CARABINIERI: GIS, dove il singolo diventa squadra

di Vincenzo Sottosanti

pubblicato il 4 aprile 2010

aggiornato il 28 agosto 2026

Il Gruppo d’Intervento Speciale dei Carabinieri é l’unità chiamata ad affrontare alcune delle situazioni più critiche per la sicurezza dello Stato

Un veicolo militare lascia la base e si inoltra tra i boschi dell’Appennino toscano. La strada si restringe, la vegetazione diventa più fitta. Da qualche parte, nascosto tra gli alberi, c’è un casolare. È lì che comincia l’esercitazione.

Lo scenario è quello di un sequestro di persona: un ostaggio è tenuto prigioniero da cinque uomini armati. Per liberarlo occorre conoscere il terreno, osservare senza essere osservati, coordinare uomini che agiranno da terra e dall’aria e, soprattutto, scegliere il momento esatto in cui intervenire.

Per gli uomini del GIS, il Gruppo d’Intervento Speciale dei Carabinieri, non si tratta semplicemente di arrivare sull’obiettivo. L’intera operazione è costruita intorno a una priorità: riportare a casa l’ostaggio riducendo al minimo possibile i rischi per tutte le persone coinvolte. Prima dell’irruzione c’è quindi un lavoro quasi invisibile.

Alcuni operatori hanno già raggiunto l’area e osservano il casolare mimetizzati nella vegetazione. Studiano gli accessi, i movimenti dei sequestratori, le possibili vie di fuga. Ogni informazione raccolta contribuisce a comporre una mappa che non è soltanto geografica: tempi, distanze e comportamenti devono trasformarsi in decisioni. Poi l’operazione entra nella sua fase decisiva.

A terra viene avviata un’azione diversiva. Quasi contemporaneamente un elicottero raggiunge l’area a bassa quota. Una squadra viene inserita nei pressi dell’obiettivo utilizzando tecniche alpinistiche. In pochi istanti gli operatori raggiungono il casolare, fanno irruzione e neutralizzano la minaccia. L’ostaggio viene liberato.

È questa, probabilmente, la prima cosa che si comprende osservando da vicino il GIS: dietro la tecnologia e gli equipaggiamenti non ci sono personaggi cinematografici. Ci sono carabinieri preparati per assumere decisioni in condizioni nelle quali un errore può avere conseguenze irreversibili.

Osservata dall’esterno, l’azione sembra consumarsi in pochi minuti. Ma quei minuti sono soltanto la parte visibile di un lavoro costruito attraverso addestramento, pianificazione e ripetizione quasi ossessiva delle procedure.

Il mimetismo vegetato, è utilizzato per rendere gli operatori del GIS difficili da individuare. L’obiettivo primario è quello di “spezzare” la sagoma umana e dell’equipaggiamento, rendendoli meno visibili all’occhio umano o alle tecnologie di osservazione. Foto V. Sottosanti, Archivio LIMEN.

Nati negli anni di piombo

Per comprendere perché l’Italia abbia creato un reparto di questo tipo bisogna tornare alla seconda metà degli anni Settanta.

Il Paese attraversava uno dei periodi più difficili della sua storia repubblicana. Terrorismo, attentati, sequestri e violenza politica avevano modificato radicalmente la percezione della sicurezza.

Il 6 febbraio 1978, per impulso dell’allora ministro dell’Interno Francesco Cossiga, venne istituito il Gruppo d’Intervento Speciale.

L’obiettivo era costruire una capacità nazionale in grado di affrontare operazioni antiterrorismo, liberazione di ostaggi e situazioni nelle quali gli strumenti ordinari delle forze di polizia potevano non essere sufficienti.

Gli uomini furono scelti tra i carabinieri paracadutisti del 1° Reggimento “Tuscania”, reparto dal quale ancora oggi provengono gli operatori del GIS.

La prova sul campo arrivò presto.

Il 29 dicembre 1980 il reparto intervenne nel supercarcere di Trani, dove una rivolta aveva portato alla cattura di agenti di custodia. Gli uomini del GIS entrarono nella struttura anche attraverso un’azione dall’alto e riuscirono a liberare gli ostaggi.

