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La prima Sicilia. Sulle tracce degli uomini che attraversarono il mare

Per molto tempo si è pensato che i primi Homo sapiens fossero arrivati in Sicilia circa 30.000 anni fa, forse attraversando a piedi uno Stretto di Messina quasi scomparso. Le datazioni moderne hanno cambiato radicalmente il quadro. Oggi le prove più solide indicano una colonizzazione molto più recente, intorno a 16.500 anni fa, probabilmente compiuta da piccoli gruppi di cacciatori-raccoglitori provenienti dalla penisola italiana. Ma una parte decisiva di questa storia potrebbe trovarsi ancora sotto il mare.

di Vincenzo Sottosanti

pubblicato il 20 agosto 2026

Ci sono momenti della storia nei quali una geografia scompare senza lasciare quasi traccia.

Bisogna immaginare la Sicilia di 20.000 anni fa, alla fine dell’ultima glaciazione, dimenticando la carta geografica contemporanea. Le coste erano lontane da quelle attuali. Il mare si trovava decine di metri più in basso, immense porzioni delle piattaforme continentali erano pianure, le Egadi non avevano ancora la forma insulare che conosciamo e davanti alle coste siciliane si estendevano territori oggi sommersi.

Boschi, steppe, corsi d’acqua e pianure costiere occupavano spazi che il mare avrebbe lentamente riconquistato nei millenni successivi.

È in questo paesaggio che bisogna cercare l’inizio della storia umana della Sicilia. E il punto dal quale oggi conviene partire non si trova nel Sud dell’isola, come per decenni si è creduto, ma sulla costa settentrionale, nei Nebrodi, poco lontano dall’attuale abitato di Acquedolci.

Qui si apre la Grotta di San Teodoro dove, nel 2021, una nuova campagna archeologica ha individuato all’interno della cavità un livello di frequentazione umana direttamente sovrapposto a depositi pleistocenici più antichi privi di testimonianze antropiche. Le datazioni al radiocarbonio pubblicate nel 2025 collocano quella presenza tra circa 16.690 e 16.310 anni fa.

Lo studio, pubblicato da Springer, è stato condotto da un team internazionale di ricercatori. Gli autori considerano oggi San Teodoro la più antica testimonianza stratigraficamente solida dell’arrivo dell’uomo in Sicilia.

È una differenza apparentemente piccola rispetto alle cronologie di altri siti siciliani. Ma modifica profondamente la storia dell’isola. Perché circa 16.500 anni fa la Sicilia, secondo la ricostruzione attualmente più convincente, era già un’isola.

Prima di Sapiens: le tracce che non convincono

L’idea che esseri umani molto più antichi abbiano raggiunto la Sicilia ha una lunga storia.

Nel corso del Novecento furono segnalati in diverse aree dell’isola strumenti litici attribuiti al Paleolitico inferiore e furono proposte cronologie di centinaia di migliaia di anni. Alcuni reperti raccolti soprattutto in superficie o lungo terrazzi fluviali della Sicilia occidentale vennero interpretati come manufatti di tipo arcaico. Per decenni si discusse anche della possibile presenza dei Neanderthal.

Il problema è il contesto.

Un utensile di pietra trovato in superficie può essere stato trasportato dall’acqua, rimaneggiato, spostato da processi geologici o mescolato con materiali appartenenti ad altre epoche. Senza una stratigrafia intatta e senza una datazione affidabile, un manufatto non basta per ricostruire la storia umana.

Non esiste, allo stato attuale delle conoscenze, un sito siciliano del Paleolitico inferiore o medio che dimostri in maniera incontrovertibile una presenza umana antica paragonabile a quella documentata nella penisola italiana. Non abbiamo neppure resti umani siciliani attribuibili con certezza ai Neanderthal.

Anche la vecchia ipotesi di un’arrivo direttamente dall’Africa attraverso un ipotetico ponte terrestre Tunisia-Sicilia non trova sostegno nelle attuali ricostruzioni paleogeografiche. La revisione complessiva delle evidenze archeologiche ha portato l’archeologo Gianpiero Di Maida, autore dell’articolo The earliest human occupation of Sicily: a review, a concludere che non vi siano, per ora, prove credibili di una colonizzazione tanto antica dell’isola.

