International Day for Underwater Cultural Heritage: il mare come archivio della storia. Nasce la Giornata internazionale del patrimonio culturale sommerso

di Vincenzo Sottosanti

pubblicato il 21 agosto 2026

Il 21 agosto 2026 si celebra per la prima volta l’International Day for Underwater Cultural Heritage, proclamato dall’UNESCO per richiamare l’attenzione su relitti, città sommerse, porti, reperti e paesaggi archeologici custoditi nei fondali di mari, fiumi e laghi. Un patrimonio fragile, minacciato da saccheggi, pesca a strascico, trasformazioni delle coste e cambiamento climatico. Nel Mediterraneo, e nello Stretto di Sicilia in particolare, la tutela di questa memoria sommersa assume una dimensione che supera i confini nazionali.

Sotto la superficie del mare esiste un archivio della storia umana.

Non possiede scaffali né cataloghi. Le sue pagine sono navi affondate, anfore, porti sommersi, resti di antichi insediamenti, oggetti della vita quotidiana, strutture militari e tracce lasciate da uomini e donne che per millenni hanno attraversato fiumi, laghi e oceani.

Il 21 agosto 2026, per la prima volta, questo immenso patrimonio invisibile ha una giornata internazionale dedicata alla sua conoscenza e alla sua protezione.

È l’International Day for Underwater Cultural Heritage, la Giornata internazionale del patrimonio culturale sommerso, istituita dall’UNESCO per creare una piattaforma mondiale capace di aumentare la consapevolezza pubblica, favorire il dialogo e rafforzare la cooperazione internazionale nella tutela dell’eredità culturale custodita sotto l’acqua.

La data non è soltanto simbolica. Il 2026 coincide anche con il venticinquesimo anniversario della Convenzione UNESCO del 2001 sulla protezione del patrimonio culturale subacqueo, uno dei principali strumenti internazionali creati per sottrarre questi siti alla logica della caccia al tesoro e considerarli invece parte integrante della memoria dell’umanità.

San Vito Lo Capo (TP). Un polpo fa capolino dalla bocca di una delle numerose anfore “Arabo-normanne” rinvenute tra i resti del Relitto del Faro. Foto Vincenzo Sottosanti / Archivio LIMEN

Una giornata nata nel 2025

La nuova ricorrenza è stata proclamata durante la 43ª sessione della Conferenza generale dell’UNESCO, svoltasi nel novembre 2025, dopo una raccomandazione del Consiglio esecutivo dell’organizzazione e su proposta dell’Egitto. Da quest’anno il 21 agosto entrerà quindi stabilmente nel calendario internazionale dell’UNESCO.

L’obiettivo dichiarato è molto più ambizioso di una semplice celebrazione.

L’UNESCO vuole creare ogni anno un momento nel quale istituzioni, ricercatori, associazioni e cittadini possano richiamare l’attenzione sulle minacce che incombono sui siti sommersi, promuovere forme responsabili e sostenibili di turismo e contrastare le attività illegali legate al recupero e al commercio dei reperti archeologici.

La giornata intende inoltre riconoscere il contributo che il patrimonio sommerso offre alla scienza, all’educazione e all’identità culturale dei popoli, ma anche il lavoro degli archeologi, dei restauratori, dei subacquei scientifici, dei tecnici e delle istituzioni che si occupano della sua protezione.

Che cosa significa “patrimonio culturale sommerso”

La definizione adottata dall’UNESCO è precisa.

La Convenzione del 2001 considera patrimonio culturale subacqueo le tracce dell’esistenza umana di carattere culturale, storico o archeologico che siano rimaste parzialmente o totalmente sommerse, periodicamente o permanentemente, per almeno cento anni, nei mari, nei laghi e nei corsi d’acqua.

Questo significa che il patrimonio sommerso non è costituito soltanto dai grandi relitti.

Può comprendere infrastrutture portuali, insediamenti costieri sprofondati o sommersi dall’innalzamento del mare, imbarcazioni commerciali e militari, reperti archeologici, oggetti della vita quotidiana e interi paesaggi trasformati nel corso dei millenni.

Studiare questi siti significa quindi ricostruire rotte commerciali, migrazioni, guerre, tecnologie navali, economie e rapporti culturali.

Ma significa anche comprendere come le comunità del passato abbiano reagito alle trasformazioni dell’ambiente.

