L’INTERVISTA
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Giovanni Iacono, nato a Ragusa, è sociologo, metodologo e docente universitario a contratto. Ha insegnato all’Università di Catania e alla LUMSA, coordinando ricerche sull’integrazione sociale, il lavoro e le persone in condizioni di fragilità.
Assessore del Comune di Ragusa con deleghe alla sanità, alle politiche della salute e allo sviluppo di comunità, ricopre incarichi nazionali e regionali in Federsanità–ANCI. Il suo percorso intreccia ricerca, amministrazione pubblica e promozione della salute, con particolare attenzione alla prevenzione, all’integrazione sociosanitaria e alla partecipazione dei cittadini.
Assessore Iacono, a pochi chilometri da Ragusa il sindaco di Vittoria è sceso in strada denunciando carenza di personale del Pronto soccorso, liste d’attesa inaccettabili e servizi territoriali insufficienti. La protesta fotografa problemi reali della sanità provinciale oppure li rappresenta in maniera eccessivamente drammatica?
Ci sono sicuramente disfunzioni e inefficienze, come ci sono, senza che facciano rumore, situazioni di eccellenza.
La sanità soffre, in generale, l’eccessiva ingerenza della politica e in scelte di cui la rappresentanza politica non ha neanche le competenze.
Al di là del fatto specifico nel quale non intendo giudicare, penso che i Sindaci, autorità massima di sanità nel territorio di competenza, abbiano tutti i titoli giuridici, istituzionali e politici per affrontare le criticità nelle sedi opportune e con i massimi interlocutori della gestione sanitaria.
Ma se c’è questa “eccessiva ingerenza della politica” nella sanità… Cosa possono fare i sindaci?
Non mi riferisco ai sindaci. Paradossalmente, i sindaci fanno la parte minore della politica.
Però lei afferma che i sindaci hanno la possibilità di affrontare le criticità nelle sedi opportune…
Esatto, certo. La sede opportuna si chiama Conferenza dei sindaci.
Mi riferisco all’eccessiva ingerenza della politica perché, alla fine, è la politica che fa le scelte, ma a livello regionale.
Nella Riforma dell’assistenza territoriale in atto, il programma delle attività territoriali, basato sul principio dell’inter-settorialità degli interventi, viene proposto dal Comitato dei Sindaci di Distretto e dal Direttore di Distretto all’approvazione del Direttore Generale. È una opportunità di sinergia ulteriore poiché il Comitato dei Sindaci si trasforma da organo consultivo in organo dotato di potere di adozione del programma.
Ambito e funzioni della Conferenza e del Comitato dei sindaci
| Organismo | Chi ne fa parte | Ambito | Funzioni principali |
|---|---|---|---|
| Conferenza dei sindaci | I sindaci dei Comuni compresi nell’azienda sanitaria | Intera ASP provinciale | Esprime gli indirizzi delle comunità locali, verifica l’andamento generale dei servizi, esamina i bilanci e interviene nella programmazione sanitaria. |
| Comitato dei sindaci di distretto | I sindaci dei Comuni del singolo distretto | Distretto sanitario | Partecipa alla programmazione dell’assistenza territoriale e al raccordo tra servizi sanitari dell’ASP e servizi sociali comunali. |
| Comitato di rappresentanza della Conferenza | Una rappresentanza scelta all’interno della Conferenza; il modello nazionale prevede non più di cinque componenti | Lo stesso territorio della Conferenza | Esercita le funzioni della Conferenza attraverso una rappresentanza ristretta, secondo la disciplina applicabile. |
Nonostante ne avesse ribadito la necessità, la Sindaca Monisteri non è riuscita a impedire la delocalizzazione della Guardia medica di Modica Alta. A distanza di un mese dalla sua soppressione, una donna è deceduta in attesa dei soccorsi medici provenienti da Pozzallo. Quali strumenti restano a disposizione di un primo cittadino quando le istanze rivolte all’Azienda Sanitaria rimangono inascoltate?
Non conosco il caso specifico. Evidentemente si è scontrata con le guide aziendali, con le direttive assessoriali che ha ricevuto il direttore generale.
Purtroppo capita che portiamo all’attenzione della Conferenza dei sindaci delle problematiche, riceviamo rassicurazione, alcune cose vengono effettivamente fatte, ma il problema complessivo spesso non viene risolto per i pazienti.
Se solleciti ti viene risposto di attendere… Ti scontri con una situazione in cui ti chiedi: ma di fatto, chi decide?
La sanità comunque non è astrusa dal contesto societario ed essendo il luogo dei bisogni, delle fragilità, dell’ansia, delle aspettative, penso che bisogna avere un approccio teso alla risoluzione dei problemi.