Questo non significa che sia impossibile. Significa semplicemente che non è ancora dimostrato. E nella preistoria la differenza è fondamentale.

Quando lo Stretto di Messina scomparve

La geologia aggiunge alla storia un elemento affascinante.

Durante l’Ultimo Massimo Glaciale enormi quantità d’acqua erano imprigionate nelle calotte continentali. Il livello del Mediterraneo scese fino a oltre cento metri sotto quello attuale. Sul fondo dello Stretto di Messina esiste una soglia oggi sommersa che, nelle condizioni estreme di abbassamento del mare, poteva emergere.

Uno studio multidisciplinare coordinato dal geologo Fabrizio Antonioli ha ricostruito l’esistenza di una connessione terrestre temporanea tra Calabria e Sicilia intorno a 21.500-20.000 anni fa. La soglia oggi si trova a circa 81 metri sotto il livello del mare, mentre durante il massimo abbassamento glaciale il livello marino locale sarebbe sceso intorno a 126 metri sotto quello attuale.

Non si tratta soltanto di un modello geologico. Anche gli animali sembrano aver percorso quella strada. Resti dell’equide Equus hydruntinus trovati nella Grotta di San Teodoro sono stati datati a circa 21-23 mila anni fa. La comparsa in Sicilia di questa fauna continentale è compatibile con l’esistenza di una comunicazione terrestre con la penisola durante l’Ultimo Massimo Glaciale.

Qui nasce il paradosso.

Il ponte c’era. Ma, per quanto ne sappiamo oggi, gli uomini arrivarono dopo che il ponte era scomparso.

La documentazione archeologica certa dell’isola si concentra infatti intorno a 16-17 mila anni fa, parecchi millenni dopo l’intervallo durante il quale Calabria e Sicilia avrebbero potuto essere unite. Il progetto internazionale Early Occupation of Sicily osserva esplicitamente che le occupazioni umane conosciute sono posteriori alla formazione del ponte terrestre.

Se questa cronologia resisterà alle future scoperte, la conclusione è che i primi colonizzatori stabili della Sicilia avrebbero attraversato il mare.

Una traversata breve, ma decisiva

Non dobbiamo immaginare il Mediterraneo di 16.500 anni fa come quello attuale.

Il mare era ancora molto più basso e la linea di costa profondamente diversa. L’attraversamento dello Stretto poteva essere geograficamente meno impegnativo rispetto ad altre navigazioni mediterranee. Ma restava comunque necessario superare un tratto d’acqua caratterizzato da correnti complesse.

Lo studio pubblicato nel 2025 sulla Grotta di San Teodoro propone proprio questa interpretazione: gruppi di Homo sapiens provenienti dalla penisola italiana avrebbero raggiunto la Sicilia via mare, probabilmente entrando dall’estremità nordorientale per poi diffondersi progressivamente verso occidente.

È una distinzione importante.

Non sappiamo quali imbarcazioni utilizzassero. Non possediamo resti di canoe o zattere di quell’epoca. Il legno e le fibre vegetali hanno scarsissime possibilità di conservarsi per sedicimila anni.

Possiamo soltanto osservare il risultato: dall’altra parte dello Stretto qualcuno arrivò.

E non si trattò necessariamente di una grande migrazione. Potrebbero essere stati pochi nuclei familiari, comunità mobili di cacciatori-raccoglitori appartenenti alla cultura epigravettiana, la stessa grande tradizione culturale diffusa allora nella penisola italiana.

La colonizzazione della Sicilia sembra coincidere con un periodo di aumento della popolazione nella parte meridionale della penisola e con un miglioramento delle condizioni climatiche dopo le fasi più dure dell’ultima glaciazione.

All'interno della Grotta di San Teodoro sono stati rinvenuti i resti della più antica comunità umana sicilia ad oggi conosciuta. Foto Vincenzo Sottosanti / Archivio LIMEN.
All’interno della Grotta di San Teodoro sono stati rinvenuti i resti della più antica comunità umana siciliana ad oggi conosciuta. Foto Vincenzo Sottosanti / Archivio LIMEN.

San Teodoro: la porta dell’isola

La Grotta di San Teodoro assume così un significato che va oltre la sua straordinaria ricchezza archeologica.

