di Vincenzo Sottosanti
pubblicato il 26 agosto 2026
La traslazione della reliquia del braccio di San Giovanni Battista all’Ospedale Maria Paternò Arezzo è uno dei momenti più intimi della festa patronale di Ragusa. Una tradizione che porta il Santo vicino agli ammalati e che racconta il profondo legame tra la comunità ragusana e il suo Patrono.
In una stanza d’ospedale la festa cambia volto.
Non ci sono le luminarie, i mortaretti, la folla che accompagna il simulacro per le strade di Ragusa. Ci sono i corridoi, i letti, i familiari, i medici, gli infermieri. E la reliquia del braccio di San Giovanni Battista.
La mattina del 24 agosto 2026 la reliquia è entrata nell’Ospedale Maria Paternò Arezzo di Ragusa Ibla. Ha attraversato i reparti e raggiunto gli ammalati, i loro familiari e il personale sanitario. Il giorno successivo la visita si è ripetuta all’Ospedale Giovanni Paolo II.
È uno dei momenti meno spettacolari della Festa di San Giovanni, ma forse uno di quelli che ne spiegano meglio il significato.
Perché in questo caso non sono i fedeli ad andare incontro al Santo. È il Santo, simbolicamente, ad andare verso chi non può partecipare alla festa.
Ad accompagnare la reliquia tra i reparti del Maria Paternò Arezzo c’è Padre Giovanni Filesi, cappellano dell’ospedale.
«A Ragusa sono molti i devoti a Giovanni Battista», racconta. «Non solo è il patrono della nostra città, ma anche della Diocesi. La Diocesi di Ragusa è proprio sotto la protezione di San Giovanni Battista».
La visita negli ospedali diventa così una parte importante della celebrazione: la festa esce dalla Cattedrale e raggiunge i luoghi della sofferenza.

San Giovanni tra gli ammalati
Padre Giovanni Filesi conosce bene la vita quotidiana dell’ospedale. Da circa un anno è cappellano del Maria Paternò Arezzo, dove sono presenti anche reparti di lunga degenza.
«Nella lunga degenza ci sono due aspetti», spiega. «Il primo è quello di stare più vicino agli ammalati e di creare relazioni. Quindi, in ospedale, nel luogo del dolore, l’empatia diventa un elemento fondamentale».
È proprio questa vicinanza a dare un significato particolare alla presenza della reliquia.
Durante la visita del 24 agosto Padre Giovanni ha osservato la reazione dei pazienti, dei familiari e degli stessi operatori sanitari.
Alcuni dipendenti dell’ospedale, pur essendo in ferie o fuori servizio, hanno scelto di essere presenti.
«Questo mi dice che c’è uno strato della comunità locale che vive la festa di San Giovanni Battista non soltanto come tradizione», osserva il cappellano. «In loro vedevo che c’era un affidamento».
Una parola, affidamento, che aiuta a capire la differenza tra una festa vissuta soltanto come abitudine e una devozione ancora capace di coinvolgere le persone.
«Non possiamo entrare nelle coscienze», continua Padre Giovanni, «però gli occhi parlano».
E negli occhi delle persone presenti ha visto «una partecipazione attiva, una familiarità con San Giovanni».

Una tradizione che viene da lontano
Il rapporto tra la reliquia di San Giovanni e gli ammalati è molto più antico degli ospedali moderni.
Il reliquiario ragusano risale al XVII secolo. Nel 1664 un frammento osseo attribuito al Battista venne collocato all’interno di un prezioso braccio d’argento.
Nel corso del tempo quella reliquia divenne un importante punto di riferimento della devozione ragusana.
Le fonti storiche ricordano che il reliquiario veniva portato nelle case degli ammalati oppure esposto in chiesa quando si chiedevano preghiere per persone gravemente malate. Al braccio di San Giovanni veniva attribuito anche un significato di protezione in occasione degli interventi chirurgici.
La visita negli ospedali di oggi può quindi essere considerata la continuazione di un gesto antico.
Un tempo gli ammalati erano curati soprattutto nelle proprie abitazioni e la reliquia usciva dalla chiesa per raggiungerli. Oggi molti malati si trovano negli ospedali e la reliquia percorre i corridoi delle strutture sanitarie.
È cambiato il luogo della cura. Non è cambiata l’idea di fondo: portare il segno della presenza del Patrono vicino a chi soffre.