L’inasprimento, le strumentalizzazioni portano a quello che definisco la “rabbia anticipatoria’ in sostanza quando vado nelle strutture sanitarie sono già arrabbiato e questo non favorisce certo la relazione.
Da Vittoria a Gela, da Niscemi fino all’area di Bagheria troviamo amministratori di orientamenti politici diversi che denunciano problemi molto simili. Possiamo ancora parlare di singole emergenze locali o siamo davanti a una crisi strutturale del modello sanitario siciliano?
Il problema che si aggiunge ai problemi reali è che le soluzioni sono a portata di mano ma si predilige continuare la narrazione in un eterno e ciclico ribaltamento di responsabilità. Quanti amministratori sono disponibili a chiudere il piccolo ospedale nel proprio comune ma che non può garantire, né in servizi né in sicurezza, ciò che garantisce il presidio ospedaliero più grande del Comune più grande?
Non è più tempo di strumentalizzazioni. Bisogna garantire che il SSN continui a garantire i principi ispiratori e mantenere la sostenibilità.
Diversamente, prevarrà nei cittadini ciò che definisco la ‘rabbia anticipatoria’ che fa da ‘apripista’ alla rabbia e alla violenza verbale e fisica al personale sanitario.
Negli ultimi 3 anni, in Italia sono stati segnalati 18.000 casi di aggressione che hanno visto coinvolti oltre 23.000 professionisti sanitari.
Lei conosce bene il sistema sanitario. Dal 2018 è assessore del Comune di Ragusa, e ricopre la carica di Presidente nazionale vicario e regionale di Federsanità-Anci. Dove individua il problema più serio?
Il servizio sanitario nazionale è in crisi perché è aumentata la complessità, i bisogni, la domanda, il genere umano. Bisogna continuare a garantire gli stessi principi fondativi: universalità, equità, continuità delle cure.
Il sistema sanitario e di welfare sta avendo una profonda trasformazione anche per tentare di rispondere alle nuove sfide socio-sanitarie, demografiche, economiche.
Come affrontare al meglio queste trasformazioni?
Sono in corso delle riforme epocali che si attendevano da decenni, penso alla riforma dell’assistenza territoriale con il DM 77/2022, le case e gli ospedali di comunità, il rafforzamento dell’assistenza e presa in carico del territorio e la riduzione degli accessi impropri nei pronti soccorso, la riforma della disabilità…
Lei parla di “riforme epocali” e delle Case di Comunità introdotte con il DM 77/2022, ma a Ragusa avete avuto qualche problema…
Sono dovuti correre ai ripari per scelte del management sanitario passato , fatte per incompetenza. Lo dico chiaramente: per incompetenza, e non voglio dire altro…
A Ragusa abbiamo subito un vulnus grave nei piani aziendali che si sono succeduti negli ultimi 15 anni, nella programmazione delle case di comunità con la palese inosservanza della normativa, nel mancato completamento e finanziamento dell’ospedale Giovanni Paolo II, nella irrazionale distribuzione della rete ospedaliera.
Una volta realizzata, la Casa di comunità di Ragusa avrà il personale necessario per funzionare?
La Casa di comunità è un insieme di servizi territoriali e presuppone un cambio anche di natura culturale che veda come primi protagonisti i Cittadini.
Purtroppo, la Riforma parte con un grave handicap. Inizialmente si era arrivati alla convinzione che si potesse fare a meno dei medici di medicina generale. Nei fatti, sono l’essenza del Sistema Sanitario Nazionale. Rappresentano una conquista fatta nel 1978, che spesso dimentichiamo.
Dimentichiamo che ognuno di noi appena nasce ha già diritto ad avere un medico personale: il pediatra fino a 14 anni e poi il medico di base. Il Servizio Sanitario italiano garantisce un rapporto fiduciario tra paziente e medico.
Quello che è stato fatto è una riforma di assistenza al territorio senza il coinvolgimento iniziale dei medici. Per quanto riguarda le Case di comunità, sono state fatte le mura ma… da sole non curano.
Ma non c’erano segnali per prevedere le conseguenze?
Soltanto alla fine ci si è resi conto dell’errore ed è stato fatto un accordo a livello nazionale. In alcune parti le Case di comunità stanno iniziando a funzionare con i medici di medicina generale.
La Fondazione GIMBE ha calcolato che la spesa sanitaria è scesa dal 6,27% del PIL al 6,14%. Secondo lei, la politica nazionale considera la sanità una priorità?
