Cambiano presidenti della Regione, coalizioni e parole d’ordine. Resta una domanda: la sanità in Sicilia viene amministrata come un diritto universale o continua a essere uno dei grandi territori di conquista della politica?
IN BREVE
Da Vittoria a Bagheria, passando da Gela e Niscemi, la sanità siciliana racconta la stessa contraddizione: ospedali aperti mentre i servizi si assottigliano, Pronto soccorso sotto pressione, guardie mediche senza personale, liste d’attesa che spingono sempre più cittadini a cercare risposte altrove. Il problema non è necessariamente la qualità della medicina, ma la capacità del sistema pubblico di renderla accessibile quando serve.
Seguendo la geografia delle proteste, il reportage attraversa anche venticinque anni di politica sanitaria siciliana, da Cuffaro a Schifani. Governi e maggioranze cambiano, ma inchieste giudiziarie, relazioni parlamentari e scandali mostrano la persistenza di un terreno vulnerabile a clientelismo, interferenze politiche, interessi privati e corruzione. Una storia che non autorizza generalizzazioni sull’intero sistema, ma rende difficile considerare queste distorsioni semplici eccezioni.
Resta sul fondo il rapporto fra pubblico e privato. Mentre nel primo semestre 2026 peggiorano i tempi di accesso a visite ed esami, la Regione governata da Renato Schifani continua a usare la sanità privata accreditata anche contro le liste d’attesa. Ma, senza dati trasparenti sui costi realmente evitati, sui tempi ridotti e sugli esiti ottenuti, la convenienza economica della scelta non può essere data per acquisita.
La “terapia” proposta da LIMEN è riequilibrare il modello: il privato deve restare complementare, mentre il pubblico va rafforzato in personale, emergenza, territorio, prevenzione e diagnostica. Ogni euro destinato al privato dovrebbe dimostrare, dati alla mano, di produrre un risultato migliore di quello ottenibile nel pubblico.
Le inchieste di LIMEN
SANITÅ RAGUSANA
Prima puntata
Il viaggio alla ricerca di una risposta inizia da Vittoria. Davanti all’ospedale Guzzardi, il 4 e 5 settembre 2026, la scena è definita soprattutto da un’assenza.
I manifesti ci sono, come gli amministratori, la fascia tricolore del sindaco e la protesta organizzata dal Comune per tre giorni tra la guardia medica di Scoglitti, la Casa di Comunità e l’ospedale Guzzardi.
A mancare è la gente.
Quella che il sindaco Francesco Aiello aveva immaginato come una mobilitazione capace di saldare istituzioni e cittadini resta soprattutto una protesta politica e istituzionale. Dentro l’ospedale medici e infermieri continuano a lavorare; fuori il sindaco denuncia una sanità in crisi. Ma la città non c’è.
La tentazione è immediata: se i cittadini non protestano, forse l’emergenza non esiste e Aiello sta facendo soltanto propaganda politica. Basta però allontanarsi di pochi metri dal piazzale, ascoltare “informalmente” chi lavora nell’ospedale e mappare la protesta verso Comiso, Gela, Niscemi e Bagheria per scoprire una realtà più complessa.
Ci sono servizi che esistono solo sulla carta
Il vicesindaco di Vittoria Giuseppe Fiorellini non usa mezzi termini: «Ci sono dei servizi che esistono solo sulla carta». Poi spiega:
«A partire dall’emergenza di quest’estate, delle guardie mediche. Ci sono presidi sprovvisti di medico. Quindi anche il fatto di avere un’organizzazione territoriale dove sulla carta vi sono dei servizi che poi obiettivamente non funzionano, è come se non ci fossero».
È forse una delle definizioni più efficaci di una parte della crisi sanitaria siciliana. Un servizio può esistere in una pianta organica, in un decreto, in una mappa regionale, perfino in un comunicato della Presidenza della Regione. Per il cittadino, però, esiste soltanto se, aprendo quella porta, trova qualcuno.
