e integrazione. Foto V. Sottosanti / Archivio LIMEN

Il sole d’autunno accende la pietra dorata di Ragusa Ibla. I turisti si disperdono tra vicoli, scalinate e palazzi barocchi, esplorando l’antico borgo incastonato tra le montagne del futuro Parco Nazionale degli Iblei. Un territorio che, grazie al patrimonio naturale e a un fermento culturale sempre più vivace, potrebbe richiamare nuovi viaggiatori da ogni parte del mondo.

In piazza Pola incontro Vicky Di Quattro, anima del Teatro Donnafugata, una fucina culturale che da anni contribuisce a ridisegnare il ruolo di Ragusa nel panorama artistico nazionale.

La sua ultima impresa, «Pinocchio e Giufà. Favole per un nuovo Mediterraneo», sostenuta dal Ministero della Cultura, fa incontrare due personaggi apparentemente lontani: il burattino toscano di Collodi e il protagonista di una tradizione orale che attraversa da secoli le sponde del Mediterraneo.

Perché proprio loro? E perché a Ibla?

Vicky non cerca risposte rassicuranti.

«Cosa noi possiamo contrapporre al potere delle armi, al potere economico, alle lotte che continuano ad esserci? Io credo che noi siamo figli di una tradizione culturale straordinaria, proprio perché figlia dell’incontro tra culture molto diverse».

Poi precisa: «Non credo alla retorica della bellezza che salverà il mondo, però sicuramente la bellezza invita a non essere brutale».

È una dichiarazione che trasforma due favole in qualcosa di molto più impegnativo: un invito a interrogarsi sulla convivenza umana.

Dal 16 al 18 ottobre 2026, Ibla ospita Pinocchio e Giufà. Favole per un nuovo Mediterraneo: due personaggi della tradizione popolare si incontrano al Teatro Donnafugata per raccontare, attraverso il linguaggio universale delle favole, il valore dell’incontro tra culture, dell’accoglienza e del dialogo. Foto V. Sottosanti / Archivio LIMEN.

Pinocchio. L’evoluzione di un pezzo di legno

Per Vicky, Pinocchio non è semplicemente un libro per bambini.

«È un romanzo di formazione, ma è forse molto di più di un romanzo di formazione. È un romanzo sul limite».

Mi ricorda il celebre incipit di Collodi: «C’era una volta un re, direte miei cari lettori? No, c’era una volta un pezzo di legno…».

Non un principe. Non un eroe predestinato. Un pezzo di legno.

«Questo pezzo di legno ha mille limiti, che però vuole superare. Sbaglia, cade, si rialza, ricomincia».

Giufà arriva da un’altra storia. Non possiede un romanzo che ne custodisca le avventure. Appartiene alla memoria orale mediterranea, a un universo narrativo nel quale culture e religioni differenti si sono incontrate per secoli.

«Mia nonna mi raccontava tanto Pinocchio quanto le favolette di Giufà», ricorda Vicky.

Che cosa li unisce?

«Pinocchio e Giufà li accomuna la disobbedienza, che è un valore enorme. Io dico sempre ai miei figli: siate disubbidienti».

Una disobbedienza non “imbecille”, costruttiva, capace di oltrepassare le convenzioni per conquistare la propria identità.

Ragusa Ibla, Teatro Donnafugata, 16 ottobre 2026. Un momento delle prove de “La fiamma dei ragazzini – Pinocchio e Giufà”, in scena il 18 ottobre, già sold out. Il testo è del poeta Davide Rondoni, il progetto è curato da Vicky Di Quattro, con la regia di Cinzia Maccagnano e le musiche originali di Mario Incudine, eseguite dal vivo insieme ad Antonio Vasta. Un viaggio teatrale tra fiaba, poesia e musica, nel segno dell’incontro tra le culture del Mediterraneo. Foto V. Sottosanti / Archivio LIMEN.

