Sanità iblea, riconoscere le divisioni per cominciare a superarle
Negli Iblei, i muretti a secco raccontano una capacità antica: tenere insieme pietre diverse perché ciascuna contribuisca alla stabilità dell’insieme. È una lezione che la politica sanitaria di questa provincia dovrebbe recuperare. Ogni città difende il proprio ospedale, ogni comunità teme di perdere servizi. Intanto, chi ha bisogno di cure affronta difficoltà che attraversano tutti i confini comunali.
Dall’intervista a Peppe Cassì emerge un territorio incapace, finora, di costruire una risposta condivisa. Vittoria protesta, altre amministrazioni cercano accordi con l’ASP, Ragusa valuta il ricorso contro la programmazione sanitaria. Iniziative legittime che avrebbero maggiore forza se sostenute da obiettivi comuni.
A Cassì va riconosciuto il merito di ammettere questa debolezza: «Dobbiamo ancora riuscire a immaginare il territorio della nostra provincia come un unicum».
Dirlo pubblicamente significa esporsi alle critiche degli amministratori chiamati in causa, anche dei propri alleati. È un’assunzione di responsabilità che merita attenzione e massimo rispetto. Da sindaco del capoluogo e vicepresidente del Libero Consorzio con delega alla cooperazione tra enti, Cassì dispone però anche di una posizione dalla quale promuovere quel cambiamento.
La sua denuncia della marginalità rispetto alle decisioni regionali solleva una questione politica precisa: come ottenere per gli Iblei un’attenzione adeguata ai bisogni della popolazione? La risposta richiede richieste documentate, risorse definite e scadenze. Anche l’appartenenza ai partiti di governo acquista valore quando permette di trasformare le rivendicazioni in risultati.
La vicenda della Stroke Unit dimostra quanto sia necessario fondare il confronto sui fatti. Come chiarisce il fact-checking di LIMEN, la sentenza richiamata da Cassì impone l’attivazione del servizio a Ragusa, senza ordinare il trasferimento o la chiusura di quello di Vittoria. L’obbligo va rispettato; le scelte sull’organizzazione provinciale richiedono valutazioni ulteriori, che considerino anche la qualità dell’assistenza già costruita al Guzzardi.
La posizione geografica del capoluogo è rilevante, ma l’accessibilità dipende dalla viabilità, dai mezzi di soccorso e dai percorsi assistenziali. Per il paziente conta il tempo necessario a ricevere la cura appropriata. È questo il criterio sul quale misurare anche le rivendicazioni della propria città.
La proposta di ospedali con funzioni complementari merita quindi un confronto serio. Ogni riorganizzazione deve spiegare quale assistenza sarà garantita, dove e con quali collegamenti. Senza risposte concrete, il timore delle comunità di perdere servizi resta comprensibile. Definirlo semplicemente campanilismo rischia di nascondere problemi reali.
Sul personale occorre la stessa precisione. Cassì descrive la difficoltà di attrarre medici negli ospedali periferici; il fact-checking rileva che mancano confronti sufficienti a misurare lo svantaggio specifico di Ragusa. Conoscere gli esiti dei concorsi, le discipline scoperte e le ragioni delle rinunce permetterebbe di costruire incentivi adeguati, intervenendo sulle condizioni di lavoro e sulle prospettive professionali.
Anche il completamento del Giovanni Paolo II deve procedere insieme a un programma di assunzioni e servizi. Alla disponibilità dei finanziamenti per l’ampliamento devono accompagnarsi le risorse necessarie a far funzionare i reparti. È su questa continuità che si misura l’utilità sanitaria dell’investimento.
La fiducia richiede risultati verificabili. Gli oltre settecento incarichi professionali annunciati dall’ASP non equivalgono ad altrettante nuove assunzioni.
La domanda posta nell’intervista rimane decisiva: che cosa cambierà per i pazienti? Come misurare se risorse pubbliche pari a circa 800.000 euro sono state investite bene, o secondo la “tradizione” richiamata da Cassì? Il valore della riorganizzazione dovrà emergere dalle prestazioni effettivamente garantite e dai miglioramenti dell’assistenza, non da una generica speranza che si colmino i “gap”.
Un impegno comune dei dodici sindaci potrebbe partire proprio da qui: chiedere ad ASP e Regione un programma pubblico con responsabilità, risorse e scadenze. Le verifiche periodiche dovrebbero riguardare le attese, le carenze di organico e l’operatività dei servizi. In questo modo, i cittadini potrebbero distinguere gli annunci dai progressi e individuare chi deve rispondere dei ritardi.
Cassì richiama infine la correttezza dei contribuenti ragusani. È comprensibile che una comunità rispettosa dei propri doveri avverta profondamente l’ingiustizia di ricevere risposte insufficienti. Questa rivendicazione deve però comprendere tutti: il diritto alla salute appartiene anche a chi vive in un Comune meno efficiente o attraversa una condizione di povertà. La sanità pubblica trova la propria ragione nell’universalità delle cure.
Aver riconosciuto le divisioni è un passo importante. Adesso serve la disponibilità di ciascun amministratore a sostenere scelte utili all’intera provincia, anche quando il beneficio si realizza oltre il proprio confine.
Per chi aspetta una visita o assiste un familiare, la misura della politica resta questa: poter contare su cure adeguate, qualunque sia il campanile che si vede dalla finestra.