La nuova datazione di circa 16.500 anni fa colloca il sito all’inizio della presenza umana conosciuta sull’isola. Lo strato studiato contiene industria litica, resti animali e carbone: non una sepoltura isolata, dunque, ma le tracce della vita quotidiana: persone che accendevano fuochi, lavoravano pietre, macellavano animali, raccoglievano legna.

Secondo la ricostruzione dei ricercatori, davanti alla grotta si estendeva infatti una grande pianura costiera oggi sommersa. Intorno crescevano ginepri, querce, aceri e perfino faggi, in un mosaico di ambienti aperti e aree boscate. Il sito dominava un territorio capace di offrire acqua, selvaggina, vegetazione e materie prime.

Molto tempo dopo quella prima frequentazione, San Teodoro divenne anche luogo funerario. Nella grotta furono scoperti diversi scheletri umani, alcuni associati all’ocra, che costituiscono una delle più importanti collezioni paleoantropologiche del Paleolitico superiore siciliano.

Le analisi genetiche aggiungono un altro frammento alla storia. Alcuni individui di San Teodoro condividono caratteristiche mitocondriali con cacciatori-raccoglitori rinvenuti nelle Egadi. Per gli studiosi è un indizio della continuità fra le comunità entrate nella Sicilia nordorientale e quelle che successivamente raggiunsero l’estremità occidentale dell’isola.

Da Messina verso occidente

Se si dispongono sulla carta le più antiche datazioni siciliane, emerge una possibile traiettoria.

Prima San Teodoro, sul versante nordorientale.

Poi la costa settentrionale.

Il Riparo del Castello di Termini Imerese ha restituito una delle sequenze radiometriche più antiche dell’isola, con datazioni che raggiungono circa 16-17 mila anni calibrati dal presente. Prima delle nuove ricerche di San Teodoro era generalmente considerato uno dei candidati più solidi al primato cronologico. Da una ricerca multidisciplinare sulle prime fasi di occupazioni della Sicilia emerge che gli intervalli statistici delle datazioni dei due siti in parte si sovrappongono, motivo per cui parlare di un singolo “giorno zero” della colonizzazione sarebbe improprio.

Più a occidente troviamo Grotta delle Uccerie, a Favignana, anch’essa tra i siti epigravettiani più antichi datati in modo assoluto. È necessario ricordare che durante il Paleolitico superiore Favignana non aveva la geografia attuale: il livello marino molto più basso trasformava profondamente le Egadi e i rapporti tra le isole e la Sicilia occidentale.

Nella stessa area, Grotta d’Oriente, sempre a Favignana, ha restituito la sepoltura denominata Oriente C, appartenente a una donna vissuta circa 14.200-13.800 anni fa. Le analisi genetiche mostrano affinità con gli altri cacciatori-raccoglitori del Mediterraneo centrale e con gli individui di San Teodoro.

A Palermo, la Grotta Addaura Caprara ha restituito quelli che per anni sono stati considerati i resti umani direttamente datati più antichi della Sicilia: un reperto ha fornito un intervallo di circa 15.950-15.000 anni fa.

Più tardi, siti come Grotta dell’Uzzo, sul versante occidentale, e Grotta del Genovese a Levanzo documenteranno la lunga continuità delle popolazioni di cacciatori-raccoglitori siciliani e, nel caso del Genovese e dell’Addaura, una straordinaria produzione di arte rupestre.

I graffiti della Grotta dell’Addaura, del Monte Pellegrino, rappresentano la più spettacolare e misteriosa manifestazione artistica preistorica della Sicilia. Immagina elaborata con CHATGPT.

Verso sud-est compare invece Grotta Giovanna, nel Siracusano. Una vecchia datazione convenzionale al radiocarbonio ha fornito un valore di 12.840 ±100 anni radiocarbonici, corrispondente all’incirca a 16-15 mila anni calibrati. La misura è però precedente alle moderne tecniche AMS e viene trattata con maggiore prudenza. Il dato resta comunque coerente con l’ipotesi di una progressiva diffusione delle comunità epigravettiane anche lungo il versante ionico.

Il quadro che emerge non è quindi quello di una Sicilia colonizzata contemporaneamente da ogni direzione.

È piuttosto quello di un ingresso dal settore nordorientale e di una progressiva espansione lungo le coste, soprattutto quella settentrionale, seguita dalla penetrazione verso altre aree dell’isola.

