Parco Naturale degli Iblei: vent’anni di attesa tra tutela ambientale, scontri politici e speranze di sviluppo

Dopo quasi vent’anni di rinvii, ricorsi e conflitti, il Parco Naturale Nazionale degli Iblei è ormai una realtà. Quella che doveva essere una delle principali aree naturalistiche del Mezzogiorno è diventata nel tempo il simbolo delle difficoltà siciliane nel conciliare tutela ambientale, interessi economici e autonomie locali.

Con un’estensione di circa 146.700 ettari, distribuiti tra le province di Siracusa, Ragusa e Catania e comprendente 27 comuni, il Parco degli Iblei sarà il secondo parco nazionale della Sicilia e una delle più vaste aree protette dell’Italia.

Un progetto nato nel 2007

L’istituzione del Parco è prevista dalla legge n. 222 del 29 novembre 2007, che inserì gli Iblei tra i nuovi parchi nazionali italiani. Tuttavia, la nascita effettiva dell’area protetta si è subito scontrata con problemi amministrativi e politici.

La prima difficoltà riguardò il rapporto tra lo Stato e Regione Siciliana. Nel 2009 fu necessario l’intervento della Corte Costituzionale per confermare che rientra tra i poteri dello Stato la possibilità di procedere all’istituzione di parchi naturali nazionali in Regioni a Statuto speciale, come la Sicilia, nel rispetto delle prerogative locali. Nonostante ciò, il procedimento rimase bloccato per molti anni.

Le fasi dell’iter

Negli anni successivi si sono susseguiti tavoli tecnici, consultazioni con i comuni, proposte di perimetrazione e modifiche dei confini. Nel 2019 la Regione Siciliana ha riavviato formalmente il confronto con il Ministero dell’Ambiente e gli enti locali, tentando di superare le numerose contestazioni avanzate dai territori.

Il percorso, tuttavia, ha continuato a rallentare. La principale causa è stata l’assenza di un accordo condiviso sulla perimetrazione definitiva e sulle future regole di gestione del territorio.

La svolta è arrivata nel 2026. Accogliendo il ricorso presentato dall’Ente Fauna Siciliana, il TAR di Catania ha ordinato alla Regione Siciliana ed al Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica di concludere il procedimento entro 180 giorni, nominando anche un commissario ad acta in caso di ulteriori ritardi.

Chi sostiene il Parco

Tra i principali sostenitori figurano le associazioni ambientaliste e numerosi studiosi del territorio.

Secondo queste organizzazioni, il Parco rappresenta uno strumento indispensabile per:

Le associazioni ricordano inoltre che gran parte del territorio è già sottoposta a vincoli ambientali europei attraverso la rete Natura 2000 e che il Parco consentirebbe una gestione unitaria e più efficace.

Le ragioni di chi è contrario

L’opposizione al Parco proviene soprattutto da alcune amministrazioni comunali, organizzazioni agricole, associazioni venatorie e rappresentanti del mondo produttivo.

Le principali critiche riguardano:

Molti amministratori locali non contestano il principio della tutela ambientale, ma chiedono una diversa perimetrazione del Parco e maggiori garanzie sulla governance, affinché i comuni possano partecipare alle decisioni future.

Un’occasione di sviluppo economico

L’esperienza degli altri parchi nazionali italiani dimostra che la tutela ambientale non rappresenta necessariamente un ostacolo allo sviluppo. Al contrario, molte aree protette hanno registrato un incremento del turismo naturalistico, dell’agricoltura di qualità e delle produzioni tipiche.

Per il territorio ibleo il Parco potrebbe favorire:

Una sfida ancora aperta

A disciplinare le aree naturalistiche protette è la Legge 6 dicembre 1991, n. 394. Essa affidò ai parchi una missione più ampia della semplice conservazione della natura: proteggere biodiversità, ecosistemi e paesaggio, ma anche promuovere attività tradizionali, educazione ambientale, ricerca scientifica e forme di sviluppo compatibili con la conservazione. Gli enti parco nazionali sono enti pubblici non economici, sottoposti alla vigilanza del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica (MASE).

La legge del 1991 rappresentò una svolta storica, perché introdusse per la prima volta un quadro organico nazionale. A più di trent’anni di distanza, tuttavia, molte delle sue difficoltà non derivano tanto dai principi quanto dall’applicazione concreta: ritardi nella nomina degli organi, insufficienza del personale, approvazione lenta dei piani e dei regolamenti, sovrapposizione di competenze, dipendenza finanziaria dallo Stato e debole capacità di spesa.

