Parco Naturale degli Iblei: proteggere il territorio senza trasformarlo in un museo

Dopo quasi vent’anni di attesa, il progetto del Parco naturale nazionale della Sicilia sud-orientale entra nella fase decisiva. Tra tutela della biodiversità, agricoltura, turismo e timore di nuovi vincoli, la vera sfida non riguarda soltanto la nascita dell’area protetta, ma il modello di sviluppo che gli Iblei vogliono costruire per i prossimi decenni.

di Vincenzo Sottosanti

pubblicazione 14 agosto 2026

Dall’alto, gli Iblei non assomigliano alla montagna siciliana come normalmente la immaginiamo. Non ci sono grandi vette. C’è piuttosto un altopiano lentamente inciso dall’acqua, modellato da grandi canyon, le “cave” iblee, fitta vegetazione mediterranea, torrenti, boschi, pareti calcaree e antichi insediamenti umani. Pantalica, la Valle dell’Anapo, Cavagrande del Cassibile, Monte Lauro, i boschi di Buccheri, le campagne di Palazzolo Acreide, Ferla, Sortino, Giarratana, Monterosso Almo, Ragusa e Modica appartengono a un unico sistema territoriale nel quale natura e presenza umana si sono sovrapposte per millenni.

È proprio questa complessità a spiegare perché il progetto del Parco Naturale Nazionale degli Iblei abbia suscitato contemporaneamente speranze e timori.

Il perimetro elaborato nel lungo procedimento amministrativo riguarda circa 146.735 ettari distribuiti in 27 comuni delle attuali province di Siracusa, Ragusa e Catania. Si tratterebbe quindi di un’area protetta di dimensioni eccezionali nel panorama italiano.

Il Parco naturale nazionale degli Iblei: una storia cominciata quasi vent’anni fa

La sua istituzione è stata prevista da una Legge nazionale del 2007. La norma individua quattro nuovi parchi nazionali siciliani: Egadi e litorale trapanese, Eolie, Pantelleria e Iblei. Per la concreta istituzione è previsto un decreto del Presidente della Repubblica, su proposta del Ministero dell’Ambiente, d’intesa con la Regione e sentiti gli enti locali interessati.

La Regione Siciliana contestò quella norma davanti alla Corte costituzionale, sostenendo anche le proprie prerogative derivanti dallo Statuto speciale. Nel 2009 la Consulta respinse le principali censure, riconoscendo allo Stato la competenza sulla tutela dell’ambiente e sull’istituzione dei parchi di rilevanza nazionale, pur confermando la necessità della collaborazione con la Regione nella fase attuativa.

Da allora sono trascorsi anni di proposte, osservazioni, perimetrazioni, tavoli tecnici e confronti con ISPRA e con gli enti territoriali. Nel febbraio 2024 il Ministero aveva trasmesso alla Regione la bozza del decreto istitutivo con la relativa disciplina. Poi un nuovo stallo.

La svolta è arrivata il 9 giugno 2026, quando il TAR Sicilia, sezione di Catania ha ordinato all’Amministrazione regionale di concludere il procedimento entro 180 giorni, prevedendo l’intervento di un commissario ad acta in caso di ulteriore inerzia.

La questione, ad oggi, non è chiusa. Ed è probabilmente qui che si trova il cuore del problema.

Non più soltanto: Parco sì o Parco no?

Ma: quale Parco?

Le ragioni del sì: mettere a sistema un patrimonio frammentato

La prima ragione a favore del Parco è ambientale.

Negli Iblei esistono già riserve naturali, siti della Rete Natura 2000, vincoli paesaggistici e altre forme di tutela. Il Parco nazionale, tuttavia, avrebbe una funzione differente: potrebbe mettere in relazione ambienti oggi amministrativamente frammentati attraverso una pianificazione territoriale unitaria.

Un canyon non termina dove passa il confine di un comune. Una popolazione animale non riconosce i limiti di una riserva. La logica del Parco è guardare all’ecosistema come a un sistema.

In prospettiva, ciò potrebbe risultare particolarmente importante di fronte ai cambiamenti climatici, agli incendi, alla frammentazione degli habitat e alla pressione antropica. Il beneficio ambientale potenziale è enorme, ma dipende dalla gestione.

Il grande vantaggio economico: trasformare il paesaggio in valore

Il secondo argomento dei favorevoli riguarda l’economia.

Un Parco nazionale porta con sé un marchio territoriale immediatamente riconoscibile.

