Il mare restituisce ciò che la terra nasconde

Sembrano piccoli gomitoli di lana abbandonati sulla sabbia. Le onde li depositano sulla battigia dopo le mareggiate, mescolandoli alle conchiglie e ai frammenti vegetali. Dentro quelle sfere brunastre potrebbe nascondersi una parte della storia ambientale del Mediterraneo.
Si chiamano egagropili. Sono aggregati di fibre della Posidonia oceanica, una pianta marina che forma estese praterie sommerse, protegge i fondali e costituisce uno degli habitat più importanti per la biodiversità costiera.
Una ricerca condotta dall’ENEA ha dimostrato che questi piccoli ammassi vegetali possono intrappolare frammenti di plastica dispersi nell’ambiente marino, trasformandosi in strumenti naturali per monitorare l’inquinamento.
Lo studio, pubblicato sulla rivista scientifica Environments e rilanciato dall’ENEA il 15 ottobre 2026, ha analizzato 1.300 egagropili raccolti in tredici siti della costa laziale.
Il risultato è significativo: il 34,9% conteneva plastica, per un totale di 1.415 particelle individuate. Quasi la metà era costituita da microplastiche di dimensioni inferiori a cinque millimetri.
I ricercatori hanno identificato differenti materiali polimerici, dimostrando come le sfere di Posidonia possano conservare tracce dell’inquinamento presente nell’ambiente marino.
Il metodo apre una questione di straordinaria attualità per la provincia di Ragusa.
Che cosa potrebbero raccontare gli egagropili raccolti lungo le spiagge di Scoglitti, Marina di Acate, Punta Braccetto, Marina di Ragusa e Donnalucata?
E soprattutto, quanta della plastica eventualmente presente potrebbe provenire dalle attività agricole che, negli ultimi cinquant’anni, hanno profondamente modificato il territorio costiero?
La fascia trasformata: quando la plastica diventa paesaggio

Dall’alto, la fascia costiera compresa tra Acate, Vittoria, Scoglitti e la foce del fiume Irminio presenta un aspetto inconfondibile.
Una distesa quasi continua di coperture bianche occupa terreni che un tempo ospitavano sistemi dunali, vegetazione mediterranea e coltivazioni tradizionali.
Sono le serre, protagoniste di una trasformazione economica che ha reso il Ragusano uno dei territori più importanti dell’orticoltura italiana.
Un processo che ha prodotto occupazione, reddito e capacità imprenditoriale, ma anche pressioni ambientali la cui portata non è stata ancora completamente misurata.
Ogni anno vengono impiegate grandi quantità di materiali plastici: film di copertura, teli per pacciamatura, tubazioni, legacci, reti, contenitori e imballaggi.
Una parte viene regolarmente recuperata e smaltita. Un’altra, come documentano le cronache, è stata abbandonata, interrata o bruciata illegalmente.
Le conseguenze delle pratiche scorrette di smaltimento sono già ampiamente documentate.
Nel giugno 2023 la Polizia Provinciale individuò in contrada Randello una discarica abusiva di circa 3.000 metri quadrati, contenente anche rifiuti plastici provenienti dalle lavorazioni serricole.
Nel 2022, lungo il litorale dei Macconi, tra Marina di Acate e Scoglitti, furono individuati ingenti accumuli di rifiuti plastici sepolti sotto le dune. Un problema tornato al centro dell’attenzione nell’agosto 2026, quando le operazioni di rimozione superficiale hanno evidenziato la complessità della bonifica.
La plastica, dunque, non è soltanto un materiale utilizzato nelle campagne.
In alcuni tratti della fascia trasformata è diventata parte del suolo, delle dune e del paesaggio costiero.
L’allarme della comunità scientifica

Il problema compare anche nel volume Scenari di rischio nel sistema territoriale ibleo, pubblicato dal Libero Consorzio Comunale di Ragusa sulla base degli atti del seminario scientifico dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, svoltosi nel giugno 2025.
