28 agosto. La Giornata internazionale del Soccorso Alpino in Sicilia: dove il mare diventa montagna

di Vincenzo Sottosanti

pubblicato il 28 agosto 2026

Il 28 agosto, Giornata internazionale del soccorso alpino, celebra una rete globale di uomini e donne addestrati a intervenire in soccorso di chi si trova in difficoltà negli ambienti più impervi. In Sicilia, la montagna si presenta in forme sorprendenti: vulcani, canyon, falesie e sentieri sospesi sul Mediterraneo. Leonardo La Pica, presidente del Soccorso Alpino e Speleologico Siciliano, descrive un territorio in cui molti incidenti potrebbero essere evitati grazie a una preparazione adeguata, un equipaggiamento corretto e una maggiore consapevolezza dei propri limiti.

Il mare è lì, in fondo al sentiero.

Alla Riserva naturale dello Zingaro, nella Sicilia occidentale, appare tra macchia mediterranea e palme nane come una promessa. Piccole calette turchesi interrompono la linea bianca della costa. D’estate il sole cancella quasi ogni ombra e il Mediterraneo sembra talmente vicino da far dimenticare ciò che esiste tra il parcheggio e l’acqua: chilometri di sentiero, pietraie, salite, discese, caldo.

Dall’altra parte della Sicilia, nella Riserva naturale orientata Cavagrande del Cassibile, l’inganno del paesaggio assume una forma diversa. Laggiù, sul fondo del canyon scavato per millenni dal fiume, brillano laghetti e piscine naturali. Ma per raggiungerli bisogna scendere. E, soprattutto, bisognerà risalire.

Sono quelli che Leonardo La Pica, presidente del Soccorso Alpino e Speleologico della Sicilia definisce «ambienti ibridi».

«Nell’immaginario collettivo sono luoghi di calette costiere, laghi e fiumi naturali dove trovare refrigerio nei periodi estivi», spiega. Il problema è che spesso si dimentica «che per raggiungere il luogo in cui fare un bagno rinfrescante occorre percorrere sentieri che presentano tutte le caratteristiche dell’ambiente di montagna».

È forse da qui che bisogna partire per raccontare il 28 agosto, International Mountain Rescue Day, la Giornata internazionale del soccorso alpino.

Non dalle grandi pareti delle Alpi, ma da una spiaggia siciliana raggiungibile soltanto a piedi.

28 agosto 1948 – Una pietra miliare nella storia del soccorso alpino Nel fine settimana del 28 agosto 1948, alcuni pionieri del soccorso alpino provenienti da diversi paesi si riunirono nel massiccio del Wilder Kaiser, gettando le basi per quella che sarebbe diventata nel 1955 la Commissione Internazionale per il Soccorso Alpino..
Foto Archivio International Commission for Alpine Rescue / © Osterreichischer Alpenverein / © Osterreichischer Bergrettungdlenst

Una storia cominciata nel 1948

La data del 28 agosto non è casuale. Nell’agosto del 1948, al Wilder Kaiser, in Austria, soccorritori provenienti da diversi Paesi si incontrarono su iniziativa dell’Austrian Alpine Club per confrontare esperienze e tecniche. Quel dialogo internazionale pose le basi per quella che nel 1955 sarebbe diventata l’International Commission for Alpine Rescue – ICAR.

Oggi ICAR riunisce più di 140 organizzazioni appartenenti a 41 Paesi. La Giornata internazionale celebra proprio quella cultura della cooperazione: conoscenze, tecniche e procedure condivise con un obiettivo che non è cambiato dal 1948, raggiungere e salvare persone in difficoltà in montagna.

In Italia questa missione è affidata al Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico – CNSAS, sezione nazionale del Club Alpino Italiano. Il Corpo svolge un servizio pubblico e di pubblica utilità ed è specializzato nella ricerca, nel soccorso e nel recupero di persone in ambiente montano, ipogeo e, più generalmente, in tutti quegli ambienti definiti «impervi».

È quest’ultima parola a spiegare perché il Soccorso Alpino abbia un ruolo così importante anche in Sicilia.

La montagna che non sembra montagna

«La montagna in Sicilia è molto sottovalutata», dice La Pica.

Non parla soltanto dell’Etna innevato o delle cime delle Madonie.

Parla anche di chi parte per raggiungere una caletta indossando scarpe pensate per la spiaggia. Di chi comincia a camminare a mezzogiorno sotto il sole di agosto. Di chi porta con sé poca acqua. Di chi guarda un sentiero sulla carta e pensa che sette chilometri siano soltanto sette chilometri.

«La montagna in Sicilia è molto sottovalutata, sia per le attrezzature con cui le persone l’affrontano, ma anche per quanto riguarda la preparazione fisica e tecnica. Non c’è preparazione», osserva La Pica. «Le condizioni fisiche vengono spesso sottovalutate quando si cammina molto sotto il sole».