“Parco Nazionale degli Iblei” potrebbe diventare una denominazione territoriale capace di tenere insieme Pantalica, Palazzolo Acreide, le cave iblee, i boschi, l’archeologia rupestre, le masserie, i muri a secco, i formaggi, l’olio, il vino, l’allevamento, i sentieri e i piccoli centri dell’interno.

Non significa automaticamente più turisti. Significa disporre di un contenitore attraverso il quale costruire un’offerta turistica oggi frammentata.

L’agricoltura: il punto più delicato

Il paesaggio ibleo non è un territorio selvaggio nel quale l’uomo è arrivato recentemente. È un paesaggio agricolo storico.

Campi, pascoli, masserie, muri a secco, allevamenti e coltivazioni costituiscono una parte integrante della sua identità.

Per questo uno degli errori più pericolosi sarebbe costruire il futuro Parco contrapponendo ambiente e agricoltura.

Eppure è proprio dal settore agricolo e zootecnico che provengono alcune delle maggiori preoccupazioni: procedure autorizzative più lunghe, limitazioni agli interventi sui fabbricati rurali, difficoltà nell’ammodernamento delle aziende, restrizioni territoriali e aumento della burocrazia. Queste criticità sono state sollevate anche negli incontri tra amministratori locali, rappresentanze imprenditoriali e associazioni ambientali promossi dai Liberi Consorzi Comunali di Ragusa, Siracusa e Catania.

Non sono timori da liquidare come semplice ostilità alla tutela ambientale.

Lo stesso studio sugli parchi italiani citato prima rileva infatti, accanto agli effetti positivi sull’occupazione e sul turismo, un effetto negativo sul numero delle aziende agricole, pur con differenze rilevanti tra le diverse aree geografiche. Il problema è quindi concreto.

Ma esiste anche l’altra faccia della medaglia.

Un Parco potrebbe rendere economicamente più conveniente proprio quell’agricoltura che conserva il paesaggio: allevamento estensivo, agricoltura biologica, recupero delle varietà locali, manutenzione dei muri a secco, gestione dei pascoli, recupero delle masserie, filiere corte e produzioni certificate.

La sfida sarebbe trasformare il vincolo in vantaggio competitivo.

Le ragioni del no: il rischio di aggiungere burocrazia alla burocrazia

Ed eccoci all’argomento probabilmente più forte degli oppositori.

Gli Iblei sono già sottoposti a numerose normative urbanistiche, paesaggistiche, ambientali e archeologiche. Introdurre un ulteriore livello decisionale potrebbe significare autorizzazioni più complesse e tempi più lunghi.

La legge quadro sulle aree protette affida infatti al regolamento e al Piano del Parco la disciplina delle attività consentite e delle forme di tutela. Il Parco non equivale quindi a un divieto generalizzato di qualsiasi attività umana, ma introduce inevitabilmente un ulteriore sistema di pianificazione e controllo. Questa differenza è fondamentale.

Non tutto il territorio avrebbe necessariamente lo stesso regime di protezione. Ma, soprattutto nei primi anni, l’incertezza normativa potrebbe generare conflitti: quali opere saranno consentite? Dove? Con quali autorizzazioni? Con quali tempi? Per un’impresa anche sei mesi di ritardi burocratici possono fare la differenza.

Per questo la qualità futura del Parco si misurerà anche sulla capacità di offrire regole semplici, tempi certi e sportelli tecnici capaci di accompagnare cittadini e imprese.

Il nodo della caccia e della fauna selvatica

Un’altra questione particolarmente controversa riguarda l’attività venatoria.

Nei parchi nazionali la caccia è soggetta a forti limitazioni e questo ha alimentato una parte significativa dell’opposizione locale. Nel dibattito seguito alla Sentenza del TAR di Catania è stato sollevato anche il problema della gestione dei cinghiali e della necessità di evitare che l’interruzione dell’attività venatoria produca un ulteriore aumento delle popolazioni nelle aree agricole e prossime ai centri abitati.

Anche qui il problema non può essere ridotto allo scontro “ambientalisti contro cacciatori”.

La gestione della fauna richiede censimenti scientifici, controllo delle popolazioni, prevenzione dei danni agricoli e interventi selettivi quando necessari. Il futuro Ente Parco dovrà quindi dimostrare di essere capace di gestire attivamente gli ecosistemi, non semplicemente di vietare.

Il rischio più grande: il “Parco di carta”

Esiste infine un pericolo meno visibile ma forse più serio di tutti.