L’UNESCO sottolinea infatti che la conoscenza e la conservazione dei siti sommersi possono contribuire anche allo studio dei cambiamenti climatici e delle variazioni del livello del mare avvenute nel corso della storia.

Il fondale marino diventa così non soltanto un museo, ma un archivio ambientale.

Il principio più importante: non tutto deve essere recuperato

Per molto tempo l’archeologia subacquea è stata associata soprattutto al recupero degli oggetti.

La Convenzione UNESCO ha contribuito a modificare radicalmente questa prospettiva.

Uno dei suoi principi fondamentali stabilisce che la conservazione in situ, cioè nel luogo in cui il bene si trova sul fondale, deve essere considerata la prima opzione.

Recuperare un reperto può essere necessario quando serve alla sua protezione, alla ricerca o alla valorizzazione museale. Ma l’obiettivo non è svuotare il fondale per riempire un museo.

Un relitto, infatti, non è semplicemente una raccolta di oggetti.

È un contesto.

La posizione delle anfore, la distribuzione del carico, le parti dello scafo, i sedimenti, le concrezioni, i resti biologici e persino il rapporto con il fondale possono contenere informazioni essenziali.

Togliere un reperto dal suo contesto senza un metodo scientifico significa perdere una parte della storia che quell’oggetto avrebbe potuto raccontare.

È la differenza tra archeologia e caccia al tesoro.

Giardini Naxos (Messina). Il Relitto delle Colonne è uno dei numerosi siti archeologici subacquei della Sicilia diventati meta del turismo subacqueo. Foto Vincenzo Sottosanti / Archivio LIMEN

I nuovi predatori dei fondali

Per secoli la profondità del mare ha rappresentato involontariamente una delle migliori difese dei siti archeologici.

Oggi non è più così.

L’evoluzione delle apparecchiature subacquee, dei sonar, dei sistemi di posizionamento e dei robot permette alla ricerca scientifica di esplorare profondità un tempo irraggiungibili. Ma le stesse tecnologie possono rendere più facilmente accessibili anche i siti ai saccheggiatori.

L’UNESCO identifica tra le principali minacce il pillage, la caccia al tesoro, lo sfruttamento commerciale dei reperti, la pesca a strascico, le grandi opere costiere, il dragaggio dei fondali, l’estrazione di risorse marine, l’inquinamento e le trasformazioni prodotte dal cambiamento climatico.

Un danno archeologico sott’acqua può inoltre essere irreversibile.

Una volta distrutta la stratigrafia di un sito o disperso il carico di un relitto, ricostruire il contesto originario può diventare impossibile.

Per questa ragione la Convenzione vieta la commercializzazione del patrimonio culturale sommerso come merce destinata alla speculazione e invita gli Stati a contrastarne il traffico illecito attraverso controlli, sequestri, sanzioni e cooperazione internazionale.

Il Mediterraneo, un museo senza pareti

Pochi luoghi raccontano meglio del Mediterraneo l’importanza di questa nuova giornata internazionale.

Per migliaia di anni questo mare è stato attraversato da Fenici, Greci, Romani, Bizantini, Arabi, Normanni, mercanti, pescatori, eserciti e migranti.

Ogni rotta commerciale ha lasciato tracce.

Ogni guerra ha lasciato relitti.

Ogni trasformazione delle coste ha sommerso frammenti di paesaggio.

Il patrimonio archeologico che oggi giace sul fondo non appartiene quasi mai alla storia di un solo Paese. Le navi partivano da una costa, trasportavano merci prodotte su un’altra e spesso affondavano in acque lontane dal porto di origine.

È proprio questa caratteristica a rendere la cooperazione internazionale uno degli elementi centrali della Convenzione UNESCO.

Skerki Bank, il laboratorio nello Stretto di Sicilia

Esiste un luogo nel Mediterraneo che riassume perfettamente questa idea.

È il Banco di Skerki, nello Stretto di Sicilia, lungo una delle grandi rotte che collegano da millenni il Mediterraneo orientale e quello occidentale e le coste europee con quelle nordafricane.

Nel 2022 una missione archeologica coordinata dall’UNESCO ha riunito ricercatori provenienti da Algeria, Croazia, Egitto, Francia, Italia, Marocco, Spagna e Tunisia per esplorare e documentare il patrimonio sommerso del Banco di Skerki e del Canale di Sicilia.

