Le Madonie arrivano a Ragusa. Ma con quale risultato da mostrare?
Il 29 agosto, nella Sala Giunta di Palazzo dell’Aquila, si discute della crescente presenza dei daini nel territorio ragusano.
Il sindaco Peppe Cassì ha convocato Regione, tecnici, veterinari e associazioni ambientaliste e animaliste. Partecipano anche Giuseppe Ferrarello, presidente del Parco delle Madonie e sindaco di Gangi, e Antonio Spinato, naturalista dell’Ente.
Il Comune definisce il loro intervento una «significativa testimonianza» e ne chiarisce il motivo: bisogna evitare che nel Ragusano la presenza dei daini raggiunga dimensioni difficilmente gestibili come quelle registrate nelle Madonie, dove una popolazione inizialmente molto piccola sarebbe arrivata a superare i 20 mila esemplari.
Le Madonie, dunque, non arrivano a Ragusa con un problema risolto.
Arrivano con un problema sfuggito per anni alla capacità ordinaria di gestione.
Da sette animali a migliaia: dov’era la gestione?
Nel 1978 l’allora Azienda Foreste Demaniali della Regione Siciliana introdusse a Piano Zucchi sette daini: cinque femmine e due maschi. Nel 1996 la rottura della recinzione avrebbe consentito agli animali di disperdersi sul territorio.
Da allora sono trascorsi trent’anni.
Ed è proprio questo dato a rendere inevitabile una domanda critica:
come si è potuti passare da sette animali a una popolazione indicata oggi in decine di migliaia di esemplari senza riuscire a contenerne l’espansione prima che assumesse dimensioni emergenziali?
Per capire cosa non dovrebbero fare gli Iblei, bisogna prima capire cosa è accaduto nelle Madonie.
Il contenimento arriva, ma il problema è già enorme
Negli ultimi anni il Parco ha effettivamente accelerato.
Nel 2022 risultano rimossi 434 daini; nel 2023, 623; nel 2024, 634; nei primi dieci mesi del 2025, 797.
Quasi 2.500 animali in meno di quattro anni. Lo stesso Ente ha presentato questi numeri come prova della validità delle strategie adottate.
Sono stati predisposti piani, formati selecontrollori, realizzati monitoraggi, costruite mappe operative e organizzate attività di cattura e selecontrollo. Nel marzo 2025 il Parco dichiarava esplicitamente la necessità di «perfezionare ed intensificare» ulteriormente gli interventi.
Tutto questo dimostra che il Parco oggi lavora sul problema.
Ma non cancella la domanda precedente.
Semmai la rafforza.
Perché è stato necessario arrivare a una macchina di contenimento così imponente?
Se per tentare di tenere sotto controllo una specie occorrono centinaia di operatori, strutture dedicate, ingenti risorse economiche e la rimozione di centinaia di animali ogni anno, significa che la prevenzione non ha funzionato abbastanza presto.
L’11 settembre 2026 cade la parola che cambia tutto: emergenza
Tredici giorni dopo l’incontro di Ragusa, il Consiglio del Parco delle Madonie approva all’unanimità la richiesta alla Regione di dichiarare lo stato di emergenza per daini e cinghiali.
Non si parla più soltanto di gestione faunistica.
Il Parco denuncia danni agli ecosistemi, all’agricoltura e alla sicurezza. Segnala coltivazioni compromesse, terrazzamenti e muretti danneggiati e una presenza crescente degli animali vicino ai centri abitati. Chiede risorse straordinarie e il potenziamento delle strutture.
Se dopo anni di piani, abbattimenti selettivi, catture, monitoraggi e personale formato il sistema deve ricorrere a misure straordinarie, significa che la gestione ordinaria del Parco delle Madonie non è riuscita a riportare il problema entro limiti sostenibili.
Le ragioni possono essere molte: risorse insufficienti, ritardi normativi, carenza quantitativa e qualitativa di personale, competenze frammentate tra diversi organismi, lentezze decisionali.
E allora che cosa sono venute a insegnare le Madonie agli Iblei?
È proprio qui che la presenza dei vertici del Parco a Ragusa assume un significato quasi paradossale.
Il loro contributo è prezioso.
Ma forse non nel senso che qualcuno potrebbe immaginare.
Le Madonie non dovrebbero essere studiate dagli Iblei come il territorio che ha trovato la soluzione.
Dovrebbero essere studiate come il territorio che dimostra quanto diventi difficile trovare una soluzione quando si interviene tardi.
La domanda da rivolgere ai vertici attuali dell’Ente Parco delle Madonie dovrebbe essere soprattutto:
che cosa avrebbe dovuto fare il Parco vent’anni fa per non arrivare alla situazione di oggi?
È questa la vera esperienza che Ragusa dovrebbe importare.
Non soltanto le tecniche di contenimento elaborate quando il fenomeno è ormai enorme, ma la conoscenza degli errori, dei ritardi e delle sottovalutazioni che hanno preceduto l’emergenza.

