Parchi Naturali Nazionali di Sicilia, la Natura come impresa collettiva

Pantelleria, 28 luglio 2026. Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha partecipato ala cerimonia del decimo anniversario dell’istituzione del Parco Naturale Nazionale Isola di Pantelleria per incontrare i giovani panteschi, cha ha definito i “protagonisti” dell’evento perchè “il Parco è per loro”. Foto di Paolo Giandotti – Ufficio per la Stampa e la Comunicazione del Quirinale.

A Pantelleria i confini tra la natura e l’attività dell’uomo quasi scompaiono. I terrazzamenti di pietra lavica salgono sui versanti della Montagna Grande; le viti ad alberello resistono al vento dentro piccole conche scavate nel terreno; i dammusi raccolgono l’acqua e si confondono con il paesaggio vulcanico. Qui proteggere l’ambiente non significa conservare una natura senza uomini, ma difendere il risultato di una convivenza millenaria tra agricoltura, assenza di sorgenti d’acqua, vento e roccia.

Nel territorio degli Iblei il paesaggio cambia, ma il rapporto tra ambiente e comunità resta altrettanto stretto. Le “cave”, profondi canyon scavati nei calcari, alternano boschi, torrenti, grotte, necropoli e pareti rocciose. Sugli altipiani compaiono carrubeti, uliveti, pascoli, masserie e chilometri di muretti a secco. È un territorio molto più vasto e frammentato di Pantelleria, attraversato da interessi agricoli, urbanistici e industriali.

Il confronto fra il Parco nazionale dell’Isola di Pantelleria, istituito nel 2016, e il Parco nazionale degli Iblei, che entrerà in funzione entro la fine del 2026, mostra che la nascita di un’area protetta non dipende soltanto dal valore della natura. Dipende soprattutto dalla capacità delle istituzioni e delle comunità locali di concordare confini, regole e obiettivi economici.

La Sicilia possiede una rete ambientale articolata, formata da parchi, riserve regionali, aree marine protette e siti appartenenti alla Rete Natura 2000. Il sistema regionale comprende i quattro parchi dell’Etna, dei Nebrodi, delle Madonie e dell’Alcantara, oltre a 74 riserve naturali distribuite dalle coste alle montagne e alle isole minori.

A questa struttura si aggiunge la Rete Natura 2000, composta in Sicilia da 245 siti di interesse europeo. Un dato è particolarmente significativo: circa il 40 per cento di questa rete è costituito da superfici agricole. La tutela ambientale siciliana, quindi, non riguarda soltanto boschi incontaminati o zone disabitate. Coinvolge aziende, coltivazioni, allevamenti, borghi e paesaggi modellati dall’uomo.

Per decenni, tuttavia, la Sicilia non ha avuto alcun parco nazionale. La situazione è cambiata nel 2016 con Pantelleria, primo parco nazionale dell’isola. Gli Iblei dovrebbero rappresentare il passaggio successivo, ma il loro iter si è dimostrato molto più complesso.

Il percorso istituzionale comincia con la legge statale n. 222 del 2007, che prevedeva la creazione di quattro nuovi parchi nazionali siciliani: Pantelleria, Iblei, Egadi e litorale trapanese, Eolie. La Regione Siciliana contestò l’intervento dello Stato sostenendo le proprie competenze derivanti dallo statuto speciale. Nel 2009 la Corte costituzionale chiarì però che l’istituzione dei parchi nazionali appartiene alla competenza statale, pur richiedendo il coinvolgimento regionale.

Superato il conflitto giuridico, il progetto di Pantelleria rimase comunque fermo per anni. Occorreva trovare un’intesa sulla perimetrazione, sul rapporto con la preesistente riserva regionale e sulle attività consentite nelle diverse zone. Il parco doveva includere gran parte dell’isola, e quindi non poteva essere considerato una riserva periferica: avrebbe inciso direttamente sulla vita quotidiana, sull’agricoltura, sull’edilizia rurale e sull’uso del territorio.