Il legno di Pinocchio e la pietra di Ibla

Mentre ascolto Vicky, il mio sguardo si posa sulla monumentale facciata della chiesa di San Giuseppe, che ci fa ombra.

È un capolavoro che sembra raccontare anche il carattere di un certo tipo di ragusano: elegante, raffinato, potente e, soprattutto, molto discreto.

È osservando monumenti come questo che si comprende il valore del riconoscimento UNESCO del barocco del Val di Noto. Non soltanto la bellezza delle architetture, ma la sapienza, la laboriosità e il genio delle generazioni che le hanno progettate e costruite.

E Pinocchio cosa c’entra?

C’entra, eccome.

Il burattino nasce dal legno. Ragusa Ibla è plasmata nella pietra. Due materiali che l’umanità lavora fin dalla preistoria, dapprima per soddisfare bisogni essenziali, poi per realizzare opere capaci di rispondere a necessità culturali e spirituali.

Propongo a Vicky questo parallelo.

«Ha ragione nel dire che anche la nostra pietra in qualche modo è materia viva. Geppetto ha l’illusione di costruirlo, ma quello che è quel legno è già dentro il legno stesso».

E aggiunge:

«Noi dobbiamo alla nostra smagliante bellezza una ricostruzione voluta da tanti Geppetto, che hanno modellato questa pietra».

Dietro il riconoscimento UNESCO del barocco di Ragusa si intravede così qualcosa che va oltre il valore dei monumenti: la sapienza, la laboriosità e il genio delle generazioni che hanno trasformato la pietra in civiltà.

Mario Incudine. Da Eschilo a Giufà

Mario Incudine, attore, cantante e interprete della tradizione musicale siciliana, al Teatro Donnafugata di Ragusa Ibla in occasione del progetto Pinocchio e Giufà. Favole per un nuovo Mediterraneo. Artista da sempre attento ai temi dell’identità culturale, dell’accoglienza e dell’integrazione, utilizza il teatro e la musica come strumenti di dialogo tra i popoli del Mediterraneo. Foto V. Sottosanti / Archivio LIMEN.

Ritrovo Mario Incudine durante l’inaugurazione della mostra dedicata alle xilografie di Sigfrido Bartolini, realizzate per illustrare le avventure di Pinocchio.

È un incontro che mi riporta indietro di undici anni.

Era il 2015 quando lo intervistai in occasione delle rappresentazioni classiche al Teatro Greco di Siracusa. Insieme a Moni Ovadia, aveva portato in scena Le Supplici di Eschilo.

Una tragedia scritta quasi duemilacinquecento anni fa, ma di sconvolgente attualità.

Le figlie di Danao fuggono dall’Egitto, attraversano il mare e chiedono asilo ad Argo. Il re Pelasgo deve decidere se accoglierle, assumendosi il rischio di una guerra.

Era il 2015, l’anno in cui la crisi dei migranti scuoteva l’Europa. Sul palcoscenico di Siracusa, Eschilo trasformava l’accoglienza in una questione di responsabilità politica e morale.

Undici anni dopo, ritrovo Mario a Ibla. Sono cambiati i personaggi, ma non le domande.

Gli chiedo cosa rappresenti Giufà nella cultura siciliana.

«Giufà è il personaggio più mediterraneo, forse il più mediterraneo che abbiamo, perché è arabo, perché è siciliano, perché è andaluso, ed è esattamente la sintesi di quello che significa essere siciliani».

Poi una riflessione che demolisce qualsiasi pretesa di purezza identitaria.

«Un siciliano puro non esiste. Se non si ricompongono i pezzi di queste stratificazioni culturali non si può pensare a un identikit del siciliano».

Per Mario, la Sicilia è il risultato di secoli di incontri, migrazioni e contaminazioni.

«Siamo arabi, siamo normanni, siamo africani, siamo andalusi. Tutto questo ci fa essere mediterranei».