Le criticità nell’applicazione della Legge 394 del 1991

Piani e regolamenti approvati troppo lentamente

Il principale strumento di governo del territorio è il Piano per il parco, che stabilisce zonizzazione, destinazioni d’uso, livelli di tutela, attività consentite e indirizzi di sviluppo. Accanto al piano dovrebbe operare il regolamento, destinato a disciplinare concretamente attività, autorizzazioni, divieti e deroghe.

Nella realtà, l’elaborazione di questi strumenti richiede il coordinamento fra ente parco, Regione, Ministero, comuni e altri soggetti pubblici. Le osservazioni, le valutazioni ambientali, i conflitti sulla zonizzazione e le modifiche richieste dagli enti territoriali possono prolungare il procedimento per anni. Durante questa fase il parco opera spesso sulla base di misure di salvaguardia provvisorie, con un quadro meno chiaro sia per i cittadini sia per le imprese.

Il ritardo non è soltanto burocratico. Un piano non aggiornato può non tenere conto di cambiamenti climatici, incendi, diffusione di specie invasive, evoluzione delle attività agricole, spopolamento dei territori montani, pressione turistica o nuove infrastrutture energetiche.

Organi incompleti e discontinuità amministrativa

La legge prevede presidente, consiglio direttivo, giunta esecutiva, comunità del parco e collegio dei revisori. Nella pratica, le procedure di nomina possono essere lunghe perché richiedono intese e designazioni tra amministrazione statale, Regioni ed enti locali.

Commissariamenti, proroghe e consigli incompleti indeboliscono la programmazione pluriennale. Un parco può ricevere finanziamenti per progetti complessi senza disporre, nello stesso momento, di una governance pienamente stabile o di una struttura tecnica proporzionata. La Corte dei conti ha più volte richiamato la necessità di assicurare il tempestivo rinnovo degli organi e una maggiore regolarità amministrativa.

Pochi dipendenti per compiti sempre più numerosi

Gli enti parco devono occuparsi contemporaneamente di biodiversità, incendi, fauna selvatica, sentieri, dissesto, educazione ambientale, turismo sostenibile, nullaosta edilizi, appalti, rendicontazione europea, contenzioso e comunicazione istituzionale.

A questi compiti si sono aggiunti i programmi climatici, i progetti europei, le misure del PNRR e gli obblighi di digitalizzazione e trasparenza. Il risultato è un crescente squilibrio tra risorse umane ordinarie e quantità di procedimenti.

La spending review ha aggravato il problema. Nel 2012 il sistema dei parchi denunciò due riduzioni successive del 10 per cento degli organici, aggiuntive rispetto a precedenti limitazioni. Il taglio del personale non coincide necessariamente con un risparmio effettivo: può produrre ritardi negli investimenti, ricorso a consulenze o lavoro interinale e difficoltà nell’utilizzare fondi già assegnati.

Tutela ambientale e consenso delle comunità locali

La legge attribuisce al parco poteri che possono incidere su edilizia, agricoltura, viabilità rurale, attività estrattive, impianti energetici e trasformazioni del paesaggio. Si crea così una tensione strutturale: la tutela è di interesse nazionale, mentre molti costi e limitazioni sono percepiti localmente.

Il problema emerge quando i residenti vedono il parco principalmente come un’autorità autorizzativa. Se non esistono incentivi, assistenza tecnica, servizi, manutenzione e opportunità economiche, il vincolo appare come un costo imposto dall’esterno.

La Legge 394 contiene strumenti di partecipazione e valorizzazione, ma questi funzionano soltanto quando l’ente parco è finanziariamente e amministrativamente in grado di trasformare la protezione in progetti concreti.

Gestire territori enormi divisi tra province e comuni

La gestione di un parco esteso su decine o centinaia di migliaia di ettari è particolarmente complessa quando il territorio ricade in più province e numerosi comuni.

Ogni comune possiede strumenti urbanistici, priorità infrastrutturali, capacità amministrative e interessi economici differenti. Le aree interne possono chiedere strade, servizi e sostegno all’agricoltura; i comuni turistici possono privilegiare accessibilità e promozione; i territori industriali possono avere problemi di bonifica; le amministrazioni costiere possono essere concentrate sulla pressione edilizia e sui flussi stagionali.