Fiorellini prosegue:
«Scopriamo il fatto che ci sono stati diversi bandi per l’assunzione di personale, sia medico che paramedico, che sono stati disertati, evidentemente perché la sanità pubblica non è più appetibile».
E aggiunge:
«Oggi il medico è più interessato ad andare a lavorare per una struttura privata che per il servizio pubblico […] perché evidentemente è disincentivato».
Poi precisa:
«Sulla qualità del personale medico e paramedico nel nostro territorio non possiamo dire nulla […] Non è un problema di qualità del personale, ma di gestione della sanità».
LIMEN ha recentemente riscontrato una elevata professionalità del personale medico e infermieristico ragusano in occasione della traslazione della reliquia di San Giovanni nei reparti più sensibili degli ospedali ragusani.
La distinzione di Fiorellini accompagnerà tutto il viaggio: la crisi della sanità pubblica siciliana non coincide necessariamente con una cattiva medicina. Può esserci un ottimo chirurgo in un ospedale incapace di garantire una visita in tempi ragionevoli; un pronto soccorso può avere professionisti eccellenti e costringere un paziente ad attendere per ore per carenza di personale o posti letto. Prima ancora della “cura”, il problema può essere il “sistema”.
Aiello: «Otto-dieci ore al pronto soccorso»
Francesco Aiello porta il ragionamento dentro il Guzzardi:
«Avverto l’urgenza e la necessità di richiamare l’attenzione sulle condizioni della sanità, non solo a Vittoria, a Comiso, ma in Sicilia soprattutto per quanto riguarda liste d’attesa e pronto soccorso, che sono due criticità gigantesche».
Poi racconta:
«Qui c’è gente che viene dolorante perché è colpita da qualche malessere e sta otto-dieci ore in attesa al pronto soccorso per aspettare la visita di un medico».
E fornisce un dato che LIMEN non ha potuto verificare:
«Qui nel solo pronto soccorso di Vittoria ci sono in organico 17 medici, ma in servizio ce ne sono solo 8. Come può una struttura che prevede un organico di 17 medici operare con 7-8 medici nell’arco delle 24 ore?»
Non serve un esperto di management sanitario per intuire la conseguenza: se un servizio è progettato per diciassette medici e ne dispone la metà, una parte delle difficoltà diventa inevitabile.

8 settembre: il M5S torna davanti al Guzzardi
Tre giorni dopo, la scena davanti al Guzzardi cambia. L’8 settembre il Movimento 5 Stelle organizza un nuovo sit-in nei pressi del pronto soccorso con lo slogan “Sanità per tutti”. Non cancella l’immagine del piazzale semivuoto dei giorni precedenti: la completa, mostrando mobilitazioni diverse, con tempi e protagonisti diversi.
Al presidio di Aiello del 4 settembre era presente il deputato regionale del PD Nello Dipasquale. L’8 settembre, insieme ai rappresentanti territoriali del Movimento 5 Stelle, partecipano la deputata regionale Stefania Campo e il parlamentare nazionale Filippo Scerra. Nel mirino tornano le lunghe liste d’attesa e le carenze di personale, soprattutto al pronto soccorso e al SerD, la struttura pubblica del Servizio sanitario nazionale che si occupa di prevenzione, cura e riabilitazione delle persone con problemi di dipendenza.
Quattro giorni prima, il 4 settembre, lo stesso slogan aveva accompagnato un sit-in davanti all’ospedale Regina Margherita di Comiso. Alcuni esponenti del Movimento 5 Stelle avevano inoltre partecipato, il pomeriggio del 5 settembre, alle iniziative promosse dall’amministrazione di Vittoria. La protesta, dunque, non segue una sola bandiera: si muove da un presidio all’altro e prova a trasformare criticità locali in una questione regionale.
Gela: il gazebo che rimane
Da Vittoria la strada corre verso ovest, fino a Gela. Qui la protesta ha un peso diverso. Il sindaco Terenziano Di Stefano ha trasferito simbolicamente il proprio ufficio davanti all’ospedale Vittorio Emanuele il 29 luglio 2026. Il gazebo resta al suo posto.