Quell’intervento segnò il battesimo operativo del reparto.

Negli anni successivi le missioni cambiarono insieme alle minacce. Ai sequestri di persona e al terrorismo interno si affiancarono operazioni contro la criminalità organizzata, catture di latitanti pericolosi, interventi di polizia giudiziaria ad alto rischio e attività di protezione.

Nel 1984 il GIS venne individuato come Unità di Intervento Speciale antiterrorismo della Difesa a disposizione del Ministero dell’Interno.

Ma la sua evoluzione non si sarebbe fermata ai confini italiani.

Molti carabinieri aspirano a entrare nel GIS, ma solo pochi superano la selezione ed i due anni di addestramento previsti per entrare a far parte del reparto operativo. Foto V. Sottosanti, Archivio LIMEN.

Una doppia identità

Dal 1997 il reparto ha iniziato a essere impiegato nei teatri operativi esteri più complessi, dall’Albania alla Bosnia, dal Kosovo all’Iraq.

Nel 2004 è arrivato un passaggio fondamentale: l’ingresso nel comparto delle Operazioni Speciali della Difesa.

Da allora il GIS possiede una caratteristica rara: riunisce in una stessa unità due culture operative.

Sul territorio nazionale è una Unità Speciale di polizia, destinata soprattutto agli interventi antiterrorismo e alle operazioni di polizia ad altissimo rischio.

Nelle operazioni militari all’estero agisce invece come Reparto Incursori delle Forze Speciali, nell’ambito del sistema coordinato dal Comando Interforze per le Operazioni delle Forze Speciali.

Due identità che non si sovrappongono semplicemente, ma si alimentano reciprocamente.

La preparazione militare accresce la capacità di operare in contesti estremi. L’esperienza di polizia, al contrario, mantiene centrale un principio fondamentale: l’impiego della forza deve essere funzionale alla risoluzione della crisi, non diventare il suo obiettivo.

È una differenza sostanziale.

In un’operazione con ostaggi, per esempio, il successo non coincide necessariamente con l’eliminazione della minaccia. Coincide prima di tutto con la capacità di salvare vite.

Il GIS dispone delle tecnologie più avanzate, ma sono le solide condizioni psico-attitudinali di ogni singolo elemento a determinare il livello d’eccellenza riconosciuto a livello internazionale. Foto di V. Sottosanti, Archivio LIMEN.

Prima delle armi, le informazioni

L’immagine più conosciuta del GIS è inevitabilmente quella dell’operatore equipaggiato per un’irruzione.

Ma una parte fondamentale del lavoro si svolge prima.

Osservazione, intelligence operativa, analisi dell’ambiente, pianificazione, capacità di distinguere in pochi istanti una minaccia da una persona innocente: sono questi gli elementi che trasformano l’impiego della tecnologia in capacità operativa.

Persino quando una crisi sembra destinata a concludersi con un intervento armato, esiste un’altra possibilità.

All’interno del GIS opera infatti anche un Nucleo Negoziatori.

Ne fanno parte operatori selezionati per capacità comunicative, equilibrio psicofisico e conoscenza delle lingue straniere. La loro missione appartiene a un territorio molto diverso da quello dell’irruzione: usare la parola per guadagnare tempo, comprendere le intenzioni di chi si trova dall’altra parte e, quando possibile, risolvere la crisi senza arrivare allo scontro.

È forse uno degli aspetti meno spettacolari, ma più significativi, del lavoro del reparto.

In determinate situazioni una conversazione può essere efficace quanto un’azione tattica.

Per gli uomini del GIS l’uso delle armi costituisce l’extrema ratio. L’obiettivo di ogni operazione è riportare l’ordine pubblico evitando spargimenti di sangue e salvaguardare anche la vita dei delinquenti. Foto di Vincenzo Sottosanti, Archivio LIMEN.

La selezione

Entrare nel GIS significa arrivare alla fine di una selezione che comincia molto prima.