L’opera, presentata ufficialmente il 18 dicembre dello stesso anno, affronta diversi fattori di vulnerabilità del territorio: rischio sismico, erosione costiera, intrusione salina nelle falde e inquinamento ambientale.
Tra le criticità esaminate figura esplicitamente l’inquinamento da microplastiche derivanti dai residui della serricoltura.
La questione non può più essere affrontata esclusivamente come un problema di raccolta dei rifiuti agricoli. Occorre studiarla come un possibile fattore di contaminazione persistente del sistema territoriale, dalle campagne ai corsi d’acqua, fino al mare.
Dalla foce del Dirillo all’Irminio: intercettare la plastica prima che raggiunga il mare
Un primo intervento concreto è già stato realizzato.
Il 25 febbraio 2026 è entrata in funzione alla foce del fiume Dirillo, nel territorio di Acate, una barriera galleggiante destinata a intercettare i rifiuti plastici trasportati dalla corrente.
L’impianto, finanziato nell’ambito della legge Salvamare, consente di raccogliere i materiali prima che raggiungano il Mediterraneo.
Il programma regionale prevede interventi analoghi anche lungo l’Ippari e l’Irminio. È un’iniziativa importante, ma non sufficiente.
Le barriere fluviali possono intercettare rifiuti galleggianti di dimensioni adeguate al sistema di raccolta. Non rappresentano una soluzione generale per le microplastiche già disperse nei sedimenti, nei suoli e nella colonna d’acqua.
La prevenzione deve quindi cominciare a monte, all’interno delle aziende agricole incentivando sistemi di raccolta e riciclo accessibili alle imprese.
L’agricoltura intensiva non può essere considerata incompatibile per definizione con la sostenibilità. Ma il suo futuro dipenderà anche dalla capacità di misurare e ridurre gli effetti che produce sull’ambiente circostante.
L’Irminio, un laboratorio naturale ancora da costruire

Lungo la costa tra Marina di Ragusa e Donnalucata esiste già una base scientifica e amministrativa sulla quale lavorare.
Nel 2019, il commissario straordinario del Libero Consorzio Comunale di Ragusa, Salvatore Piazza, ha elaborato una proposta per l’istituzione dell’Area Marina Protetta «Fondali della Foce del Fiume Irminio».
Il progetto interessa circa 1.731 ettari di ambiente marino e individua tra le principali finalità la conservazione delle praterie di Posidonia oceanica e Cymodocea nodosa, la ricerca scientifica e lo sviluppo di attività economiche sostenibili.
L’area è oggi tutelata attraverso la Rete Natura 2000.
La ricerca ENEA suggerisce una possibilità concreta: sperimentare lungo questa costa una rete di monitoraggio degli egagropili, estendendo gradualmente i campionamenti ai diversi settori del litorale ragusano.
L’obiettivo dovrebbe essere confrontare i materiali individuati nelle sfere di Posidonia con quelli presenti nei sedimenti costieri, nelle acque dei fiumi e nei terreni interessati dalle attività serricole.
La caratterizzazione chimica dei polimeri potrebbe offrire indizi sulle loro possibili origini.
Solo così sarebbe possibile distinguere l’apporto dell’agricoltura da quello degli scarichi urbani, della pesca, della navigazione e delle altre attività umane.
Un simile progetto potrebbe coinvolgere ENEA, CNR, ARPA Sicilia, università, associazioni ambientaliste e operatori economici.
La finalità dovrebbe essere costruire un sistema permanente di conoscenza, capace di orientare le politiche ambientali e verificare nel tempo l’efficacia degli interventi.
L’ambiente sommerso come opportunità culturale
Esiste un’altra ragione per investire nella conoscenza dei fondali ragusani.
Il loro patrimonio non è esclusivamente biologico.
Il mare che bagna Kamarina, le Secche di Circe, Porto Ulisse e l’Isola dei Porri conserva testimonianze delle antiche rotte commerciali, della navigazione e delle civiltà che per millenni hanno attraversato il Mediterraneo.