Passano i giorni e le settimane. All’inizio di settembre la raccolta supera le diecimila firme. L’amministrazione chiede personale, servizi, garanzie sul futuro dell’ospedale e sul progetto del nuovo nosocomio.
La distanza geografica da Vittoria è modesta; quella sociale della protesta, molto più ampia. Davanti al Guzzardi, il 4 e 5 settembre LIMEN è presente e non vede una mobilitazione popolare. A Gela, invece, la protesta sedimenta nella città e diventa presenza quotidiana.
Niscemi: l’ospedale che resta mentre i servizi scompaiono
Da Gela la strada risale verso Niscemi. L’ospedale Suor Cecilia Basarocco non è chiuso. Ed è proprio questo il paradosso: la struttura resta aperta mentre alcune funzioni si assottigliano.
Il sindaco Massimiliano Conti denuncia carenze di medici, posti letto non utilizzabili e pazienti visitati per essere poi trasferiti altrove. È la stessa immagine incontrata a Vittoria.
All’inizio di settembre la protesta compie un altro passo. Conti annuncia di essere pronto ad allestire un gazebo davanti all’ospedale se non arriveranno risposte concrete e lega la vertenza di Niscemi a quella di Gela. I due sindaci chiedono insieme servizi adeguati, investimenti e tempi certi.
A Niscemi la crisi sanitaria si sovrappone inoltre alle conseguenze della frana che ha già colpito il territorio. In questa sovrapposizione acquista peso la frase del sindaco ai media locali: non permettere che, dopo il terreno, “frani pure la sanità”.
È qui che il viaggio nel presente della sanità siciliana incontra inevitabilmente la sua storia politica.
Bagheria: il fronte aperto dal Distretto 39
Prima che Gela, Niscemi e Vittoria diventassero il simbolo visibile della protesta, un altro fronte si era aperto nel Palermitano. Il 24 dicembre 2025 i sindaci di Bagheria, Santa Flavia, Altavilla Milicia, Ficarazzi e Casteldaccia, riuniti nel Comitato del Distretto socio-sanitario 39, avevano scritto alla Regione e all’Asp di Palermo denunciando una situazione definita insostenibile.
Al centro della denuncia: il Punto territoriale di emergenza di Bagheria, penalizzato dalla cronica carenza di medici; la chiusura della Continuità assistenziale di Aspra; quella del Consultorio familiare di Porticello. Una protesta meno spettacolare di un gazebo davanti a un ospedale, ma nata dallo stesso punto: la distanza fra il servizio previsto sulla carta e ciò che il cittadino trova davvero quando ne ha bisogno.
Se Bagheria è il capolinea del viaggio attraverso i luoghi delle proteste, è anche la stazione di partenza della storia contemporanea della mala sanità siciliana. Ma per un attimo torniamo a Vittoria.

Francesco Aiello: “La struttura politica fondamentale della Sicilia è clientelare, non è di tipo universalistico.”
Durante l’intervista, il sindaco di Vittoria Francesco Aiello cambia tono quando lascia il Pronto soccorso locale e allarga lo sguardo alla Sicilia. È stato deputato regionale per quindici anni e conosce Palazzo dei Normanni dall’interno.
Dice:
«Il meccanismo in Sicilia va avanti dal dopoguerra […] le problematiche relative ai territori vengono affrontate non con riferimento ad una logica di programmazione generale».
Poi la frase più dura:
«La struttura politica fondamentale della Sicilia è di tipo clientelare, non è di tipo universalistico».
E ancora:
«La struttura fondamentale di questa terra è l’appropriazione privatistica dei partiti, delle correnti, dei clienti».
Aiello arriva a una conclusione ancora più radicale:
«Come siciliani non crediamo nella democrazia, ci crediamo poco. Crediamo nel favore».