Il problema è soprattutto culturale.

Una vetta viene riconosciuta immediatamente come montagna. Una falesia sul mare, un canyon attraversato da un fiume o un sentiero che conduce a una spiaggia molto meno.

Eppure, dal punto di vista del soccorritore, ciò che conta non è l’altitudine.

Conta la possibilità di raggiungere una persona. Conta il terreno. Conta quanto dista una strada. Conta se un’ambulanza può arrivare oppure no.

Una distorsione a chilometri dalla strada

Gli incidenti più frequenti possono essere apparentemente banali.

«Le conseguenze più comuni riguardano gli arti inferiori», racconta La Pica. Ma in un ambiente impervio anche una semplice distorsione cambia significato: «Una semplice distorsione in un luogo impervio dove non può arrivare un’ambulanza richiede l’intervento di una squadra specializzata, e il più delle volte anche l’impiego di un elicottero».

È questo uno dei paradossi del soccorso in Sicilia.

L’incidente può essere piccolo. L’operazione necessaria per riportare l’infortunato alla strada può essere grande.

Una caviglia che non sostiene più il peso del corpo può significare tecnici che devono percorrere chilometri portando materiale sanitario e una barella, stabilizzare il paziente, trasportarlo su terreno accidentato oppure individuare un punto nel quale possa intervenire un elicottero.

Nel 2025 il Soccorso Alpino e Speleologico Siciliano ha effettuato 209 interventi a favore di 239 persone. E il fenomeno, sostiene La Pica, è in crescita. «Negli ultimi tre-quattro anni stiamo registrando un incremento costante di interventi, e questo vale anche per il 2026».

È una tendenza coerente con quanto accade a livello nazionale. Nel 2025 il sistema del soccorso alpino italiano ha raggiunto 13.037 missioni, l’8 per cento in più rispetto all’anno precedente. L’escursionismo continua a rappresentare l’attività maggiormente coinvolta negli interventi.

Le infradito dello Zingaro

Alla Riserva dello Zingaro la distanza tra percezione e realtà diventa particolarmente evidente.

Si arriva per il mare. Si entra in costume. Poi comincia il sentiero.

Il Soccorso Alpino siciliano effettuava ogni anno decine di interventi in zone apparentemente innocue come lo Zingaro, dove numerosi visitatori affrontavano il percorso senza calzature adeguate, acqua sufficiente o protezione dal caldo.

Sull’argomento, Leonado La Pica pone anche una questione di gestione delle aree protette come la Riserva dello Zingaro e Cavagrande del Cassibile dove si paga un biglietto per entrare. «Non so quanto l’ente gestore non debba farsi carico, almeno all’ingresso, di attivarsi per evitare che i visitatori si avventurino per i sentieri con calzature non adeguate», osserva.

Secondo La Pica occorrerebbe «un minimo di regolamentazione». Allo Zingaro qualcosa è già stato fatto, «ma non è ancora sufficiente».

Il Soccorso Alpino prova a intervenire prima dell’incidente attraverso l’informazione: «Noi cerchiamo di fare la nostra parte utilizzando i social del Soccorso, ma non basta».

Le infradito diventano così il simbolo di un problema molto più profondo.

Non sono soltanto scarpe sbagliate.

Sono la manifestazione concreta della convinzione di trovarsi in un luogo privo di pericoli perché davanti agli occhi c’è il mare o un lago in cui tuffarsi.

Terrasini (PA), 13 agosto 2026. Un complesso intervento di soccorso congiunto tra Aeronautica Militare ed il Soccorso Alpino e Speleologico Siciliano ha permesso di salvare un biker precipitato in un ripido canalone di Monte Palmeto dopo aver abbandonato il sentiero tracciato per provare il “brivido” della velocità in un ripido pendio. Foto Archivo AM – CNSAS

«Le scarpe sono fondamentali»

Alla domanda su cosa dovrebbe fare chi si avvicina per la prima volta alla montagna, La Pica non propone equipaggiamenti sofisticati.

Parte dalla consapevolezza.

«Bisogna capire qual è la propria esperienza, qual è il proprio background di partenza. Se si è neofiti sarebbe il caso di appoggiarsi a gruppi escursionistici, a qualcuno che possa indirizzare verso una maniera corretta di frequentare gli ambienti montani».

Poi vengono le cose concrete.

«Per andare in montagna è consigliabile vestirsi a strati, utilizzare calzature adeguate. Le scarpe sono fondamentali. Gli scarponcini da montagna proteggono le caviglie».

Acqua abbondante, soprattutto durante l’estate. Telefono carico. Conoscenza dell’itinerario. Valutazione preventiva delle difficoltà.

«È fondamentale cercare di capire quali sono le difficoltà del percorso da intraprendere».