E Pinocchio? Che cosa c’entra un personaggio nato nella Toscana dell’Ottocento?

«Noi siamo figli di Omero ma siamo figli di Collodi, siamo figli di Giufà ma siamo figli anche di tutti i “cuntisti” e i “cuntastorie” popolari».

Anche la musica dello spettacolo nasce da una radice condivisa.

«Siamo partiti dall’idea del tamburo. Il tamburello è l’unico strumento che accomuna tutto il Mediterraneo».

Perché proprio una percussione?

«La percussione è il battito del cuore, è il primo suono che noi sentiamo».

Un ritmo primordiale che precede lingue, religioni e frontiere.

Dalle donne delle Supplici al mondo di Giufà, ritrovo così un filo che attraversa il lavoro di Mario Incudine: il Mediterraneo non è una somma di identità separate, ma una storia collettiva costruita attraverso gli incontri.

Ragusa Ibla, 16 ottobre 2026. Al Teatro Donnafugata, Andrea Scarabelli e Simonetta Bartolini, in dialogo con Fulvia Toscano, durante l’incontro “Il segreto del legno. Pinocchio tra simbolo, iniziazione e metamorfosi”. Un viaggio nelle stratificazioni simboliche del capolavoro di Collodi, alla scoperta dei significati nascosti dietro la trasformazione del burattino in essere umano. Foto V. Sottosanti / Archivio LIMEN

I bambini invisibili, a venti chilometri dalla bellezza

Ma il Mediterraneo raccontato da Vicky Di Quattro possiede anche un volto drammatico.

Lo spettacolo con Alessio Boni, dedicato all’infanzia negata, è andato sold out in pochissimi giorni. Un successo di pubblico che accompagna una scelta precisa: destinare parte degli incassi a un progetto sociale legato a Save the Children e Tetti Colorati.

«Il tema degli “Invisibili” è il completamento di quel discorso mediterraneo, quello appunto dell’integrazione».

Poi Vicky pronuncia parole che spezzano l’incanto della piazza.

«Ci sono ragazzini che non esistono, non esistono! Non sono registrati, non vanno a scuola. Ci sono ragazzini che vivono in baracca a un chilometro dal mare e non hanno mai visto il mare».

E conclude:

«Tutto questo a 20 chilometri da qui mentre noi ci beviamo il caffè…».

La distanza è quasi insopportabile.

Da una parte la bellezza del barocco, riconosciuta dall’UNESCO. Dall’altra, bambini che vivono ai margini della società, privati di diritti e opportunità fondamentali.

Il Mediterraneo delle Supplici ritorna. Quello in cui accoglienza e dignità umana non sono concetti astratti, ma responsabilità concrete.

Eppure, per comprendere quanto sia difficile accogliere l’altro, forse non è necessario attraversare il mare.

Talvolta basta entrare in una casa.

Ragusa Ibla, 16 ottobre 2026. Complice una luminosa giornata di sole autunnale, turisti e visitatori affollano vicoli, piazze e monumenti di Ibla, straordinaria sintesi di natura e cultura. Qui, tra le architetture barocche e il paesaggio degli Iblei, anche le pietre parlano, raccontando secoli di storia e il rapporto indissolubile tra l’uomo e il suo territorio. Foto V. Sottosanti / Archivio LIMEN

Manfredi, sedici anni: «Io penso che gli adulti non ci capiscono»

La manifestazione si è aperta con un evento dedicato a Pinocchio. Tra i partecipanti ci sono gli studenti del Liceo Classico di Ragusa, coinvolti insieme alla loro classe in un laboratorio di scrittura e nella partecipazione alle prove generali dello spettacolo.

Al termine dell’evento incontro Manfredi, sedici anni.

Gli chiedo che cosa lo abbia colpito del personaggio di Collodi.