È una generalizzazione severissima. È fondata? La risposta non può ridursi a un sì o a un no.
Come descrizione complessiva della società siciliana è troppo assoluta; come descrizione di un meccanismo che ha attraversato più volte la storia della sanità regionale, incontra invece riscontri impressionanti.
2001-2008: Cuffaro e la sanità come luogo del potere
Partiamo da Bagheria per il nostro nuovo viaggio. “Totò” Cuffaro governa la Sicilia dal 2001 all’inizio del 2008, sostenuto dal centrodestra. Fu il primo presidente eletto direttamente dai siciliani.
Sono gli anni in cui la sanità privata siciliana diventa anche uno dei luoghi attraverso cui investigatori e magistrati osservano le nuove forme del potere mafioso. A Bagheria cresce il sistema di Michele Aiello, proprietario di Villa Santa Teresa e di altre strutture sanitarie altamente specializzate. Aiello verrà poi condannato definitivamente a quindici anni e sei mesi per associazione mafiosa.
Nello stesso grande procedimento sulle cosiddette “talpe” alla DDA finisce Cuffaro, condannato definitivamente nel 2011 a sette anni per favoreggiamento aggravato a Cosa nostra e rivelazione di segreto d’ufficio.
Sanità, denaro e politica finiscono nello stesso universo investigativo. Cuffaro venne condannato perché rivelò a Domenico Miceli, politico UDC e collega di Giuseppe Guttadauro, medico e capo del mandamento mafioso di Brancaccio, un’informazione che giunse a Guttadauro, consentendogli di capire di essere intercettato e individuare la microspia installata dai Carabinieri nella sua abitazione.
2008-2012: Lombardo, la riforma che voleva spezzare il sistema
A Cuffaro succede Raffaele Lombardo, eletto nel 2008 con una coalizione di centrodestra. In seguito i suoi governi cambiano composizione, fino al Lombardo quater, sostenuto anche dal Partito democratico. È già un avvertimento per chi cerca un semplice “colore” politico del sistema sanitario siciliano.
Durante il governo Lombardo, con l’assessore alla Salute Massimo Russo — magistrato che all’inizio della carriera fece parte della Procura di Marsala diretta da Paolo Borsellino — viene varata la legge regionale n.5 del 2009.
È una riforma importante: cerca di rafforzare il territorio e, soprattutto, di introdurre criteri più stringenti per selezione e valutazione dei manager.
La relazione conclusiva della Commissione antimafia dell’ARS sulla sanità, approvata all’unanimità nel novembre 2021, riconosce esplicitamente che la riforma cercava, almeno nelle intenzioni, di ridimensionare peso e invadenza della politica nelle nomine. Nello stesso tempo raccoglie testimonianze secondo cui numerosi manager sarebbero riusciti a sopravvivere ai cambi di maggioranza grazie alla capacità di costruire nuove relazioni politiche.
In estrema sintesi, non è bastato un magistrato antimafia prestato alla politica per risolvere il vero problema: la capacità di alcuni centri di potere di adattarsi a chi, di volta in volta, governa.
2012: arriva Crocetta, l’antimafia al governo
Nel novembre 2012 Rosario Crocetta arriva a Palazzo d’Orléans. È nato a Gela, ne è stato sindaco e ha costruito una parte importante della propria carriera politica sulla denuncia della mafia. Lo sostiene una coalizione di centrosinistra che comprende PD, UDC, PSI, API e il suo movimento, Il Megafono.
La parola d’ordine è discontinuità. All’Assessorato alla Salute arriva Lucia Borsellino: questa volta non un magistrato antimafia, ma la figlia del “simbolo” dell’antimafia. Poche nomine avrebbero potuto avere un valore simbolico più forte.
Eppure, proprio durante quella legislatura, la sanità torna a essere attraversata da conflitti, sospetti e inchieste.
2015: Lucia Borsellino si dimette e denuncia un sistema sanitario «coacervo di interessi»
Uno dei primi grandi scontri riguarda la struttura sanitaria privata catanese Humanitas e la contrattualizzazione per 70 posti letto.