Sa qual è il paradosso? che al contrario di ciò che viene narrato, in questi anni lo Stato ha aumentato notevolmente il fondo sanitario nazionale raggiungendo nel programmato 2026 la cifra record di spesa sanitaria complessiva di 148,5 miliardi di euro, 10 anni fa, nel 2016 era di 112,5 miliardi di euro, aumentando quindi di 1/3, del 32 %.
Negli ultimi 5 anni il fondo sanitario nazionale è passato dai 126 miliardi di euro del 2022 ai 140,6 miliardi di euro del 2026 aumentando del 12 %. Non è quindi vero che per la sanità vengono spesi meno soldi!
Pubblico e privato. Esiste un orientamento a privilegiare la sanità privata? Il privato accreditato sta integrando il servizio pubblico oppure, in alcuni settori, sta diventando indispensabile proprio perché il pubblico non riesce più a rispondere?
Ambedue i settori si occupano di sanità, il DL 73/2024 sulle liste di attesa che ha obbligato le Regioni a far confluire l’offerta delle strutture convenzionate e private nell’agenda unica del CUP ha dato risultati positivi aumentando i volumi di prestazioni erogate e un miglioramento dei tassi di rispetto dei tempi. Vi sono ancora criticità perché la domanda è estremamente alta e quando si esaurisce il limite del budget i privati convenzionati si bloccano.
Dal punto di vista della spesa pubblica, questo modello è realmente più conveniente?
Bisogna lavorare sull’appropriatezza delle prescrizioni ma non sono, in alcun modo, pregiudizievole in questa ottica di sinergia pubblico-privato.
In tutti i presidi sanitari viene denunciata la mancanza di medici e reparti d’emergenza in affanno. Quanto del sovraffollamento dei Pronto soccorso nasce dal fatto che medicina generale, continuità assistenziale e servizi territoriali non riescono a intercettare prima il paziente?
Vi sono carenze di personale certo ma una organizzazione del territorio diversa non ha bisogno di aumentare ma di utilizzare meglio ciò di cui dispone a cominciare dai Medici di medicina generale, specialisti ed infermieri, delle Unità complesse di Cure Primarie (UCCP) le Aggregazioni Funzionali Territoriali a cui bisogna subito far fare gli esami di primo livello.
Laddove questo è stato realizzato si spende molto di meno, si attua molto meglio la prevenzione e la gestione delle cronicità, riducendo notevolmente l’accesso ai pronti soccorso.
Quale è la situazione attuale?
I codici rossi sono meno del 5 %, oltre il 70 % degli accessi sono codici bianchi e verdi. I restanti, tra il 22 e il 28 %, sono classificati come ex post come impropri o differibili.
Esistono ormai consolidati studi nazionali ed internazionali oltre ai report emanati da Agenas e dalle principali associazioni di medicina generale che hanno analizzato come le nuove forme di organizzazione territoriale riducano gli accesi ai pronti soccorso.
Gli studi a cui fa riferimento richiamano il problema delle Liste d’attesa. Quando un cittadino non riesce a ottenere una visita o un esame nei tempi previsti, che cosa accade realmente? Il sistema pubblico riesce a recuperarlo oppure quel cittadino finisce per rivolgersi al privato, pagando di tasca propria, o rinunciare per aggravarsi e finire a congestionare i Pronto soccorso?
Si, quando i tempi sono lunghi i cittadini sono costretti a rivolgersi al privato o a dover rinunciare in caso di difficoltà economiche e quest’ultima fattispecie è un fatto drammatico.
I tempi di attesa variano in rapporto alla patologia. A Ragusa ad esempio i dati sono, nettamente, migliori dei dati medi regionali. Abbiamo avuto un forte recupero delle liste di attesa per chirurgia e ricoveri, mentre rimangono criticità nelle liste di attesa dei reparti di emergenza-urgenza e pronti soccorso e in alcune branche ambulatoriali come la diagnostica per immagini, cardiologia e oculistica.
Quando una visita arriva dopo mesi o un servizio territoriale rimane scoperto, dove dobbiamo collocare la responsabilità: ASP, Regione, programmazione nazionale, carenza oggettiva di professionisti oppure organizzazione?
Sono gli effetti perversi delle cattive politiche pubbliche! Sulla mancanza di personale le responsabilità sono ascrivibili al passato e alle errate pianificazioni dei posti a concorso. Adesso hanno fatto il contrario, eliminato, di fatto, il numero chiuso con ingresso indiscriminato con la finzione della selezione al primo semestre. ‘Selezione’ in un paese che non conosce meritocrazia!
E quali sono le conseguenze più evidenti?
Le dimissioni volontarie dei medici. In Italia rappresentano uno dei fenomeni strutturali più rilevanti e complessi per la tenuta del Servizio Sanitario Nazionale.