«Secondo me è la rappresentazione di tutti i giovani. In particolare quelli che si lasciano travolgere da altre persone facendo cose sbagliate, riconoscendo comunque i propri errori».

Poi aggiunge:

«Pinocchio non è soltanto una favola, è molto di più, è qualcosa di più importante».

La sua lettura mi incuriosisce.

Gli chiedo cosa lo abbia colpito del rapporto tra Pinocchio e Geppetto.

La risposta arriva senza esitazioni.

«Io penso che gli adulti non ci capiscono».

Poi, però, Manfredi introduce una distinzione che rende la sua riflessione sorprendentemente matura.

«Io stesso non riesco ad aprirmi molto con i miei genitori. Non posso dire che non mi capiscono perché sono consapevole che io non mi apro molto».

È una riflessione che merita attenzione.

Manfredi non attribuisce agli adulti tutta la responsabilità delle incomprensioni. Riconosce che anche i ragazzi possono contribuire a costruire quel muro che rende difficile il dialogo.

«Penso però che alla mia età si ha ancora bisogno di essere guidati verso la giusta strada, restando liberi e senza lasciarci condizionare dalle scelte di altri».

Il problema, dunque, non è scegliere tra libertà e protezione.

È trovare qualcuno capace di accompagnarti senza decidere al posto tuo.

Manfredi affronta anche un’altra fragilità dell’adolescenza: la pressione esercitata dagli amici, dal gruppo, dal desiderio di essere accettati.

«C’è il rischio che magari i tuoi genitori ti dicono di non fare una certa cosa e invece tu la fai per fare contenta una persona diversa dai tuoi genitori, per fare felice quella persona o seguire la moda».

Gli faccio osservare che, in questo modo, si rischia di dimenticare la propria felicità.

«Esatto! Alla fine non sei felice tu…».

Il ragionamento è disarmante.

Pinocchio segue Lucignolo, si lascia ingannare, rincorre promesse di felicità che finiscono per allontanarlo da se stesso. Manfredi riconosce in quella storia il rischio che corre chiunque cerchi nell’approvazione degli altri la misura del proprio valore.

Ma allora, gli domando, chi potrebbe aiutare il Pinocchio di oggi? Chi potrebbe assumere il ruolo della Fata?

«È difficile che possano essere i genitori, perché è difficile il dialogo tra genitori e figli».

Poi racconta qualcosa di personale.

«Io mi considero fortunato perché ho trovato in mio zio una figura di riferimento».

«Con lui riesco ad aprirmi, abbiamo un carattere molto simile e riesco a parlarci tranquillamente. Con lui riesco anche a scherzare e ad aprirmi molto più facilmente».

Gli chiedo se si consideri davvero fortunato.

«Assolutamente sì, oggi è una fortuna poter avere un riferimento all’interno della parentela».

Manfredi ha sedici anni. E in poche battute ha identificato uno dei bisogni più profondi dell’adolescenza contemporanea: poter contare su un adulto capace di ascoltare senza giudicare, di orientare senza imporre, di offrire fiducia senza pretendere obbedienza assoluta.

Non chiede di essere lasciato solo.

Chiede di essere ascoltato.

Ragusa Ibla, 16 ottobre 2026. Lo storico dell’arte Andrea Guastella accompagna il pubblico alla scoperta della mostra “Dal legno di Geppetto ai legni di Sigfrido Bartolini”, realizzata in collaborazione con la Fondazione Nazionale Carlo Collodi. Un viaggio tra le opere e il processo creativo dell’artista, alla scoperta dell’universo figurativo di Pinocchio, dove il legno diventa strumento di espressione artistica e racconto. Foto V. Sottosanti / Archivio LIMEN.

Il Mediterraneo comincia dentro casa

Ripenso a quanto Vicky mi aveva raccontato sulla differenza tra Pinocchio e Giufà.

«La profonda differenza è che Pinocchio ha un padre e Giufà no».