La vicenda genera una durissima battaglia politica. Non sfocia in uno scandalo penale, ma è politicamente significativa perché già nel 2013 contiene molti degli interrogativi che ritroviamo nel 2026: quanti posti affidare al privato? Con quale budget? In base a quale programmazione? E chi decide che quell’investimento sia più conveniente del rafforzamento del pubblico?
Tredici anni dopo, quelle domande sono ancora lì.
Nel 2015 la vicenda provoca un terremoto politico. Lucia Borsellino lascia l’assessorato. In un’intervista a Repubblica dopo le dimissioni parla del «coacervo di interessi» incontrato attorno alla sanità e racconta di essersi sentita circondata da ostilità. Dice che, per opporsi a quel sistema, sarebbe servito un fronte istituzionale molto più compatto.
Lette accanto a quelle pronunciate oggi da Francesco Aiello, sono parole che colpiscono per la loro fattualità. Cambiano governi regionali e rappresentanti istituzionali; la descrizione del meccanismo resta sorprendentemente simile.
Il «governo parallelo» della sanità
La Commissione afferma di avere trovato, accanto alla qualità complessiva della medicina pubblica e privata siciliana, «episodi non marginali di corruzione, interferenza, arrivismo». E usa un’espressione ancora più pesante per descrivere la stagione Crocetta: parla, accanto agli uffici istituzionali, di un «governo parallelo» interessato a orientare scelte, carriere, spesa e profitti.
Diventa difficile sostenere che la frase di Francesco Aiello sul clientelismo sia completamente priva di fondamento. Dalla relazione emerge che persino un governo nato rivendicando antimafia e discontinuità poteva essere attraversato da reti informali capaci di cercare influenza sulla sanità. È forse questo il dato politicamente più importante.
“Sorella Sanità”: lo scandalo che riporta al passato
L’inchiesta giudiziaria Sorella Sanità esplode nel 2020. La Commissione antimafia dell’ARS la considera l’emersione giudiziaria di dinamiche maturate anche negli anni precedenti.
Al centro dell’indagine ci sono gare e appalti milionari delle aziende sanitarie siciliane. “Sorella Sanità” non è un fascicolo ormai chiuso, ma l’indagine e le risultanze già consolidate mostrano quanto gli appalti sanitari rappresentino un’enorme area di rischio per la corruzione.
2026. Torna “Totò” Cuffaro
Poi la storia sembra compiere un giro quasi perfetto. Totò Cuffaro, dopo avere scontato la precedente condanna, torna alla politica attiva e ricostruisce la Democrazia Cristiana.
Nel dicembre 2025 finisce nuovamente agli arresti domiciliari nell’ambito di una nuova inchiesta che riguarda anche la sanità regionale. Le contestazioni iniziali sono numerose, ma con il procedere dell’inchiesta vengono ridimensionate.
Nel marzo 2026 la Procura concentra la propria richiesta soprattutto su due episodi: il concorso per quindici operatori sociosanitari di Villa Sofia-Cervello e una gara dell’Asp di Siracusa. Il 15 maggio 2026 Cuffaro patteggia tre anni per corruzione e traffico di influenze.
Quando i fatti diventano percezione pubblica
Il quadro storico e i più recenti fatti di cronaca giudiziaria mostrano una sanità nella quale imprenditoria privata, politica, amministrazione regionale e interessi mafiosi potevano intersecarsi nello stesso spazio di relazioni.
Proprio negli anni del governo Cuffaro, quattro fra i più autorevoli giornalisti italiani d’inchiesta decidono di raccontare quel sistema. L’opinione pubblica inizia così a percepire che nella sanità siciliana il problema non riguarda soltanto ciò che i tribunali sono chiamati ad accertare: conta anche l’immagine complessiva prodotta, nel tempo, dal sovrapporsi di condanne penali, rapporti politici, nomine, relazioni personali e intrecci familiari formalmente leciti.