Per quattordici giorni gli archeologi hanno lavorato a bordo della nave scientifica francese Alfred Merlin, utilizzando sistemi di mappatura e robot subacquei capaci di operare anche a profondità non raggiungibili dai normali sommozzatori.

La missione produsse oltre 400 ore di video e più di 20.000 fotografie, migliorando la documentazione di relitti compresi tra l’età romana e il XIX secolo.

Ma il valore dell’operazione non fu soltanto archeologico.

Skerki dimostrò concretamente che un patrimonio situato in mare può essere studiato attraverso la collaborazione di Paesi appartenenti alle due sponde del Mediterraneo.

Non un patrimonio italiano. Non tunisino. Non francese. Un patrimonio mediterraneo condiviso.

Dal possesso alla conoscenza

È forse questo uno dei cambiamenti culturali più importanti introdotti dalla Convenzione del 2001 e rilanciati oggi dalla nuova giornata internazionale.

Per secoli, di fronte a un relitto, la domanda principale è stata: a chi appartiene ciò che c’è dentro?

La prospettiva scientifica suggerisce una domanda diversa:

che cosa possiamo imparare da ciò che è rimasto sul fondo?

È una differenza apparentemente sottile, ma radicale.

Trasforma il reperto da oggetto economico in documento storico. Il relitto da deposito di merci in sito archeologico. Il fondale da territorio da sfruttare in luogo da conoscere. E il mare da confine politico in spazio di memoria condivisa.

Seccagrande, Ribera (AG). Il veliero mercantile Angelika trasportava un carico di mattoni pregiati di terracotta quando, nella notte del 6 febbraio 1906, affondò provocando la morte di tutto l’equipaggio. Grazie alla scoperta di Domenico Macaluso, medico e Ispettore Onorario ai Beni Culturali della Regione Siciliana, è stato possibile ricostruire una importante pagina della storia dei traffici commerciali del Mediterraneo. Foto Vincenzo Sottosanti / Archivio LIMEN

Una responsabilità particolare per la Sicilia

Per una terra come la Sicilia questa riflessione possiede un significato evidente.

L’isola si trova al centro di uno dei principali crocevia storici del Mediterraneo. Le acque che la circondano hanno collegato per millenni Europa e Africa, Oriente e Occidente.

La protezione di ciò che giace sotto quelle acque non può quindi essere considerata una materia riservata esclusivamente agli archeologi.

Riguarda la ricerca scientifica, la conoscenza del territorio, la formazione, il turismo culturale e la capacità delle comunità costiere di riconoscere il valore del proprio patrimonio.

E riguarda anche la divulgazione.

Perché un relitto sconosciuto è inevitabilmente più vulnerabile di un patrimonio riconosciuto dalla società come parte della propria storia.

L’UNESCO invita infatti Stati, università, associazioni, società civile e istituzioni culturali a utilizzare la giornata del 21 agosto per organizzare attività, mostre, incontri, laboratori e iniziative educative dedicate al patrimonio sommerso.

Il patrimonio che non vediamo

Esiste infine un paradosso.

Alcuni dei documenti più importanti della storia dell’umanità sono nascosti in luoghi che la maggior parte delle persone non vedrà mai.

Un tempio può essere visitato. Un quadro può essere osservato in un museo. Un relitto a centinaia di metri di profondità può esistere invece soltanto nelle immagini di un robot, nelle carte batimetriche e nei dati raccolti dai ricercatori. La sua invisibilità non ne diminuisce il valore. Al contrario, rende ancora più importante il ruolo della scienza e della divulgazione.

L’International Day for Underwater Cultural Heritage nasce proprio da questa consapevolezza: ricordare una volta all’anno che sotto mari, fiumi e laghi continua a esistere una parte della storia umana che non abbiamo ancora letto. Una storia fragile.

Può essere distrutta da una rete trascinata sul fondale, da un dragaggio, da un saccheggiatore o semplicemente dall’ignoranza. Ma può anche diventare una straordinaria occasione di conoscenza e cooperazione.

Il mare, in fondo, non separa soltanto le terre. Da migliaia di anni le unisce. E i relitti che conserva raccontano probabilmente questa storia meglio di qualsiasi confine tracciato su una carta geografica.

Per approfondire l’argomento:

Sito UNESCO dedicato all’International Day for Underwater Cultural Heritage

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