Ed è proprio qui che la storia incontra uno dei suoi luoghi più enigmatici.

Per diversi decenni si è ritenuto che il Riparo di Fontana Nuova, nei pressi di Marina di Ragusa, fosse stato frequentato da comunità umane giunte in Sicilia già circa 30.000 anni fa. Le più recenti datazioni al radiocarbonio mediante spettrometria di massa con acceleratore (AMS), tuttavia, hanno ridisegnato questo quadro: i resti umani rinvenuti all’interno della cavità sono stati attribuiti al Mesolitico, a un periodo compreso tra circa 9.900 e 8.480 anni fa. Foto Vincenzo Sottosanti / Archivio LIMEN

Fontana Nuova: il sito che cambiò età

A nord-est di Marina di Ragusa, sulla sponda destra del fiume Irminio, a circa 145 metri sul livello del mare, una parete calcarea forma un riparo naturale largo circa diciassette metri.

È il Riparo di Fontana Nuova.

La sua posizione non è casuale. L’Irminio costituisce un corridoio naturale dalla costa verso l’interno degli Iblei. Per comunità di cacciatori-raccoglitori significava acqua, animali, materie prime e possibilità di movimento.

Le prime ricerche risalgono agli inizi del Novecento. Prima del gennaio 1914 il nobile locale Vincenzo Grimaldi di Calamenzana effettuò scavi non sistematici e consegnò materiali litici al Museo Archeologico di Siracusa. Il deposito fu poi nuovamente studiato nel Novecento e Luigi Bernabò Brea contribuì in modo decisivo alla conoscenza del complesso. (PubMed Central (PMC))

Nel riparo furono recuperate selci lavorate, resti animali e frammentari resti umani.

Per decenni la forma di alcuni strumenti sembrò raccontare una storia eccezionale.

Nel 1996 uno studio pubblicato su Antiquity definì Fontana Nuova il sito aurignaziano più meridionale d’Europa. Se l’attribuzione fosse stata corretta, significava che Homo sapiens era arrivato in Sicilia già intorno a 30-32 mila anni fa, quando le culture aurignaziane si diffondevano nel continente europeo. Fontana Nuova sarebbe diventata così la prova di una precocissima traversata dello Stretto. (Cambridge University Press)

Per anni questa interpretazione è entrata nei libri, nei musei e nella divulgazione.

E in parte vi è rimasta.

Ancora oggi alcune pagine istituzionali e divulgative locali descrivono Fontana Nuova come un insediamento risalente a circa trentamila anni fa. (Comune di Ragusa)

La ricerca scientifica recente racconta però una storia diversa.

Diecimila anni, non trentamila

Nel 2019 Gianpiero Di Maida, Marcello Mannino e altri ricercatori hanno sottoposto a datazione AMS al radiocarbonio resti umani e animali attribuiti al deposito di Fontana Nuova.

I risultati hanno modificato radicalmente l’interpretazione del sito.

Dieci datazioni si collocano fra circa 9.910-9.700 e 8.600-8.480 anni calibrati fa. Anche due denti umani appartengono all’inizio dell’Olocene.

Non all’Aurignaziano.

Non a trentamila anni fa.

Ma al Mesolitico.

La conclusione degli autori è netta: non esistono più basi sufficienti per considerare Fontana Nuova il sito aurignaziano più meridionale d’Europa e quindi la prova di un popolamento siciliano tanto antico.

Rimane però una questione aperta.

Le selci.

Una revisione tipologica aveva già proposto per parte dell’industria litica un’età molto più recente dell’Aurignaziano, compatibile con l’Epigravettiano finale. Ma il materiale proviene da scavi antichi e da un deposito in parte rimaneggiato. È quindi possibile che la collezione riunisca oggetti appartenenti a differenti frequentazioni: forse Paleolitico superiore finale e sicuramente Mesolitico.

Solo una revisione sistematica dell’intero complesso litico e, soprattutto, nuovi scavi in porzioni stratigraficamente intatte potrebbero risolvere definitivamente la questione.

Fontana Nuova perde dunque il titolo di “culla” certa del popolamento della Sicilia.

Ma non perde la sua importanza.

Al contrario, diventa un esempio perfetto di come funziona la scienza: una teoria accettata per decenni viene sottoposta a nuovi controlli, nuove tecniche permettono di misurare direttamente l’età dei reperti e una storia apparentemente consolidata viene riscritta.