Nel 2005 SKY manda in onda il documentario La mafia è bianca di Stefano Maria Bianchi e Alberto Nerazzini. Racconta il sistema di relazioni che ruotava attorno al chirurgo e boss Giuseppe Guttadauro, all’imprenditore sanitario Michele Aiello, a Totò Cuffaro e al medico-politico Domenico Miceli. Negli anni successivi alcune di quelle vicende arrivarono a sentenze definitive: Michele Aiello fu condannato per associazione mafiosa; Domenico Miceli a sei anni e sei mesi per concorso esterno in associazione mafiosa; Cuffaro a sette anni per favoreggiamento aggravato a Cosa nostra e rivelazione di segreto per aver permesso a Giuseppe Guttadauro di sapere, tramite Domenico Miceli, di essere intercettato e trovare le cimici piazzate dai Carabinieri nella propria abitazione.

Nel 2007, su un piano completamente diverso, Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo, nel libro La Casta pubblicato da Rizzoli, evidenziano rapporti non penalmente illeciti ma politicamente problematici che riguardano l’intero territorio nazionale. Riferendosi alla Sicilia ed al governo Cuffaro, ricordano che l’assessore regionale alla Sanità Ettore Cittadini aveva una figlia, Barbara Cittadini, già proprietaria e alla guida della Clinica Candela di Palermo e moglie dell’esponente politico Salvatore Misuraca di Forza Italia, nel 2018 transitato nel PD.
A distanza di 19 anni, l’osservazione di Stella e Rizzo resta di incredibile attualità. Oggi Barbara Cittadini guida AIOP Sicilia ed è vicepresidente nazionale dell’Associazione di categoria maggiormente rappresentativa della componente di diritto privato del Servizio Sanitario Regionale. Ha un ruolo determinante nei tavoli istituzionali della Regione Siciliana in cui si decide come e a quali condizioni il governo Schifani debba affidarsi alla sanità privata.
A rendere questa sovrapposizione ancora più simbolica contribuiscono altri elementi documentati, che non rilevano responsabilità di alcun tipo ma, letti nella loro cronologia, pongono quesiti sulla costruzione della percezione dell’opinione pubblica nei confronti del sistema sanitario siciliano e sulle denunce del sindaco di Vittoria Francesco Aiello:
22 maggio 2025. La Clinica Candela rappresentata da Barbara Cittadini pubblica un post su Facebook annunciando nell’équipe chirurgica l’ingresso di Domenico Miceli, il medico-politico protagonista delle vicende raccontate da La mafia è bianca;
15 novembre 2025. l’Ufficio stampa della Presidenza della Regione Siciliana diffonde un comunicato intitolato: “Aiop, Schifani: «Sinergia pubblico-privato fondamentale per migliorare sanità»”. Il presidente della Regione Siciliana dichiara «Accolgo con vivo compiacimento le dichiarazioni di Barbara Cittadini, presidente di Aiop Sicilia, che riconoscono e valorizzano il ruolo decisivo della sinergia tra pubblico e privato nella sanità». Nello stesso comunicato Schifani aggiunge: «In questi anni abbiamo messo in campo risorse finanziarie significative per abbattere le liste d’attesa, facendo affidamento anche sul contributo qualificato delle strutture private accreditate. I risultati confermano che questa direzione è quella giusta: quando pubblico e privato operano in piena sinergia, i cittadini ottengono servizi più rapidi e di maggiore qualità. Continueremo a lavorare con determinazione su questa linea, nell’esclusivo interesse della salute dei siciliani»;
21 luglio 2026. l’ANSA mette esplicitamente in evidenza che la Sicilia è tra le regioni che peggiorano nelle prime visite e peggiora anche negli esami diagnostici. La notizia si basa sui dati ufficiali del Bollettino AGENAS, che certificano un arretramento tra il primo semestre 2025 e il primo semestre 2026. Le prime visite effettuate nei tempi previsti scendono dall’87,2 al 79,7%, mentre gli esami diagnostici passano dal 75,9 al 71,9%. Nello stesso periodo, la media nazionale migliora in entrambe le categorie;
1 settembre 2026. Renato Schifani affida ai social una foto che lo ritrae sorridente con “l’amico” Ettore Cittadini, padre di Barbara ed ex assessore alla sanità di Cuffaro.
