
Prima delle case, le vallate
Vista dall’alto, Ragusa Ibla sembra una fortezza scolpita nella pietra. Le case si stringono sul promontorio calcareo; tutt’intorno, le pareti delle cave precipitano verso i fondovalle. È una geografia più antica delle chiese barocche e dei palazzi sorti dopo il terremoto del 1693.
Perché le prime comunità scelsero proprio quest’altura?
La posizione offriva protezione, controllo degli accessi e vicinanza alle risorse naturali. Ma soprattutto inseriva l’insediamento in una rete di vallate che potevano collegare l’altopiano al mare. Quelle che oggi sembrano fratture del territorio forse erano, allora, vie di comunicazione.
«Se noi leggiamo l’insediamento di Ibla con quello di Castiglione, vediamo che questi due siti costituiscono due capisaldi in una viabilità intermedia tra il medio corso dell’Irminio e le valli Ipparine».
A parlare è Saverio Scerra, archeologo della Soprintendenza di Ragusa. Il suo sguardo rovescia la prospettiva: per capire la città bisogna uscire dalla città. Seguire idealmente il corso dell’acqua, osservare i passaggi tra le alture, ricostruire le relazioni che il paesaggio rendeva possibili.

Quando gli Iblei guardavano al Mediterraneo
Scerra colloca Hybla in un sistema che comprendeva il territorio modicano e gli insediamenti della costa. Le comunità indigene potrebbero aver contribuito a «intermediare con i primi traders che dal mondo egeo arrivano sulle coste».
L’ipotesi suggerisce un entroterra tutt’altro che isolato. Prima della colonizzazione greca, gli abitanti degli Iblei potrebbero aver partecipato alla circolazione di merci e conoscenze. La valle dell’Irminio costituisce una possibile direttrice tra la costa e l’interno; stabilire se e quando fosse percorsa richiede però prove archeologiche.
Una cosa emerge con forza: per abitare, spostarsi e incontrare altri popoli, quelle comunità dovevano conoscere la natura. L’ambiente non era uno sfondo. Orientava le scelte, imponeva limiti, offriva opportunità.

La capanna nascosta sotto Ibla
Le tracce di quel passato affiorano accanto ai Giardini Iblei, in uno scavo piccolo e per molti anni difficile da interpretare.
«Lo scavo fu iniziato dalla Soprintendenza di Siracusa perché in quell’area doveva sorgere un impianto sportivo», ricorda Scerra. Le ricerche della prima metà degli anni Ottanta portarono alla luce un lembo dell’abitato antico. Poi seguirono quarant’anni senza una campagna sistematica analoga.
Il 2 novembre 2026 è iniziato il progetto «Hybla – Archeologia e Architettura Antica», frutto della collaborazione tra Università San Raffaele Roma, Soprintendenza di Ragusa e Comune. Il coordinamento universitario è affidato al professor Carmelo Malacrino; Scerra è responsabile scientifico per la Soprintendenza. Le indagini proseguiranno fino al 28 novembre.
«Abbiamo una fase più antica di età protostorica con tracce di una capanna, abbiamo una fase successiva di un lembo di abitato che fu abbandonato alla fine del III secolo a.C.», spiega Malacrino.
È la capanna a spalancare gli interrogativi. Chi vi abitava? Di cosa viveva? Quali rapporti intratteneva con le vallate circostanti?
«Cercheremo di capire quando nasce questo abitato e perché fu abbandonato».
Le stratificazioni conservano anche testimonianze medievali e delle trasformazioni successive al terremoto. Gli archeologi non cercano soltanto reperti: vogliono comprendere come generazioni lontanissime abbiano continuato a occupare e modificare lo stesso luogo.
Il passato non può restare dietro una recinzione
«Scavare è propedeutico a valorizzare», sostiene Scerra.
Per l’archeologo, il punto è «riconnettere il contesto archeologico col contesto moderno e post-terremoto per creare una linea di continuità nella fruizione, una linea di lettura».
Immagina che lo scavo diventi «una sorta di esperienza immersiva nel sottosuolo di Ibla», capace di mostrare ai visitatori le città sovrapposte dal tempo. La tutela, insiste, deve dialogare con le trasformazioni urbane: «La Soprintendenza non blocca ma integra».
Scerra precisa che le ricerche della Soprintendenza non ostacolano. Ne è prova il nulla osta rilasciato per la realizzazione di un parcheggio multipiano di 400 posti che presto sorgerà a poca distanza dall’area archeologica.
La linea di lettura proposta da Saverio Scerra potrebbe estendersi oltre i muri antichi riportati alla luce dagli archeologi. Le cave, i sentieri, le testimonianze rupestri raccontano ciò che nessuno scavo urbano può spiegare da solo: perché gli uomini decisero di vivere qui.
Le vallate da ritrovare

Per secoli le vallate hanno fornito materiali, spazi agricoli e percorsi. Nel tempo Ragusa si è estesa sull’altopiano, mentre molte cave sono rimaste ai margini della vita quotidiana. La natura che contribuì alla nascita dell’insediamento è diventata, per molti, un panorama da contemplare dall’alto.
La riapertura parziale di Cava Santa Domenica mostra una possibilità concreta: tornare a percorrere e conoscere questi luoghi. Il futuro Parco nazionale degli Iblei, ancora da istituire, potrebbe contribuire a una lettura più ampia del territorio, integrando tutela ambientale, attività umane e patrimonio storico. Senza idealizzare il passato: anche le comunità antiche trasformavano il paesaggio.
Una città, due cantieri aperti
Il Progetto Hybla sarà anche un cantiere didattico e aperto ai cittadini. Studenti italiani e stranieri documenteranno le stratificazioni; il primo incontro pubblico è previsto sabato 7 novembre alle 11.
«Noi lavoriamo non solo per diffondere quelli che sono i risultati di questa ricerca in ambito scientifico, ma anche per condividere ogni momento di questa attività con la cittadinanza», spiega Malacrino.
Sotto i Giardini Iblei si cerca di capire come nacque la città; nelle assemblee pubbliche si discuterà come cambiarla.
Sono due cantieri differenti, ma la domanda che li unisce è la stessa: si può progettare Ibla senza riconnetterla al paesaggio che ne ha orientato le origini?