Da dove arrivarono?

Se mettiamo insieme archeologia, genetica, geologia e paleoclimatologia, la ricostruzione oggi maggiormente sostenuta dalla letteratura scientifica può essere sintetizzata così.

I primi Homo sapiens stabilmente documentati in Sicilia appartenevano alle comunità epigravettiane che vivevano nell’Italia meridionale alla fine dell’ultima glaciazione.

Intorno a 16.500 anni fa alcuni di questi gruppi raggiunsero probabilmente l’estremità nordorientale della Sicilia attraversando il tratto di mare che separava l’isola dalla Calabria.

San Teodoro rappresenta oggi il candidato più convincente per una delle prime tappe di questa espansione.

Da qui gruppi umani avrebbero progressivamente percorso la costa settentrionale verso occidente: Termini Imerese, Palermo, fino all’area che oggi corrisponde alle Egadi. Parallelamente altre comunità si sarebbero mosse verso sud lungo la Sicilia orientale, come potrebbe suggerire Grotta Giovanna nel Siracusano. Lo studio del 2025 interpreta esplicitamente le datazioni disponibili come compatibili con una diffusione progressiva da est verso ovest. (Springer)

La genetica rafforza almeno in parte questo modello. Gli individui epigravettiani siciliani mostrano relazioni con le popolazioni della penisola italiana e una significativa continuità tra i cacciatori-raccoglitori siciliani del Paleolitico finale e quelli delle fasi successive. (PubMed Central (PMC))

Per il momento, invece, non esistono prove comparabili di una prima colonizzazione proveniente direttamente dal Nord Africa.

La vicinanza geografica tra Sicilia e Tunisia può essere suggestiva osservando una carta moderna, ma durante il Pleistocene non si formò un ponte terrestre Tunisia-Sicilia paragonabile a quello temporaneamente esistito nello Stretto di Messina. E nessuna sequenza archeologica oggi conosciuta documenta un’espansione umana dall’Africa settentrionale verso l’isola in questa fase. (ResearchGate)

Il grande archivio che si trova sotto il Mediterraneo

Rimane tuttavia un problema gigantesco.

Noi stiamo cercando i primi siciliani nel posto sbagliato.

O, almeno, ne stiamo cercando una parte nel posto sbagliato.

I cacciatori-raccoglitori del Paleolitico prediligevano spesso pianure costiere, foci fluviali, sorgenti, terrazzi prossimi al mare e ripari dai quali controllare territori ricchi di risorse.

Ma le coste di 16, 20 o 25 mila anni fa sono oggi sommerse.

Il progressivo scioglimento dei ghiacci dopo l’Ultimo Massimo Glaciale ha innalzato il Mediterraneo di oltre cento metri, cancellando migliaia di chilometri quadrati di territorio.

Il progetto internazionale Early Occupation of Sicily (EOS) sta affrontando esattamente questo problema nella Sicilia sudorientale. I ricercatori hanno riesaminato vecchie collezioni, ricollocato circa venti grotte e ripari tra Augusta e Siracusa e avviato prospezioni anche sott’acqua. Le ricognizioni marine hanno già individuato cavità sommerse e paleosuoli pleistocenici conservati sul fondo. Non sono ancora emersi reperti paleolitici da questi depositi sommersi, ma la conservazione di antichi suoli dimostra che esiste un archivio archeologico potenziale ancora praticamente inesplorato. (PLOS)

Ed è forse lì che potrebbe nascondersi la scoperta capace di cambiare nuovamente tutto.

I misteri ancora da risolvere

Il primo riguarda la data reale dell’arrivo.

Sedici millenni e mezzo rappresentano la più antica prova certa conosciuta, non necessariamente il momento esatto in cui il primo essere umano mise piede in Sicilia.

L’archeologia può dimostrare una presenza. Molto più difficilmente può dimostrare un’assenza.

Potrebbero esistere siti più antichi ancora da trovare.

E la domanda più affascinante riguarda proprio il ponte terrestre dello Stretto di Messina: se Calabria e Sicilia furono unite intorno a 21.500-20.000 anni fa, perché non abbiamo ancora trovato uomini che lo attraversarono?

Forse non lo fecero.

Forse le popolazioni dell’Italia meridionale erano allora troppo ridotte.