Alla luce dei dati AGENAS, l’opinione pubblica ha il diritto di sapere — e le forze politiche di opposizione il dovere di verificare urgentemente — se quella intrapresa da AIOP e Regione Siciliana sia la strada “giusta”.
I dati ufficiali non permettono di misurare con metodologia rigorosa quanto sia effettivamente conveniente affidarsi alle strutture sanitarie convenzionate.
Occorre però chiedersi se fatti e circostanze giudiziariamente irrilevanti possano aver condizionato i sondaggi d’opinione sulla percezione di una diffusa corruzione in ambito sanitario.
L’indagine RE-ACT – Transparency International Italia, realizzata nel 2024 su oltre 4.500 dipendenti del Servizio sanitario nazionale e presentata nel marzo-aprile 2025, restituisce un risultato molto forte. Quasi la totalità dei dipendenti sanitari intervistati considera la corruzione un fenomeno diffuso e radicato in Italia e circa un dipendente su quattro la percepisce come fortemente presente all’interno del proprio ente sanitario.
| Indicatore | Sicilia 2025 | Sicilia 2026 | Variazione | Italia 2025 | Italia 2026 |
|---|---|---|---|---|---|
| Prime visite entro i tempi di garanzia | 87,2% | 79,7% | −7,5 punti | 76,4% | 78,5% |
| Esami diagnostici entro i tempi di garanzia | 75,9% | 71,9% | −4,0 punti | 82,8% | 84,6% |
Il sindaco di Vittoria Francesco Aiello ha ragione?
Quando dice:
«La struttura politica fondamentale della Sicilia è di tipo clientelare, non è di tipo universalistico» è una frase troppo assoluta se applicata all’intera Regione e a tutta la sua classe dirigente. La Sicilia non è soltanto clientelismo. La sanità siciliana è fatta anche di medici, infermieri, amministratori, manager e funzionari che lavorano correttamente.
Lo riconosce perfino la relazione della Commissione antimafia: prima di descriverne le patologie istituzionali, riconosce la qualità e la professionalità complessiva dell’offerta pubblica e privata.
Ma, letta come descrizione di una vulnerabilità strutturale della politica sanitaria siciliana, la frase diventa largamente condivisibile. La storia giudiziaria e parlamentare della sanità siciliana mostra che questa logica è comparsa troppe volte per poter essere liquidata come un incidente.
Non è l’intera storia della sanità siciliana. Ma è una sua patologia ricorrente.
La mafia è bianca, vent’anni dopo
È qui che il documentario di Bianchi e Nerazzini acquista, vent’anni dopo, un significato nuovo. La sua conclusione più importante non era semplicemente che esistessero politici collusi, ma che la mafia moderna potesse abitare la normalità delle relazioni apparentemente legittime.
Il sistema diventa criminale quando quelle relazioni vengono usate per piegare la funzione pubblica a interessi privati o mafiosi.
Vent’anni dopo, questa chiave di lettura conserva la propria forza. Non perché tutto ciò che il documentario racconta possa essere esteso automaticamente al presente, ma perché alcune vicende successive hanno mostrato che mafia e corruzione non hanno bisogno di sostituirsi allo Stato: è molto più utile imparare a interagire con esso.
Ed è precisamente per questo che la sanità è tanto appetibile. Muove miliardi. Distribuisce posti di lavoro. Affida appalti. Nomina dirigenti. Accredita strutture. Decide quali prestazioni acquistare dal privato. E, soprattutto, tocca il bene per il quale un cittadino è disposto a fare quasi qualsiasi cosa: la propria salute.