Il parco deve coordinarsi anche con Regioni, autorità di bacino, soprintendenze, corpi forestali, aziende sanitarie, consorzi di bonifica, gestori dell’acqua, protezione civile e soggetti responsabili dei siti della Rete Natura 2000.

Questa frammentazione genera almeno quattro difficoltà:

Disomogeneità delle regole. Due attività simili possono essere valutate diversamente perché ricadono in differenti zone del parco, comuni o piani paesaggistici.

Moltiplicazione dei procedimenti. Una singola opera può richiedere autorizzazioni comunali, paesaggistiche, idrogeologiche, ambientali e il nullaosta dell’ente parco.

Conflitti sulla rappresentanza. I comuni più grandi possono esercitare un peso politico maggiore, mentre quelli piccoli possono ospitare una quota elevata di territorio protetto senza disporre di strutture tecniche adeguate.

Costi operativi elevati. Sopralluoghi, monitoraggi, manutenzione e controllo richiedono personale, mezzi e sedi decentrate. Un ente con pochi dipendenti rischia di amministrare formalmente il territorio senza riuscire a presidiarlo materialmente.

La dimensione può però diventare un vantaggio quando consente di progettare su scala ecologica: corridoi faunistici, bacini idrografici, prevenzione degli incendi, reti di sentieri e strategie turistiche non possono essere efficacemente gestiti entro i soli confini comunali.

Cronostoria della riduzione e trasformazione dei finanziamenti

La Legge 394 individuò una pluralità di entrate, ma nella fase iniziale i parchi nazionali dipesero soprattutto dai trasferimenti statali. Le risorse servirono a istituire gli enti, formare gli organi, assumere personale e predisporre piani, sedi e strutture operative.

2001-2009: contenimento progressivo della spesa

Durante gli anni Duemila gli enti parco furono progressivamente assoggettati alle norme generali di contenimento della spesa pubblica. Vennero ridotte indennità, spese per gli organi, consulenze, missioni e altre voci amministrative. Dal 2005 e poi con le misure del 2010 furono introdotte ulteriori decurtazioni ai compensi degli organi.

2010-2011: il taglio più traumatico

La manovra del 2010 prevedeva una riduzione del 50 per cento degli stanziamenti destinati agli enti pubblici, con effetti anche sui parchi nazionali. Le stime diffuse all’epoca indicavano un passaggio da circa 54 milioni di euro nel 2010 a circa 30 milioni nel 2011, salvo successive integrazioni.

Dal 2011 il Ministero introdusse un nuovo sistema di finanziamento basato anzitutto sul riconoscimento delle spese obbligatorie. Questo criterio garantiva la copertura minima del funzionamento, ma rischiava di consolidare le differenze storiche tra enti e di lasciare poco spazio alla programmazione ordinaria.

2012-2018: spending review e compressione degli organici

Le misure di revisione della spesa colpirono dotazioni organiche, assunzioni e costi amministrativi. I parchi continuarono a ricevere contributi, ma con una capacità operativa ridotta. In questa fase si rafforzò la ricerca di finanziamenti europei e regionali, spesso vincolati a singoli progetti.

Il paradosso fu evidente: gli enti disponevano in alcuni casi di fondi per opere o programmi ambientali, ma non di personale sufficiente per progettare, appaltare, dirigere e rendicontare gli interventi.

2019-2022: ritorno degli investimenti vincolati

Con i programmi “Parchi per il clima”, gli interventi per biodiversità, sentieristica, infrastrutture verdi e successivamente il PNRR, il volume dei trasferimenti destinati a investimenti aumentò.

Non si trattò però di un pieno ripristino del finanziamento ordinario. Una parte consistente delle risorse era vincolata a specifiche finalità e non poteva essere liberamente utilizzata per assumere personale stabile, garantire manutenzione ordinaria o coprire le spese strutturali.

Nel 2021 Federparchi contestò inoltre la cancellazione di circa 80 milioni precedentemente previsti per le aree protette e sottolineò la quota molto limitata del PNRR direttamente destinata a biodiversità e parchi.

Dal 2023 a oggi: molti progetti, persistente fragilità strutturale

Il quadro recente mostra enti spesso dotati di avanzi e disponibilità liquide, ma caratterizzati da entrate proprie modeste e da una consistente massa di risorse vincolate.

Un avanzo elevato non significa necessariamente che il parco sia “ricco”. Può indicare che i trasferimenti sono stati incassati prima della realizzazione degli interventi, che gli appalti procedono lentamente o che mancano capacità amministrativa e personale.