Nel luogo del dolore
Per Padre Giovanni Filesi entrare in un ospedale significa confrontarsi ogni giorno con qualcosa che la società contemporanea tende spesso a rimuovere: la fragilità.
«Abbiamo paura della malattia, del dolore, della sofferenza», dice. «Quando poi la malattia bussa alla nostra porta, tante volte ci trova impreparati perché non ce l’aspettiamo».
La malattia può arrivare in qualunque momento e anche in giovane età.
«Viviamo la nostra vita pensando di dover realizzare grandi cose. Poi, in un qualsiasi momento della vita, può arrivare una malattia».
Davanti alla sofferenza, secondo il cappellano, possono aprirsi strade diverse.
«Nel cuore della sofferenza sono due le strade. Una può essere la ribellione. La seconda via è quella dell’accoglienza».
Non significa che la sofferenza conduca automaticamente alla fede.
Padre Giovanni racconta di avere incontrato persone che proprio durante la malattia hanno riscoperto la dimensione religiosa, ma anche persone che hanno reagito con rabbia.
«Sicuramente sono molti quelli che incontrano la fede nella malattia», spiega, «ma mi è capitato di vedere chi invece ha sviluppato rabbia, ha iniziato ad inveire contro Dio».
La malattia diventa così anche una prova della fede maturata durante la vita.
«La fede non si vede quando tutto va bene. Quando stiamo bene è facile dire: “Io credo in Dio”».

«Io sono qui per tutti»
Il lavoro di un cappellano ospedaliero non riguarda però soltanto i malati. Padre Giovanni lo chiarisce con una frase semplice: «Io sono qui per tutti», dice. «Per gli ammalati, certo, ma anche per i familiari e per chi lavora nell’ospedale. Al di là del ruolo professionale, del livello culturale e persino della professione di fede, un saluto, una parola affettuosa o un sorriso possono diventare strumenti di relazione».
È qui che la traslazione di San Giovanni assume anche un significato sociale.
Il reliquiario entra in un luogo che raccoglie contemporaneamente persone molto diverse: chi soffre, chi cura, chi accompagna, chi aspetta. La religione esce dallo spazio esclusivamente liturgico e incontra una comunità temporanea costruita attorno alla vulnerabilità umana.

Gli occhi dei familiari
Durante la visita del 24 agosto Padre Giovanni Filesi ha osservato soprattutto i familiari degli ammalati.
Sono persone che spesso trascorrono ore accanto a un letto, sospese tra la speranza della guarigione e la paura della perdita.
«Oggi ho visto anche gli occhi dei familiari», racconta, «che da un lato devono trovare la forza di dover consegnare una persona amata, una persona che ha fatto parte della vita, mentre dall’altro lato si affidano al Signore, che diventa poi la speranza».
Forse è proprio questa una delle immagini che spiegano meglio il significato della traslazione.
Un antico braccio d’argento davanti a un letto d’ospedale.
Da una parte la medicina contemporanea, con i suoi strumenti, i medici, le terapie e le conoscenze scientifiche. Dall’altra il bisogno umano di trovare forza, conforto e speranza.
Sono due piani diversi, che non devono essere confusi.
La reliquia non sostituisce la medicina. La sua presenza parla alla dimensione spirituale ed emotiva di chi sta affrontando la malattia.

Foto Vincenzo Sottosanti / Archivio LIMEN
San Giovanni oltre la tradizione
La Festa di San Giovanni Battista è uno dei momenti più importanti dell’anno per Ragusa.
Il 29 agosto la città accompagna il Patrono nella grande processione. Migliaia di persone seguono il simulacro e l’Arca Santa. Ci sono fedeli che portano i ceri, persone che partecipano per devozione, altre per tradizione familiare.
Ma la visita negli ospedali mostra un altro volto della festa.
Padre Giovanni Filesi lega il messaggio del Battista soprattutto a due parole: «La verità, la chiarezza».
Ricorda San Giovanni Battista davanti a Erode, capace di dire apertamente: «Non ti è lecito».
Per il cappellano quel messaggio rimane attuale anche oggi. San Giovanni, dice, richiama «la verità delle coscienze, la verità di una vita leale anche vissuta nell’ambito sociale, quindi sia politico sia economico».
Il Battista non è quindi soltanto il Santo al quale chiedere protezione. È anche una figura che invita a interrogarsi sul modo in cui si vive.
Ed è probabilmente questa capacità di unire tradizione, fede e vita quotidiana a spiegare il rapporto ancora molto forte tra San Giovanni e i ragusani.

Il Patrono va incontro a chi non può seguirlo
La grande processione del 29 agosto racconta una città che cammina dietro al proprio Patrono.
La visita negli ospedali racconta il contrario.
È il Patrono che viene portato verso chi non può camminare.
Verso chi affronta una lunga degenza. Verso chi aspetta una diagnosi. Verso chi sta seguendo una terapia. Verso il medico o l’infermiere che continua a lavorare mentre la città celebra la festa. Verso il familiare che trascorre le proprie giornate accanto a una persona amata.
Nel corso dei secoli il braccio d’argento di San Giovanni ha lasciato la chiesa per raggiungere le case degli ammalati. Oggi entra negli ospedali.
Cambiano i luoghi, cambia la medicina, cambia la società.
Rimane il significato del gesto: non lasciare solo chi soffre.
E forse una delle immagini più autentiche della Festa di San Giovanni non va cercata soltanto tra le migliaia di persone che il 29 agosto riempiono le strade di Ragusa.
Può trovarsi anche alcuni giorni prima, nel silenzio di una corsia: nell’incontro tra il braccio reliquiario del Battista e una persona distesa in un letto d’ospedale.