Gli operatori provengono dal 1° Reggimento Carabinieri Paracadutisti “Tuscania”, a sua volta reparto caratterizzato da una rigorosa selezione psicofisica e da un lungo percorso formativo.

Per il GIS non basta però essere fisicamente efficienti o particolarmente abili nell’impiego delle armi.

Servono equilibrio, capacità di adattamento, lucidità sotto pressione e attitudine a lavorare all’interno di una squadra.

La tecnologia può cambiare. Le procedure vengono aggiornate. Gli scenari internazionali evolvono. Ma la componente umana rimane il centro del sistema.

Un operatore deve essere capace di passare dalla preparazione metodica di una missione a una decisione presa in una frazione di secondo. Deve conoscere molte tecniche, ma soprattutto capire quando utilizzarle e quando, invece, non utilizzarle.

Dopo la formazione iniziale, l’addestramento continua durante l’intera permanenza nel reparto.

Operazioni reali, esercitazioni, specializzazioni e cooperazione con altre unità contribuiscono a mantenere quella che nel linguaggio militare viene definita operational readiness: la capacità di essere realmente pronti quando l’emergenza arriva.

Sono in pochi a conoscere il numero esatto e l’identità dei militari che fanno parte del Gruppo Intervento Speciale dei Carabinieri ed è direttamente il Capo di Stato Maggiore del Comando Generale dell’Arma dei Carabinieri ad autorizzarne l’impiego per operazioni d’emergenza.
Foto di Vincenzo Sottosanti, Archivio LIMEN.

Una rete contro le nuove minacce

Il terrorismo contemporaneo è diverso da quello che l’Italia affrontava nel 1978.

Le minacce possono svilupparsi rapidamente, assumere forme ibride, coinvolgere contemporaneamente più luoghi o utilizzare tecnologie che quarant’anni fa appartenevano alla fantascienza.

Anche il sistema di risposta è quindi cambiato.

Oggi il GIS rappresenta il fulcro del dispositivo di intervento antiterrorismo dell’Arma dei Carabinieri e può essere integrato, a seconda dello scenario, da altre componenti: il 1° Reggimento “Tuscania”, le Aliquote di Primo Intervento, le Squadre Operative di Supporto e altri reparti.

Il concetto è quello di una risposta modulare.

Non esiste una squadra identica per ogni crisi. Sono le caratteristiche dell’emergenza a determinare uomini, competenze e mezzi necessari.

È un modello che riflette la trasformazione delle minacce contemporanee e che rende sempre più importante l’interoperabilità: reparti differenti devono riuscire a comunicare, muoversi e prendere decisioni come parti di un unico organismo.

Ogni operazione viene pianificata in base alle condizioni ambientali in cui occorre intervenire. Per far fronte ad ogni tipo di situazione, il GIS può contare sull’ausilio di mezzi aerei, navali e terrestri oltre che di attrezzature subacquee ed alpinistiche.
Foto V. Sottosanti, Archivio LIMEN.

Dopo l’azione

Terminata l’esercitazione nel bosco, gli operatori si riuniscono.

Comincia il debriefing.

È forse il momento meno spettacolare dell’intera giornata, ma uno dei più importanti. La missione viene ricostruita. Si analizzano tempi, movimenti e decisioni. Ciò che ha funzionato viene verificato; ciò che può essere migliorato viene individuato.

L’obiettivo non è celebrare l’azione appena conclusa.

È preparare quella successiva.

Perché l’eccellenza di un reparto speciale non si misura soltanto nella capacità di intervenire, ma nella continua ricerca degli errori prima che possano manifestarsi in un’operazione reale.

Ed è qui che il significato del motto del GIS diventa più chiaro: “In Singuli Virtute Aciei Vis”.

La forza del gruppo nasce dalle qualità del singolo.

Ma nel bosco, quando uomini a terra, osservatori, equipaggi di volo e squadra d’assalto devono muoversi nello stesso istante verso lo stesso obiettivo, vale anche il principio opposto.

Il singolo può diventare realmente efficace soltanto quando impara a essere parte del gruppo.

Ed è probabilmente questa, più delle armi e della tecnologia, la vera specialità del GIS.

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