La successione degli scandali ha superato ogni limite di decenza istituzionale. Schifani deve lasciare prima che si radichi nell’opinione pubblica la percezione della Presidenza come una centrale del malaffare.
Esitare a dimettersi significa infliggere un danno incalcolabile all’Istituzione che rappresenta, al suo partito e alla sua parte sana, a chi svolge onestamente incarichi di responsabilità con decoro e onore dentro Palazzo d’Orléans e, ultimi ma non certo per importanza, ai cittadini siciliani onesti.
Le immagini realizzate dagli investigatori mostrano Gaetano Armao contare banconote in automobile e nascondere un involucro dentro un orologio a pendolo. La Procura di Palermo ha chiesto l’arresto dell’ex vicepresidente della Regione e consigliere giuridico di Schifani. Armao nega le accuse; il giudice deve ancora decidere. Nello sgomento suscitato da quelle fotografie c’è una ferita collettiva: il dubbio che il denaro possa contare più dei diritti dei cittadini.
Su questa ferita pesa la nuova condanna di Totò Cuffaro, che il 15 maggio 2026 ha patteggiato tre anni per corruzione e traffico di influenze. Un alleato fondamentale nella costruzione della maggioranza di Schifani, oltre che un amico personale. Il presidente stesso ne aveva rivendicato il sostegno, pronunciando, il 4 maggio 2023, alla presentazione del docufilm «1768 giorni», una frase infelice: «Se non ci fosse Totò Cuffaro occorrerebbe inventarlo». Oggi quelle parole hanno un peso politico insostenibile.
La richiesta di LIMEN riguarda la responsabilità sulle persone scelte, sui poteri affidati, sulla vigilanza esercitata. Le fonti esaminate non attribuiscono a Schifani un coinvolgimento penale nei fatti contestati ad Armao. Ma la fiducia in un’istituzione può consumarsi prima della conclusione dei processi.
Per comprendere come siamo arrivati fin qui bisogna tornare a Bagheria, negli anni del governo Cuffaro, dal 2001 al 2008. Villa Santa Teresa è il centro dell’impero sanitario di Michele Aiello, poi condannato definitivamente per associazione mafiosa. Nel 2011 Cuffaro viene condannato definitivamente a sette anni per favoreggiamento aggravato alla mafia e rivelazione di segreto d’ufficio.
Seguono promesse di discontinuità. Massimo Russo prova a rafforzare il merito nelle nomine. Lucia Borsellino arriva alla Salute nel 2012; si dimette nel 2015, progressivamente isolata. La Commissione antimafia regionale ricostruirà, nella stagione Crocetta, un «governo parallelo» di influenze e relazioni informali.
Nel 2021 la Commissione presieduta da Claudio Fava consegna una relazione che attraversa nomine, appalti e rapporti fra pubblico e privato. La sanità assorbe allora circa dieci miliardi l’anno, metà del bilancio regionale. Emergono interferenze politiche, controlli fragili, isolamento di chi denuncia. Le maggioranze cambiano; alcune reti di influenza si adattano.
Un capitolo si intitola «Il condominio della corruzione»: riguarda «Sorella Sanità», esplosa nel 2020. Seguiranno condanne, annullamenti e assoluzioni. Nel 2022 arriva un altro filone sugli appalti; nel 2023 «Aspide» investe l’Asp di Trapani, con successive condanne di primo grado, patteggiamenti e proscioglimenti. «Vasi comunicanti», nel 2024, viene invece archiviata per tutti gli indagati.
Poi una bomboniera passa di mano nel parcheggio dell’Asp di Palermo. È settembre 2025. Dentro c’è denaro. Nell’aprile 2026 il dirigente Francesco Cerrito patteggia tre anni e sei mesi per corruzione, per avere agevolato liquidazioni alla Samot, attiva nelle cure palliative.
A marzo è stato indagato Salvatore Iacolino, appena nominato direttore generale del Policlinico di Messina, per concorso esterno in associazione mafiosa e corruzione aggravata. Il governo lo sospende; le accuse restano da accertare. A settembre vengono archiviate ventitré posizioni nell’inchiesta Cuffaro, comprese contestazioni residue all’ex presidente. Anche questi esiti appartengono alla storia.
Si arriva così ad Armao. L’indagine raggiunge anche le cure palliative: secondo la Procura, per seimila euro avrebbe premuto su Iacolino per favorire la Samo. Schifani lo aveva scelto come consigliere giuridico; la sua giunta gli aveva affidato la presidenza della commissione ambientale.