La svolta arrivò nella primavera del 2016. Alla fine di maggio un vasto incendio, alimentato dal vento di scirocco, devastò centinaia di ettari tra boschi e coltivazioni. L’evento trasformò un procedimento amministrativo lento in un’urgenza politica nazionale. La Regione approvò lo schema istitutivo il 7 giugno; il Consiglio dei ministri diede il via libera il 20 giugno; il decreto del presidente della Repubblica fu firmato il 28 luglio e pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 7 ottobre 2016.

Il parco comprende circa l’80 per cento della superficie terrestre dell’isola e interessa un solo comune. Questa coincidenza tra territorio comunale, comunità locale ed ente parco ha reso relativamente più semplice il confronto politico rispetto agli Iblei.

L’istituzione non fu però priva di opposizioni. La Federazione Siciliana della Caccia e altri ricorrenti impugnarono il decreto, contestando soprattutto le conseguenze sull’attività venatoria. Il ricorso testimonia come anche a Pantelleria il parco fosse percepito da alcuni settori come una sottrazione di spazi e competenze, non soltanto come un’occasione di tutela.

Ottenere il decreto istitutivo è stato soltanto l’inizio. Gestire un parco che occupa gran parte di un’isola abitata significa intervenire contemporaneamente su biodiversità, agricoltura, turismo, sentieri, incendi, autorizzazioni edilizie e patrimonio culturale.

La prima emergenza resta il rischio di incendi. Il fuoco del 2016 non è rimasto un episodio isolato: nel luglio 2023 nuovi roghi hanno colpito vigneti e macchia mediterranea, mentre anche negli anni successivi sono state necessarie operazioni di prevenzione e intervento.

Una seconda criticità è l’abbandono agricolo. I terrazzamenti e i muretti a secco non si conservano da soli. Quando una vigna viene lasciata improduttiva, non scompare soltanto un’attività economica: aumentano l’erosione, il degrado dei manufatti tradizionali e, in alcuni casi, il materiale vegetale che può alimentare gli incendi.

Il parco deve quindi proteggere la natura sostenendo nello stesso tempo gli agricoltori. È un equilibrio delicato: norme troppo rigide possono essere vissute come un ostacolo; regole troppo deboli rischiano invece di non fermare trasformazioni incompatibili con il paesaggio.

Vi è poi il problema della pressione turistica stagionale. Pantelleria deve migliorare l’accessibilità dei percorsi e delle coste senza trasformare i luoghi più fragili in attrazioni sovraffollate. La strategia per il turismo sostenibile individua, tra le priorità, la sicurezza delle attività all’aperto, la prevenzione degli incendi, la valorizzazione delle produzioni agricole, la mobilità e una fruizione più responsabile del litorale.

Infine, un ente relativamente giovane deve costruire una struttura amministrativa capace di rilasciare autorizzazioni, programmare lavori, attrarre fondi, seguire progetti europei e comunicare con cittadini e imprese. La distanza dalla terraferma rende più costosi e complessi gli interventi, mentre il sovrapporsi di competenze tra Comune, Regione, Stato e altri enti può allungare i tempi decisionali.

Nonostante queste difficoltà, il parco ha dato a Pantelleria un marchio territoriale forte. L’isola non viene promossa soltanto come destinazione balneare, ma come paesaggio culturale e naturale unitario: vulcanismo, termalismo, sentieri, architettura dei dammusi, viticoltura eroica, capperi e biodiversità.

La Carta europea del turismo sostenibile ha consentito di coinvolgere operatori economici, guide, strutture ricettive, aziende agricole e associazioni in una programmazione comune. Le relazioni dell’ente documentano interventi sulle infrastrutture verdi, il censimento di 85 geositi, iniziative dedicate all’apicoltura mediterranea e il riconoscimento del paesaggio rurale storico. Il parco ha inoltre favorito la manutenzione e segnalazione dei sentieri, la formazione di guide naturalistiche, iniziative di educazione ambientale, il sostegno alla promozione delle produzioni locali, il recupero e valorizzazione del patrimonio rurale, la partecipazione a programmi nazionali ed europei, la destagionalizzazione del turismo attraverso trekking, cicloturismo, geoturismo e turismo naturalistico.