La sospensione a Ragusa: prudenza o inizio di un nuovo rinvio?
A Ragusa il dirigente regionale Tullio Serges ha sospeso gli abbattimenti che avrebbero dovuto iniziare il primo settembre.
Continueranno il monitoraggio e la localizzazione degli animali. Cassì e Distefano hanno spiegato che le decisioni successive dovranno basarsi su dati tecnico-scientifici e sulla verifica concreta delle soluzioni alternative.
È una posizione ragionevole.
Ma soltanto a una condizione:
che la sospensione serva a decidere, non a rinviare.
Perché è proprio il tempo la variabile più importante che la vicenda madonita ci consegna.
Con poche decine o centinaia di animali possono essere valutate diverse alternative.
Con migliaia di esemplari, cattura, trasferimento, sterilizzazione, monitoraggio e selecontrollo diventano operazioni enormemente più costose, complesse e difficili da realizzare su larga scala.
Il Parco delle Madonie sotto esame
La vicenda dei daini riapre inevitabilmente una questione più generale sull’efficacia del Parco.
Da anni nelle Madonie circola la definizione dell’Ente come “carrozzone”.
È significativo che nel 2020 fosse stato lo stesso commissario straordinario Salvatore Caltagirone a partire proprio da quella parola in una lettera intitolata Motore trainante o carrozzone?, ricordando anche una precedente situazione finanziaria pesante, progetti mancati e finanziamenti perduti.
Il Parco ha ottenuto risultati ambientali e riconoscimenti importanti.
Ma quasi quarant’anni dopo la sua istituzione, il territorio continua a confrontarsi anche con forti processi di spopolamento. La Strategia Nazionale per le Aree Interne descrive le Madonie come un comprensorio segnato da «forti criticità» demografiche: 66.389 residenti nel 2011, scesi a 64.294 nel 2016, dopo una perdita media già consistente rispetto al 1971.
È difficile sostenere che l’Ente Parco sia riuscito a diventare quel motore di sviluppo territoriale capace di invertire il declino.
Sul fronte dei daini il giudizio non può che essere ancora più severo perché stiamo parlando della gestione della fauna all’interno di un’area protetta: uno degli ambiti centrali di intervento di un Parco.
Ed è proprio in questo campo che oggi viene chiesto lo stato di emergenza.
È questo il modello che vogliamo per il Parco nazionale degli Iblei?
La domanda diventa inevitabile mentre avanza il percorso del Parco nazionale degli Iblei.
La configurazione discussa interessa 27 Comuni delle aree di Ragusa, Siracusa e Catania, su oltre 146 mila ettari.
Pantelleria, per confronto, possiede un Parco nazionale racchiuso in un unico Comune.
Negli Iblei la gestione sarà inevitabilmente molto più complessa.
Un daino può attraversare territori comunali, aziende agricole, boschi, riserve, strade e aree sottoposte a regimi differenti senza conoscere alcun confine amministrativo.
Se già un Parco consolidato come quello delle Madonie fatica a governare la propria fauna, sarebbe irresponsabile creare negli Iblei una struttura molto più complessa senza stabilire fin dall’inizio chi monitora, chi decide, chi interviene e con quali risorse.
Il problema dei daini dimostra che la governance di un’area protetta non è una questione astratta.
Diventa molto concreta quando bisogna decidere chi deve intervenire su un animale che attraversa tre territori diversi, chi deve indennizzare un agricoltore o chi deve assumersi la responsabilità di autorizzare un contenimento impopolare.
La lezione delle Madonie è soprattutto negativa. Ed è preziosa
Essere critici con il Parco delle Madonie non significa negare tutto ciò che è stato fatto.
Significa giudicarlo sui risultati.
Sul contenimento dei daini il risultato, oggi, è difficile da difendere: una popolazione partita da pochissimi animali ha raggiunto dimensioni enormi; migliaia di capi vengono rimossi; gli agricoltori continuano a subire danni; il Parco deve potenziare continuamente gli strumenti e, infine, chiede lo stato di emergenza.
Questo non è un modello compiuto di gestione.
È un’emergenza che si cerca oggi di recuperare.
Ed è proprio per questo che le Madonie possono essere utilissime agli Iblei come esperienza da analizzare criticamente e come errore da non ripetere.
Ragusa oggi ha una possibilità che le Madonie sembrano avere perso molti anni fa: conoscere la dimensione del fenomeno quando è ancora relativamente contenuto, stabilire quale popolazione sia sostenibile e intervenire prima che qualsiasi soluzione diventi troppo costosa, impopolare o insufficiente.
Il 29 agosto le Madonie sono venute a Ragusa per parlare di daini.
Il messaggio più importante, forse involontariamente, è stato questo:
quando un Parco riesce a gestire realmente un problema soltanto dopo che quel problema è diventato enorme, non sta più facendo prevenzione. Sta inseguendo un’emergenza.
Gli Iblei sono ancora in tempo per scegliere una strada diversa.