Nella sua interpretazione, la presenza di Geppetto è decisiva proprio perché permette al burattino di sbagliare, di allontanarsi e, infine, di assumersi le proprie responsabilità.

«Pinocchio ha un padre che lo lascia andare, lo lascia sbagliare, e poi si compie il processo educativo di Pinocchio con il sovvertimento della funzione: Pinocchio diventa padre di suo padre».

Vicky richiama la scena nella pancia della balena, quando è Pinocchio a rassicurare Geppetto e a guidarlo verso la salvezza.

«Lì si compie la funzione di un padre, quando smette di essere padre e si appoggia alle spalle del figlio. È in quel momento che nasce un padre e nasce un figlio».

È qui che le parole di Manfredi acquistano un significato ancora più profondo.

Il Teatro Donnafugata propone un Mediterraneo dell’integrazione. Ma l’integrazione non riguarda soltanto popoli, lingue e religioni differenti.

Comincia dentro le famiglie, quando generazioni diverse imparano a riconoscersi, a rispettarsi, a costruire un dialogo capace di superare incomprensioni e solitudini.

È la frontiera più vicina. Qualche volta la più difficile.

Il teatro che Vicky Di Quattro sta costruendo a Ibla sembra voler partire proprio da qui.

Dalle mura domestiche, dai rapporti tra genitori e figli, dalla necessità di riconoscere l’altro anche quando vive sotto il nostro stesso tetto.

Poi il cerchio si allarga.

Attraversa le comunità, raggiunge i bambini invisibili della fascia trasformata ragusana, supera le barriere linguistiche e culturali, fino a raggiungere l’altra sponda del Mediterraneo.

Quello stesso mare attraversato dalle donne delle Supplici, in cerca di protezione e dignità.

Per Vicky il teatro è lo strumento ideale per compiere questo viaggio.

«Il cinema tu puoi vederlo ovunque, a New York, a Catania o a Roma e rimane uguale perché è cristallizzato. Il teatro è diverso in ogni luogo, è diverso ogni sera, perché è materia viva anche quello».

Gli spettacoli nascono a Ibla, tra palazzi storici e spazi trasformati in luoghi scenici. Gli artisti vivono il borgo, ne assorbono l’identità, portandone un frammento sui palcoscenici che li accoglieranno.

«Sono spettacoli che porteranno una parte di Ragusa nel mondo, ed è questo che mi interessa».

Oltre la soglia

Il sole continua a illuminare la facciata di San Giuseppe. I turisti attraversano piazza Pola, mentre l’antico borgo custodisce, dietro la propria bellezza monumentale, una sorprendente capacità di produrre cultura contemporanea.

Ripenso a Mario Incudine e alle donne di Eschilo. A Vicky Di Quattro e ai bambini invisibili. Ma soprattutto a Manfredi, sedici anni, che in Pinocchio ha riconosciuto le difficoltà di una generazione alla ricerca di ascolto.

«Noi siamo “limen”, nel senso che siamo “soglia”», mi aveva detto Vicky.

È una parola che racchiude il senso di questo viaggio.

La soglia tra infanzia ed età adulta, tra genitori e figli, tra culture differenti. Quella che separa l’indifferenza dalla responsabilità.

Pinocchio attraversa la propria soglia quando impara a prendersi cura di Geppetto. Le donne di Eschilo cercano di attraversarla chiedendo accoglienza. Manfredi vorrebbe superarla trovando negli adulti interlocutori capaci di comprenderlo.

Tre storie lontanissime che raccontano lo stesso bisogno umano: essere riconosciuti.

Perché prima di imparare ad accogliere chi arriva dall’altra sponda del Mediterraneo, dobbiamo forse imparare ad ascoltare chi vive dall’altra parte della porta di casa.

È da lì che comincia il Mediterraneo di Vicky Di Quattro. Ed è da lì che Pinocchio e Giufà possono insegnarci a costruirne uno nuovo.

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