Le campagne archeologiche condotte negli ultimi anni, insieme al progetto del futuro Museo del Mare di Kamarina, offrono una prospettiva di valorizzazione culturale di grande interesse.
La possibilità di collegare archeologia, ecologia marina e ricerca scientifica potrebbe distinguere l’offerta turistica ragusana da quella esclusivamente balneare.
Un visitatore potrebbe conoscere la biodiversità delle praterie sommerse, comprendere il problema delle microplastiche, osservare le ricostruzioni digitali dei relitti e scoprire come le trasformazioni del clima e del mare influenzino la conservazione del patrimonio archeologico.
Le attività di immersione e snorkeling, dove consentite e compatibili con la tutela degli habitat e dei reperti, potrebbero accompagnarsi a percorsi didattici, documentazione audiovisiva e laboratori scientifici.
Ne deriverebbe un modello di turismo culturale e naturalistico meno dipendente dalla stagionalità.
Un turismo che non si limiti a utilizzare il paesaggio, ma contribuisca a conoscerlo e conservarlo.
Il vero banco di prova è la fascia trasformata
La credibilità di questa prospettiva dipende tuttavia da una contraddizione ancora irrisolta.
Non è possibile promuovere il teritorio degli Iblei come laboratorio internazionale di sostenibilità ignorando quanto avviene nelle campagne che lo circondano.
Le plastiche abbandonate, le discariche abusive, le fumarole e i rifiuti accumulati sotto le dune rappresentano un problema ambientale, ma anche un limite per qualsiasi strategia di promozione territoriale.
Non significa negare il contributo economico della serricoltura, né confondere le attività di imprese regolari con le condotte illecite.
Significa riconoscere che il futuro dell’agricoltura e quello del turismo non possono essere pianificati separatamente.
L’economia serricola ha trasformato il territorio. Ora è necessario comprendere come ridurne le pressioni ambientali senza disperdere le competenze produttive che vi si sono sviluppate.
Un progetto territoriale credibile dovrebbe partire da tre impegni verificabili: completare la conoscenza della contaminazione, prevenire la dispersione dei rifiuti plastici e recuperare gli ambienti maggiormente compromessi.
Su queste basi potrebbe nascere una rete di ricerca e divulgazione che colleghi la fascia trasformata, le foci dei fiumi, le praterie di Posidonia e i siti archeologici sommersi.
Non per nascondere le criticità dietro un nuovo marchio turistico, ma per fare della loro soluzione un elemento qualificante dell’identità territoriale.
Il mare non dimentica
Per decenni le serre hanno rappresentato il simbolo di una straordinaria trasformazione economica.
Hanno modificato l’agricoltura, il lavoro, il paesaggio e la struttura sociale del territorio ragusano.
Oggi emerge una nuova responsabilità: comprendere quali conseguenze quella trasformazione abbia lasciato nell’ambiente e come affrontarle.
Le piccole sfere di Posidonia depositate sulle spiagge ricordano che il mare non è separato dalla terra.
Le sostanze trasportate dai fiumi, i materiali dispersi dal vento e i rifiuti abbandonati lungo la costa possono entrare in un sistema di relazioni che supera i confini amministrativi.
La scienza offre gli strumenti per cominciare a decifrarlo.
Le proposte di tutela dei fondali dell’Irminio, gli studi sull’erosione costiera, le ricerche sulle microplastiche e il patrimonio archeologico di Kamarina possono diventare componenti di un’unica strategia.
Ma occorre passare dalle analisi alle decisioni, stabilendo responsabilità, finanziamenti, obiettivi e tempi verificabili.
Perché il Mediterraneo che bagna gli Iblei non custodisce soltanto le tracce delle civiltà antiche.
Conserva anche quelle della nostra epoca. E saranno proprio queste a raccontare alle generazioni future quanto siamo stati capaci di prenderci cura del territorio che abbiamo trasformato.