Da dove provengono oggi le entrate dei parchi nazionali
L’articolo 16 della Legge 394 elenca le principali fonti finanziarie:
contributi ordinari e straordinari dello Stato;
contributi di Regioni e altri enti pubblici;
finanziamenti per progetti nazionali ed europei;
donazioni, lasciti ed erogazioni liberali;
redditi patrimoniali;
canoni di concessione;
diritti d’ingresso e corrispettivi per servizi;
attività commerciali e promozionali;
sanzioni amministrative;
quota del cinque per mille;
altri proventi collegati alle attività dell’ente.

Nella pratica, la maggior parte dei parchi resta fortemente dipendente dallo Stato. Nel 2021, in diciannove enti su ventitré, le entrate proprie erano inferiori al 10 per cento delle entrate correnti; in dieci enti non raggiungevano il 2 per cento. Fanno eccezione alcuni parchi con forti flussi turistici e servizi organizzati, come Cinque Terre e Vesuvio.

Le entrate autonome possono provenire da parcheggi, biglietti, visite guidate, concessioni del marchio, vendita di pubblicazioni e prodotti, servizi turistici, concessioni demaniali e sanzioni. Non tutti i territori, tuttavia, hanno le stesse possibilità: un parco isolano, montano o poco visitato non può essere finanziato soltanto dai biglietti.

Il caso Pantelleria: un bilancio finanziariamente positivo ma quasi interamente dipendente dallo Stato

Il Parco naturale dell’Isola di Pantelleria costituisce un caso particolare. Il territorio del parco coincide con un solo comune e non presenta la frammentazione amministrativa tipica dei grandi parchi appenninici. Restano però i costi dell’insularità, la difficoltà di reperire personale e fornitori, la vulnerabilità agli incendi e la necessità di conservare un paesaggio agricolo costruito attraverso terrazzamenti, muretti a secco e coltivazioni tradizionali.

I dati disponibili

L’ultimo quadro organico dettagliato della Corte dei conti riguarda l’esercizio 2021. Le entrate correnti furono pari a circa 1,76 milioni di euro: 1,696 milioni provenivano dallo Stato e circa 61.000 euro da altri enti pubblici. I trasferimenti statali rappresentavano quindi il 96,5 per cento delle entrate correnti. Il parco non registrava entrate proprie significative, come già nel 2019 e nel 2020.

Le entrate in conto capitale ammontavano a circa 4,38 milioni di euro, tutte provenienti dallo Stato e in gran parte collegate ai programmi climatici.

Le uscite correnti furono circa 876.000 euro, mentre quelle in conto capitale furono circa 3,58 milioni. Il risultato finanziario dell’esercizio fu positivo per circa 1,69 milioni di euro.

Alla fine del 2021 le disponibilità liquide superavano gli 11,1 milioni di euro, ma i contributi in conto capitale iscritti tra le passività ammontavano a circa 10,5 milioni ed erano vincolati a interventi specifici: programmi climatici, Cittadella del parco, sentieristica e recupero dei muretti a secco.

Il vero punto debole: la capacità operativa

Il bilancio non presentava un problema di insolvenza. Mostrava, al contrario, una buona disponibilità finanziaria e un risultato positivo. La fragilità riguardava la struttura amministrativa.

Nel 2021 il parco non disponeva di personale dipendente stabile e utilizzava lavoro interinale. La Corte dei conti rilevò inoltre un’elevata massa di residui e invitò l’ente a effettuare una ricognizione più rigorosa dei crediti e dei debiti. Il rendiconto fu approvato in ritardo, comportamento già verificatosi in precedenti esercizi.

Il parco effettuò 105 affidamenti diretti per lavori, servizi e forniture, con un ricorso limitato al mercato elettronico. La Corte, pur riconoscendo le difficoltà dell’insularità, sollecitò un maggiore uso di procedure concorrenziali.

Bilancio complessivo

La situazione economico-finanziaria di Pantelleria può essere definita solida sul piano della liquidità, ma fragile sul piano strutturale.

I punti positivi sono la disponibilità di finanziamenti, il patrimonio in crescita, il risultato economico positivo e la capacità di attrarre progetti per clima, biodiversità, paesaggio agricolo e infrastrutture verdi.