Questi risultati non significano che il parco abbia risolto tutti i problemi economici dell’isola. Pantelleria continua a soffrire i costi dell’insularità, la precarietà dei collegamenti, la stagionalità del turismo e la difficoltà di mantenere redditizia l’agricoltura tradizionale. Il parco, però, ha creato una piattaforma istituzionale attraverso la quale il territorio può ottenere finanziamenti, coordinare progetti e presentarsi sui mercati turistici e agroalimentari con un’identità riconoscibile.

Il parco di Pantelleria e quello degli Iblei nascono dalla stessa disposizione legislativa del 2007, ma hanno seguito strade quasi opposte.

Pantelleria presenta una geografia amministrativa relativamente semplice. Il territorio del parco ricade in un solo comune e in una sola provincia. Il numero degli interlocutori è limitato e la comunità condivide problemi immediatamente riconoscibili: incendi, scarsità d’acqua, agricoltura eroica, tutela del paesaggio vulcanico e dipendenza dal turismo.

L’incendio del 2016 ha inoltre prodotto una forte accelerazione politica. Di fronte a una catastrofe visibile, il parco è diventato la risposta simbolica e operativa dello Stato.

Il progetto degli Iblei coinvolge invece circa 146.700 ettari e 27 comuni delle aree di Siracusa, Ragusa e Catania. Nei suoi confini si trovano zone agricole intensive, allevamenti, cave naturali, boschi, centri abitati, siti archeologici, infrastrutture e aree interessate da differenti prospettive produttive.

Ogni modifica della perimetrazione può produrre conseguenze diverse da Comune a Comune. Un’amministrazione può vedere nel parco uno strumento turistico; un’altra può temere limiti all’espansione urbana; un’impresa agricola può aspettarsi un vantaggio commerciale; un’altra può temere procedure più complesse.

Negli Iblei, dunque, non è mancata soltanto la volontà politica nazionale. È mancata per lungo tempo una visione territoriale condivisa.

A favore si sono schierate associazioni come Ente Fauna Siciliana, Italia Nostra, Club Alpino Italiano e altre organizzazioni ambientaliste, insieme a studiosi, comitati e operatori che vedono nel parco uno strumento per riunire aree oggi protette da regimi differenti.

I sostenitori ritengono che un ente unico possa coordinare tutela, prevenzione degli incendi, manutenzione dei sentieri, ricerca scientifica e promozione turistica. Sottolineano inoltre che una parte significativa del territorio è già compresa in riserve o siti Natura 2000: il parco non introdurrebbe tutela in un territorio completamente privo di vincoli, ma potrebbe renderla più coerente.

Le resistenze provengono da settori agricoli, associazioni venatorie, proprietari, operatori produttivi e amministratori locali preoccupati per la perimetrazione e per le norme applicabili.

Le obiezioni riguardano soprattutto:

Non tutti i critici rifiutano l’idea del parco. Una parte chiede confini più ridotti, zonizzazioni differenti e una rappresentanza effettiva dei comuni negli organismi di gestione.

Dopo quasi vent’anni di stallo, nel giugno 2026 il TAR di Catania ha accolto il ricorso dell’Ente Fauna Siciliana e ordinato alle amministrazioni competenti di concludere il procedimento entro 180 giorni. La decisione prevede la possibilità di ricorrere a un commissario ad acta in caso di ulteriore inerzia. Con la Sentenza del TAR di Catania, l’iter è entrato nella sua fase decisiva, ma restano necessari gli atti conclusivi e l’organizzazione dell’ente.

La differenza fondamentale è evidente: Pantelleria arrivò al decreto grazie a una convergenza istituzionale accelerata da un’emergenza ambientale; negli Iblei è stato necessario un intervento della giustizia amministrativa per imporre la conclusione del procedimento.

Pantelleria dimostra che la presenza di un parco non elimina automaticamente conflitti, incendi o difficoltà economiche. Offre però strumenti amministrativi e finanziari che prima non esistevano.

