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L’opinione di LIMEN

Sanità siciliana: sintesi editoriale sulle responsabilità politiche, la continuità delle riforme e il rapporto tra sanità pubblica e privata.

Vincenzo Sottosanti
Vincenzo Sottosanti
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LIMEN – Guarda oltre la superficie

Tre articoli autonomi, una sola inchiesta.

Tempo di lettura · 5 min

Una Regione che conosce la diagnosi ma non riesce a rendere stabile la cura

Dopo l’intervista e dopo il fact-checking rimane una domanda. Forse diversa da quella con la quale eravamo partiti.

All’inizio volevamo capire chi fosse responsabile della crisi della sanità siciliana.

Centrodestra? Centrosinistra? Schifani? Musumeci? Crocetta? I manager delle aziende sanitarie?

La risposta che emerge è meno rassicurante.

Perché attribuire tutto a un singolo governo significherebbe immaginare che basti cambiarlo per risolvere il problema.

I fatti raccontano invece una crisi capace di attraversare maggioranze, assessori e legislature.

L’onestà di una risposta scomoda

Nell’intervista a Dipasquale c’è un passaggio che LIMEN considera particolarmente significativo.

Non quello nel quale attacca il centrodestra. Non quello nel quale parla dei gruppi di potere. E neppure quello nel quale rivendica le denunce alla magistratura.

È quando gli chiediamo conto della sua stessa storia politica.

Le domande diventano deliberatamente incalzanti.

Lei è stato sindaco. Lei siede all’ARS dal 2012. Lei entrò nella maggioranza di Crocetta. Molte delle soluzioni che propone oggi erano già state discusse allora. Quali risultati ha ottenuto?

Dipasquale avrebbe potuto fare ciò che accade spesso in politica: cambiare terreno, ricordare soltanto le proprie battaglie, spiegare che le responsabilità appartengono sempre a qualcun altro.

Non lo fa. E di questo bisogna dargli merito.

Questo non significa assolverlo. Significa qualcosa di più interessante.

Significa che almeno durante questa intervista accetta di non collocarsi completamente fuori dal problema.

È un elemento di onestà intellettuale che va riconosciuto proprio perché il giudizio sul suo operato può e deve rimanere critico.

Non manca la capacità di diagnosticare

La Sicilia produce analisi. Approva piani. Disegna reti ospedaliere. Annuncia assunzioni. Discute di medicina territoriale. Costruisce Case di Comunità. Parla di prevenzione. Distingue tra ospedali generalisti e strutture specializzate. Stabilisce che il privato debba essere complementare al pubblico.

Sono concetti che ritornano continuamente.

Nel 2017, durante il governo Crocetta, si parlava della necessità di assumere migliaia di operatori. Nel 2026 discutiamo ancora di Pronto soccorso che non riescono a coprire i turni.

Nel 2017, sempre con Crocetta, si sosteneva che gli ospedali dovessero assumere funzioni differenti e complementari. Oggi Dipasquale propone di nuovo la stessa cosa.

Nel 2017, l’Assessore alla Sanità Lucia Borsellino aveva tracciato una linea secondo cui il privato accreditato doveva essere complementare alla programmazione pubblica. Nel 2026 continuiamo a discutere dello stesso confine.

Non è soltanto immobilismo. Ci sono stati cambiamenti, investimenti, riforme e risultati. Ma troppo spesso sembrano incapaci di sedimentarsi.

Il problema della continuità

È probabilmente qui che LIMEN individua il nodo più profondo.

Una riforma sanitaria non può dipendere dalla durata di una legislatura. Non può essere ricostruita da zero ogni volta che cambia l’assessore. Non può essere sacrificata alla difesa del reparto sotto casa. Non può costruire nuovi edifici senza sapere chi vi lavorerà. Non può formare professionisti e poi renderne più conveniente la fuga verso altre Regioni o verso il privato.

E soprattutto non può confondere la programmazione con l’annuncio.

Una politica sanitaria regionale dovrebbe essere abbastanza solida da sopravvivere anche a chi l’ha progettata.

Altrimenti ogni governo torna al punto di partenza.

Pubblico e privato: evitare le scorciatoie

Anche il rapporto con il privato richiede meno ideologia e più misurazione.

Il privato accreditato fa parte del sistema sanitario siciliano e può garantire qualità e capacità produttiva. Il problema non è la sua esistenza.

La domanda è un’altra: sta integrando ciò che il pubblico non deve o non può fare da solo, oppure sta occupando progressivamente lo spazio lasciato libero dall’incapacità del pubblico di rispondere?

Questa distinzione non può essere affidata alle dichiarazioni politiche. Deve essere misurata.

Tempi d’attesa. Prestazioni acquistate. Risorse trasferite. Personale disponibile. Mobilità sanitaria. Esiti clinici. Costi.

È su questi dati che dovrà continuare l’inchiesta di LIMEN.

Una responsabilità che attraversa la politica

Il fact-checking della stagione Crocetta obbliga anche a evitare una conclusione troppo semplice.

Non è vero che in quegli anni non venne fatto nulla. Ci furono programmazione, risanamento finanziario, una nuova rete ospedaliera, tentativi di assunzione.

Ma non bastò.

E non basta neppure oggi indicare ciò che dovrebbe essere fatto.

Il vero metro della politica non è la qualità della diagnosi. È la capacità di trasformarla in risultati che durano.

Questo riguarda il governo Schifani. Ha riguardato Musumeci. Ha riguardato Crocetta. Ha riguardato le maggioranze precedenti. E riguarda anche chi, come Dipasquale, ha attraversato alcune di quelle stagioni dall’interno.

Forse è proprio il suo «non sono soddisfatto» a fornire involontariamente la sintesi più efficace.

Perché il fallimento della politica regionale non consiste nell’avere ignorato completamente i problemi. Consiste nell’averli riconosciuti, affrontati parzialmente e poi ritrovati quasi identici anni dopo.

La Sicilia non ha bisogno dell’ennesima diagnosi. Ha bisogno che qualcuno riesca finalmente a trasformare la programmazione in continuità, gli investimenti in servizi, le strutture in personale, le riforme in qualcosa che sopravviva al governo che le ha approvate.

Perché il problema è più inquietante di quello che sembra, non è che la Sicilia non sappia cosa fare. È che molte delle soluzioni sono note da anni.

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