Forse le condizioni ecologiche della Sicilia non erano ancora abbastanza favorevoli.

Oppure lo fecero e i loro accampamenti si trovano oggi sotto il mare.

Una scoperta archeologica risalente con sicurezza a circa 21 mila anni fa cambierebbe nuovamente il modello e riaprirebbe l’ipotesi di un ingresso via terra.

Il secondo mistero riguarda la navigazione.

Se la colonizzazione avvenne intorno a 16.500 anni fa, come suggeriscono le evidenze attuali, dovette esistere una tecnologia capace di permettere l’attraversamento dello Stretto. Non sappiamo se si trattasse di zattere, imbarcazioni monossili o altri mezzi costruiti con materiali vegetali. Non sappiamo se la traversata fosse intenzionale, ripetuta, stagionale o eccezionale.

Il terzo riguarda la consistenza della popolazione fondatrice.

Quante persone arrivarono?

Dieci?

Cinquanta?

Centinaia distribuite in più migrazioni?

I dati genetici indicano popolazioni di cacciatori-raccoglitori numericamente ridotte e permettono di ipotizzare fenomeni di isolamento e deriva genetica, ma la risoluzione disponibile è ancora insufficiente per ricostruire la demografia delle primissime generazioni siciliane. (PLOS)

Il quarto mistero è geografico.

Conosciamo molto meglio la preistoria della costa settentrionale rispetto a quella meridionale e sudorientale. Su 12 siti epigravettiani siciliani dotati di datazioni radiometriche pubblicate analizzati dal progetto EOS, la maggior parte delle date proviene da pochi siti concentrati lungo il Nord e il Nord-Ovest dell’isola. È quindi possibile che la mappa della colonizzazione che utilizziamo oggi rifletta almeno in parte la mappa delle ricerche archeologiche, più che quella reale degli uomini paleolitici. (PLOS)

Il quinto mistero è ancora più antico.

Esistettero davvero presenze umane precedenti all’Ultimo Massimo Glaciale? Raggiunsero mai la Sicilia i Neanderthal? Alcune delle vecchie industrie attribuite al Paleolitico inferiore nascondono autentici manufatti oppure sono prodotti naturali e materiali fuori contesto?

Solo nuovi siti stratificati potranno rispondere.

L’isola prima dell’isola

La storia più antica della Sicilia finisce dunque con un’apparente contraddizione.

La geologia dimostra che esistette un momento nel quale attraversare lo Stretto poteva significare semplicemente camminare.

L’archeologia, almeno per ora, ci dice che gli uomini arrivarono quando per passare era già necessario affrontare il mare.

Circa 21.500-20.000 anni fa Calabria e Sicilia furono temporaneamente unite da un corridoio terrestre. Ma le più antiche testimonianze umane solide oggi disponibili si concentrano alcuni millenni più tardi. Il nuovo livello della Grotta di San Teodoro, datato intorno a 16.500 anni fa, sostiene l’ipotesi di un ingresso di comunità epigravettiane provenienti dall’Italia meridionale, seguito da una progressiva espansione dall’estremità nordorientale verso la costa settentrionale, l’Ovest e successivamente gli altri territori dell’isola. (Esplora CNR)

Fontana Nuova, che per quasi un secolo sembrava raccontare una storia molto più antica, ci ricorda però quanto fragile possa essere una certezza archeologica. Le nuove datazioni hanno spostato i suoi resti umani e faunistici dall’Aurignaziano al Mesolitico, cancellando per ora la prova di una presenza siciliana di trentamila anni fa. (PLOS)

La frontiera della ricerca si è così spostata.

Dalle collezioni dei musei alle sequenze stratigrafiche ancora intatte.

Dalle pareti delle grotte ai laboratori di genetica.

Dalla terraferma al fondo del Mediterraneo.

Perché la più antica pagina della storia siciliana potrebbe non essere conservata sotto una collina o dentro una grotta.

Potrebbe trovarsi alcune decine di metri sotto il livello del mare, sepolta nei sedimenti di una pianura sulla quale, sedicimila o forse ventimila anni fa, qualcuno accese un fuoco.

E fino a quando quel fuoco non verrà ritrovato, non sapremo con certezza chi fu il primo uomo a guardare la Sicilia e a decidere di raggiungerla.

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