E’ sempre più difficile fare il medico in Italia e lo dimostra l’alta percentuale di dimissioni volontarie dalle strutture ospedaliere pubbliche, circa 4.000 l’anno.
A questi si aggiungono il 10-12 % di medici di medicina generale che abbandonano la convenzione per burn out o per passare ad attività specialistiche o strutture private o all’estero…
Tra 10 anni quanti saranno i medici e quanti altri nuovi saranno disposti a fare una professione con tantissimi rischi, basse remunerazioni e senza attrattività occupazionale ?
Di fronte a tutte queste difficoltà, concretamente, cosa può fare un’Amministrazione comunale?
L’OMS ha coniato il termine ‘Health city’ che descrive una città conscia dell’importanza della salute come bene collettivo e mette in atto delle politiche per tutelarla e migliorarla. Ha esplicitato in maniera chiara cosa dobbiamo intendere per concetto di salute.
Mi spieghi meglio…
Quando parliamo di salute non ci riferiamo soltanto al benessere fisico, ma anche a quello psicologico, culturale.
Le città sono il luogo dove si manifestano molti driver di salute e tutte le politiche urbanistiche, di mobilità, di verde pubblico, sui rifiuti, sull’ambiente, nelle scuole, ecc. possono generare salute o produrre malattie.
I Sindaci hanno un ruolo determinante in termini di programmazione delle attività territoriali sta, ad ogni Sindaco, interpretare e anticipare i cambiamenti, pianificare ed attuare le strategie operative.
LIMEN ha raccontato la storia di Vanessa, da sempre costretta a muoversi in sedia a rotelle. Ha definito Ragusa una “grande barriera architettonica”. L’abbiamo incontrata lungo i viali del parco urbano stupita per aver scoperto, nel cuore della sua città, un luogo dove poter passeggiare serenamente, incontrare amici, fermarsi a dialogare: cose semplici che sinora Ragusa le aveva negato. Nella visione di salute a cui fa riferimento, il Parco urbano appena inaugurato va inteso come luogo della salute? Pensare alla sanità significa andare oltre le tradizionali infrastrutture sanitarie?
Quando Vanessa dice che Ragusa è “una grande barriera architettonica” dice la verità. Lei lo vive come tante altre persone.
E’ chiaro che i cambiamenti di una città richiedono del tempo. Il parco urbano è un risultato che arriva da lontano e che l’Amministrazione comunale ha saputo portare a termine grazie ad una capacità di programmazione che ha iniziato a dare i suoi frutti.
Il Parco urbano è soltanto uno dei risultati di una programmazione che guarda proprio all’accessibilità dei luoghi.
Dal 2018 lavoriamo per migliorare il livello di salute dei nostri concittadini.
Oggi abbiamo il parco urbano accessibile a Vanessa e a tante altre persone ma c’è ancora tanto da fare, e su cui stiamo lavorando. Penso all’asilo nido di Marina di Ragusa che mancava e al polo dell’infanzia che abbiamo creato pensando proprio all’accessibilità dei luoghi riservati ai più bisognosi.
Stiamo rendendo possibile l’accesso a tanti luoghi ricorrendo alla bio edilizia senza alcuna barriera architettonica, utilizzando fonti alternative… .
Da sociologo prima ancora che da amministratore: quando una fetta della popolazione rinuncia a curarsi perché non può permettersi i tempi d’attesa del pubblico o i costi del privato, siamo ancora di fronte a una semplice inefficienza del sistema sanitario, o ci troviamo di fronte a una nuova e profonda forma di disuguaglianza sociale?
Penso sia il tema dei temi che tocca la tenuta della coesione sociale oltre che la tenuta del SSN.
La rinuncia alle cure da fenomeno marginale sta diventando fenomeno di massa se è vero 4,5 milioni dichiarano di avere rinunciato a visite o esami per ragioni economiche.
Non è problema di inefficienza gestionale ma di disuguaglianza sociale. Tutto questo comporta rinuncia a diagnosi precoci, maggiori accessi ai pronti soccorso e ospedalizzazione, disaffezione e sfiducia nelle Istituzioni, aumento soglie di povertà se queste famiglie arrivano ad indebitarsi per garantirsi le cure nei tempi ragionevoli.
Cosa resta da fare?
Abbiamo il dovere di dare attuazione alle riforme in atto con il coinvolgimento, costruttivo, di tutti, dai soggetti istituzionali ai cittadini, altrimenti nessuna riforma otterrà risultati ed abbiamo bisogno che la politica sia seria ed agisca sempre eticamente per il bene comune ricercando la verità dei fatti e non mistificando la realtà per scopi di parte!