Sono precauzioni semplici. E proprio per questo il dato successivo fornito da La Pica assume un peso particolare.

Alla domanda su quanti interventi potrebbero essere evitati attraverso una maggiore preparazione, risponde con una stima basata sulla propria esperienza operativa:

«Orientativamente, se la gente fosse meno impreparata, potremmo avere una diminuzione degli interventi tra il 20 e il 30 per cento».

Non è una percentuale statistica ricavata da uno studio epidemiologico, ma la valutazione del responsabile regionale che osserva quotidianamente cause e dinamiche degli interventi. È, soprattutto, la misura di quanto spazio esista ancora per la prevenzione.

Imparare prima dell’incidente

Il CNSAS lavora da anni proprio su questo confine sottile tra soccorso e prevenzione.

La campagna “Sicuri in Montagna” porta tecnici e frequentatori dei sentieri nello stesso ambiente prima che accada qualcosa.

La Pica la descrive come un’attività divulgativa che coinvolge anche le sezioni del CAI e permette ai partecipanti di assistere e prendere parte a simulazioni di soccorso. L’obiettivo non è trasformare un escursionista in un soccorritore, ma insegnargli cosa fare nei primi minuti e soprattutto quali informazioni trasmettere quando chiede aiuto.

Nel gennaio 2026 una delle giornate di “Sicuri in Montagna d’Inverno” si è svolta sul versante sud-occidentale dell’Etna. Oltre cento persone hanno percorso un itinerario di circa sette chilometri tra Piano Fiera e Monte De Fiore. Lungo il cammino i tecnici del Soccorso Alpino siciliano hanno affrontato temi come equipaggiamento, prevenzione degli incidenti e comportamento corretto in ambiente montano.

La prevenzione diventa così parte integrante del soccorso.

Salvare qualcuno significa anche evitare che abbia bisogno di essere salvato.

Un punto sullo schermo

Oggi a corde, barelle e moschettoni si è aggiunto uno strumento quasi invisibile: una coordinata geografica.

Il CNSAS ha sviluppato GeoResQ, un’applicazione gratuita pensata per aumentare la sicurezza di chi frequenta la montagna.

«Registra il percorso fatto e dà anche la possibilità di lanciare un allarme se succede qualcosa», spiega La Pica. La richiesta raggiunge le centrali operative indicando le coordinate dalle quali è partita. «In questo modo, anche se non si riesce a telefonare, la stazione di Soccorso Alpino di competenza territoriale interviene».

Per un soccorritore conoscere la posizione esatta significa risparmiare tempo.

E in montagna il tempo non è soltanto una misura.

Può essere temperatura corporea che scende, disidratazione che aumenta, luce che scompare, condizioni meteorologiche che cambiano.

Chi parte quando gli altri chiedono aiuto

Dietro ogni operazione ci sono uomini e donne che hanno imparato a muoversi dove altri non riescono più a proseguire.

Entrare nel CNSAS, spiega La Pica, significa possedere già una solida esperienza dell’ambiente montano o speleologico. «È fondamentale sapere già andare in montagna ed avere padronanza delle tecniche alpinistiche o speleologiche».

Poi viene la selezione. E dopo la selezione l’addestramento.

Tra i volontari ci sono anche «diversi medici ed infermieri appassionati di montagna» che scelgono di mettere le proprie competenze sanitarie «a disposizione in ambienti estremi».

È probabilmente questa la dimensione meno visibile della Giornata internazionale del soccorso alpino.

Dietro l’elicottero che compare sopra una gola o la squadra che avanza con una barella lungo un sentiero esistono anni di formazione, esercitazioni, turni, conoscenza del territorio e disponibilità personale.

La montagna comincia prima della vetta

Alla fine, il messaggio che arriva dalla Sicilia è sorprendentemente semplice.

La montagna non comincia a duemila metri.

Può cominciare a poche centinaia di metri dalla riva del Mediterraneo.

Comincia quando la strada finisce. Quando un’ambulanza non può più avanzare. Quando il terreno obbliga a scegliere dove mettere il piede. Quando bisogna misurare l’acqua rimasta nella borraccia e chiedersi quanta strada manca per tornare indietro.

Lo Zingaro e Cavagrande raccontano forse meglio di qualsiasi vetta questa nuova geografia del rischio.

Sono luoghi meravigliosi proprio perché sono ancora selvaggi. Ma la bellezza non cancella le difficoltà.

«Non è semplicemente camminare lungo un sentiero», ricorda Leonardo La Pica. «Ci sono salite, discese e lunghezze che espongono all’affaticamento, in particolare chi non è abituato ad andare in montagna».

Il mare può essere davanti agli occhi.

Le infradito possono essere nello zaino.

Ma fino a quando non si raggiunge la spiaggia, si è ancora in montagna.

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