Istituire il Parco e poi non dotarlo delle risorse necessarie.

Per gli Iblei questo rischio sarebbe particolarmente grave a causa dell’enorme estensione e della presenza di 27 comuni.

Un Ente Parco sottodimensionato potrebbe produrre l’esatto contrario di ciò che promette: più autorizzazioni, tempi più lunghi, scarsa manutenzione e pochi investimenti.

Il risultato sarebbe un’area formalmente protetta ma incapace di trasformare la tutela in sviluppo.

Tra dieci anni: cosa potrebbe cambiare davvero

Gli effetti più interessanti del Parco non vanno cercati nel 2027 o nel 2028. Bisogna guardare al 2035-2045.

Se correttamente gestito, nel lungo periodo il Parco potrebbe produrre almeno quattro trasformazioni profonde.

La prima sarebbe ambientale. Una pianificazione unitaria potrebbe migliorare la connessione tra habitat, la conoscenza scientifica del territorio, la gestione degli incendi, dei corsi d’acqua, della fauna e delle aree forestali. Gli studi sui parchi italiani mostrano che alcuni effetti ambientali positivi possono aumentare con il passare degli anni.

La seconda sarebbe economica. L’interno ibleo potrebbe diventare una destinazione complementare alle grandi mete costiere e alle città barocche della Sicilia sud-orientale. Non turismo di massa concentrato in agosto, ma trekking, cicloturismo, turismo naturalistico, archeologico, rurale ed enogastronomico distribuito durante l’anno.

La terza trasformazione potrebbe riguardare l’agricoltura. Le aziende incapaci di adattarsi a standard ambientali più elevati potrebbero incontrare difficoltà; quelle capaci di trasformare sostenibilità e identità territoriale in qualità commerciale potrebbero invece beneficiare del marchio territoriale.

La quarta riguarda la demografia delle aree interne. Nessun Parco può fermare da solo lo spopolamento. Ma se la tutela producesse lavoro qualificato — guide, naturalisti, ricercatori, tecnici forestali, operatori turistici, restauratori, imprese agricole innovative, servizi culturali — potrebbe contribuire a rendere economicamente più interessante restare nei piccoli comuni iblei.

La vera domanda: cosa vogliono diventare gli Iblei?

Il confronto sul Parco Nazionale degli Iblei viene spesso raccontato come una battaglia tra due schieramenti.

Da una parte chi vuole proteggere la natura. Dall’altra chi vuole lavorare e produrre. È una rappresentazione troppo semplice. La questione è molto più profonda.

Gli Iblei devono decidere quale modello economico vogliono costruire nei prossimi trent’anni.

Un territorio può continuare a consumare paesaggio inseguendo attività scarsamente legate alla propria identità oppure può provare a trasformare ambiente, cultura, agricoltura e patrimonio storico in capitale territoriale.

Ma anche la conservazione può sbagliare. Può trasformarsi in burocrazia, immobilismo e decisioni imposte dall’alto.

Per questo il successo del futuro Parco non dovrebbe essere misurato soltanto attraverso gli ettari protetti. Dovrebbe essere misurato attraverso la qualità dell’acqua, la biodiversità, gli incendi evitati, i chilometri di sentieri mantenuti, il reddito delle aziende agricole, i giovani che trovano lavoro, le imprese turistiche nate, le masserie recuperate, i visitatori distribuiti durante l’anno e la capacità dei piccoli comuni di continuare a essere abitati.

Il Parco Nazionale degli Iblei non sarà automaticamente né una salvezza né una condanna. Sarà uno strumento.

Potrà diventare una delle più ambiziose operazioni di tutela e valorizzazione territoriale mai realizzate nella Sicilia sud-orientale oppure trasformarsi nell’ennesimo livello amministrativo sovrapposto a quelli esistenti.

La differenza la faranno la governance, la partecipazione delle comunità, la qualità della zonizzazione, le risorse economiche, la competenza tecnica e soprattutto la capacità di considerare agricoltori, allevatori e abitanti non come soggetti da tollerare all’interno del Parco, ma come parte integrante del paesaggio che il Parco vuole conservare.

Perché negli Iblei la natura senza l’uomo racconterebbe soltanto metà della storia.

E un Parco capace di dimenticare l’altra metà avrebbe già perso la sua sfida.

Il vero discrimine non è “Parco sì/Parco no”, bensì “Parco burocratico” contro “Parco come progetto di sviluppo territoriale”.

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