Negli Iblei il primo vantaggio potrebbe essere la creazione di una destinazione turistica unitaria. Oggi Pantalica, Cavagrande, le valli fluviali, i borghi montani, il barocco, i siti archeologici e le campagne ragusane sono spesso promossi separatamente. Il marchio del parco potrebbe collegarli mediante itinerari comuni, reti sentieristiche, ciclovie, centri visita e servizi di guida.

Il secondo beneficio riguarda l’agricoltura di qualità. L’area produce olio, vino, carrube, mandorle, miele, formaggi e carni. Il parco potrebbe associare queste produzioni a un’identità ambientale certificata, sostenere filiere corte, mercati locali, agriturismi e sistemi di qualità. Il valore economico non deriverebbe dal semplice logo, ma dall’esistenza di disciplinari seri, controlli, promozione coordinata e servizi per le imprese.

Una terza opportunità è la destagionalizzazione. Gli Iblei possono attrarre visitatori durante gran parte dell’anno grazie al clima, all’escursionismo, al cicloturismo, all’archeologia, alla gastronomia e agli eventi culturali. Un turismo distribuito nel tempo può sostenere ristorazione, ospitalità diffusa, guide, noleggi, artigianato e commercio nei piccoli centri interni.

Il parco potrebbe inoltre generare lavoro nella manutenzione del territorio, nella prevenzione degli incendi, nel recupero dei muretti a secco, nel monitoraggio della fauna, nella gestione dei centri visita e nell’educazione ambientale.

Vi è poi la possibilità di attrarre risorse nazionali ed europee. L’esperienza di Pantelleria mostra che un Ente parco può diventare soggetto promotore o partner di programmi dedicati a biodiversità, transizione energetica, turismo sostenibile e sviluppo rurale. In una precedente ricostruzione pubblica è stato stimato che Pantelleria avesse ricevuto circa sette milioni di euro di trasferimenti nei primi due anni; il dato indica la capacità potenziale di un ente nazionale di intercettare risorse, ma non deve essere interpretato come una previsione automatica per gli Iblei.

Le opportunità economiche si realizzeranno soltanto se saranno rispettate alcune condizioni.

La prima è la partecipazione. Agricoltori, sindaci, imprese e associazioni devono essere coinvolti nella preparazione del Piano del parco. Le regole devono essere comprensibili e i tempi delle autorizzazioni prevedibili.

La seconda è la qualità amministrativa. Un ente privo di personale tecnico, strumenti digitali e risorse operative rischierebbe di aggiungere burocrazia senza produrre servizi.

La terza è la redistribuzione dei benefici. I comuni che sopportano maggiori vincoli devono ricevere investimenti in sentieri, prevenzione, mobilità, promozione e infrastrutture leggere. Altrimenti il parco sarà percepito come un vantaggio per i visitatori e un costo per chi abita il territorio.

La quarta è la tutela dell’economia esistente. Negli Iblei il paesaggio è stato costruito anche da agricoltori e allevatori. Proteggerlo significa mantenere vitale il loro lavoro, accompagnandolo verso pratiche sostenibili e remunerative, non espellerlo dal territorio.

Pantelleria insegna che un parco nazionale può trasformare un territorio fragile in un progetto riconoscibile, ma anche che il decreto istitutivo non basta. Servono gestione quotidiana, prevenzione, investimenti e un patto con la comunità.

Gli Iblei affrontano una sfida ancora più difficile perché devono unire decine di amministrazioni e una pluralità di economie locali. Proprio questa complessità, però, rappresenta la loro maggiore opportunità. Un parco ben governato potrebbe collegare aree oggi separate, rafforzare i piccoli borghi e dare valore economico a ciò che il territorio possiede già: paesaggi, prodotti agricoli, biodiversità, archeologia e cultura rurale.

La scelta non è tra conservare la natura e produrre ricchezza. La vera scelta è tra continuare a consumare un patrimonio senza una strategia comune oppure trasformarne la tutela in lavoro, reputazione e futuro.

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