I punti critici sono la quasi totale dipendenza dai trasferimenti statali, l’assenza o debolezza delle entrate autonome, la scarsità di personale stabile, i ritardi contabili e la difficoltà di trasformare rapidamente le risorse vincolate in interventi realizzati.

Per migliorare, Pantelleria dovrebbe consolidare l’organico tecnico, programmare la manutenzione pluriennale, sviluppare servizi a pagamento senza compromettere l’accessibilità pubblica e incrementare entrate legate al marchio, alla formazione, alle visite guidate e al turismo naturalistico.

Il Parco nazionale degli Iblei: è conveniente istituirlo?

Il progetto del Parco nazionale degli Iblei riguarda circa 146.735 ettari, distribuiti tra le aree di Siracusa, Ragusa e Catania e comprendenti 27 comuni. Sarebbe il secondo parco nazionale siciliano dopo Pantelleria e uno dei più estesi d’Italia.

I possibili vantaggi

Il primo vantaggio è la tutela unitaria del territorio. Gli Iblei costituiscono un sistema ecologico, idrogeologico, agricolo e paesaggistico che supera i confini comunali. Il parco potrebbe coordinare prevenzione degli incendi, gestione delle cave naturali, tutela delle sorgenti, controllo del dissesto e conservazione degli habitat.

Il secondo è l’accesso a finanziamenti statali ed europei. Un ente nazionale potrebbe intercettare risorse per biodiversità, clima, mobilità sostenibile, sentieristica, recupero dei centri rurali e promozione delle produzioni locali.

Il terzo è il marchio territoriale. Prodotti agricoli, formaggi, olio, carrube, vino, miele e servizi turistici potrebbero beneficiare di una certificazione collegata al parco. L’area potrebbe essere promossa come destinazione integrata insieme ai siti UNESCO, ai borghi barocchi e alle riserve già esistenti.

Il quarto è la capacità di contrastare consumo di suolo, abbandono, incendi e trasformazioni irreversibili. Il parco potrebbe anche rafforzare l’agricoltura estensiva e tradizionale riconoscendola come strumento di manutenzione del paesaggio.

I costi e i rischi

Il primo rischio è costruire un ente troppo grande e burocraticamente debole. Gestire 146.000 ettari, tre territori provinciali e 27 comuni richiede sedi decentrate, personale tecnico, sistemi informativi e risorse ordinarie considerevoli.

Il secondo riguarda l’agricoltura e l’allevamento. Organizzazioni agricole, cavatori, imprese e amministratori locali temono nuovi vincoli su recinzioni, strade rurali, fabbricati, cambi colturali, cave e ammodernamento aziendale. Nel 2026 una parte rilevante dell’opposizione territoriale ha chiesto alla Regione di rimettere in discussione la stessa istituzione del Parco.

Il terzo rischio è finanziario. I dati dei parchi esistenti dimostrano che le entrate proprie sono generalmente molto basse. Un parco così esteso non potrebbe sostenersi con biglietti, marchi o turismo; avrebbe bisogno di un contributo statale ordinario adeguato e stabile.

Conclusione: il parco conviene soltanto a precise condizioni

L’istituzione del Parco nazionale degli Iblei può risultare conveniente per il territorio e per la Sicilia, ma non automaticamente.

Il parco sarebbe vantaggioso qualora disponesse fin dall’inizio di un organico adeguato, finanziamento ordinario pluriennale, procedure semplificate per l’agricoltura tradizionale, assistenza tecnica alle imprese vocate all’innovazione e una governance realmente partecipata.

Sarebbe invece controproducente istituire un ente formalmente molto potente ma materialmente povero di personale, costretto a gestire migliaia di autorizzazioni e incapace di effettuare manutenzione, investimenti e promozione.

L’esperienza di Pantelleria mostra che anche un parco con conti positivi può restare vulnerabile quando dipende quasi interamente dallo Stato e non possiede una struttura amministrativa proporzionata ai finanziamenti ricevuti. Negli Iblei questa contraddizione sarebbe amplificata dalla vastità del territorio e dal numero degli enti locali coinvolti.

La vera scelta, quindi, non è semplicemente tra avere o non avere il parco. Il parco deve essere concepito come apparato capace di funzionare come istituzione economica, ambientale e territoriale. Soltanto in questo modo il Parco degli Iblei potrebbe diventare una delle maggiori infrastrutture verdi del Mediterraneo e un laboratorio per uno sviluppo siciliano fondato sulla qualità del paesaggio, sull’agricoltura e sulla conservazione del capitale naturale.

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