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Sanità. Quando gli ospedali diventano bandiere della politica, chi difende il diritto alla salute?

Peppe Cassì interviene sulle fragilità dei servizi sanitari offerti ai cittadini del capoluogo ibleo, sulla frammentazione della politica provinciale e sul crescente isolamento del territorio ibleo rispetto ai centri decisionali regionali.

Vincenzo Sottosanti
Vincenzo Sottosanti

IN BREVE

Liste d’attesa, Pronto soccorso in affanno, carenza di medici e una provincia che si sente ai margini delle scelte regionali. Nell’intervista a LIMEN, il sindaco di Ragusa Peppe Cassì indica le fragilità della sanità iblea e chiama in causa la politica, invitandola a premiare merito e competenze. Affronta anche i campanilismi locali, la controversia sulla Stroke Unit, il completamento del Giovanni Paolo II e la Casa di Comunità esclusa dalla programmazione. La sua proposta: costruire una vera rete provinciale, superando la difesa di ogni singolo presidio.

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LIMEN – Guarda oltre la superficie

Tre articoli autonomi, una sola inchiesta.

L’INTERVISTA

Tempo di lettura · 7 min

Giuseppe “Peppe” Cassì, è nato a Catania nel 1963. È avvocato cassazionista ed ex cestista professionista. È stato eletto sindaco di Ragusa nel 2018 con una candidatura a prevalente impronta civica e riconfermato al primo turno nel 2023 con il 62,9% dei voti. Nel 2025 è transitato in Forza Italia, aderendo formalmente al partito. Nello stesso anno è stato eletto consigliere e nominato vicepresidente del Libero Consorzio Comunale di Ragusa presieduto dalla Sindaca di Comiso Maria Rita Annunziata Schembari di Fratelli d’Italia, con deleghe alla cooperazione tra enti, alla pianificazione strategica e alla programmazione europea.

Nel corso dell’intervista, Cassì tenta più volte di eludere le domande scomode spostando il confronto su terreni a lui più congeniali. Una tattica che sembra appartenere alla sua formazione di ex cestista: accelerare, occupare gli spazi lasciati liberi dall’avversario e imporre il ritmo della partita. Ma il confronto si complica quando, senza saperlo, ci si trova davanti un ex judoka, abituato a non contrastare frontalmente la spinta dell’avversario, bensì a sfruttarne la forza e l’inerzia per incrinarne l’equilibrio spingendolo a tentare la fuga verso spazi che, in realtà, non esistono.

Sindaco, cosa la preoccupa di più della situazione sanitaria a Ragusa?

La situazione sanitaria a Ragusa, come altrove, ci dice che il sistema sanitario nazionale non è più quel sistema di eccellenza capace di garantire cure gratuite anche di alto livello e di qualità. Nel tempo, purtroppo, questo aspetto si è andato affievolendo. Oggi, il sistema sanitario anche a Ragusa soffre, non c’è dubbio che soffra: liste d’attesa lunghe, Pronto soccorso che non riesce a smaltire le esigenze, o comunque a garantire quella velocità di intervento nei casi urgenti.

Come si sta muovendo la politica?

Con il Decreto Ministeriale n.77 in realtà si è inquadrata la questione. Quando si parla di telemedicina, di medicina di prossimità , di apertura di Case e di Ospedali di comunità, parliamo di strutture intermedie alternative rispetto a quelle tradizionali per gestire alcuni casi che potrebbero essere gestiti senza andare a ingolfare il Pronto soccorso. Se questa riforma riuscisse veramente a partire nella maniera giusta si risolverebbero tanti problemi.

E nel frattempo?

In questo momento non c’è dubbio che la sanità soffra. Non c’è dubbio che un Comune come Ragusa soffra perché anche quando vengono banditi dei concorsi purtroppo la nostra struttura non è appetibile come altre.

Cosa rende poco appetibile un territorio come quello ragusano?

Un giovane medico preferisce partecipare a un concorso dell’ospedale di Catania o di Palermo perché lì può seguire un percorso professionale anche all’interno di organizzazioni universitarie, può confrontarsi con dirigenti medici ed accademici di altissimo livello. Negli ospedali periferici questa opportunità non c’è, almeno è più diradata. In un contesto del genere, fare ricorso ai sistemi alternativi, alle strutture intermedie contemplate dal DM77 per le problematiche che non vanno necessariamente affrontate nella sede ospedaliera potrebbero risolvere molti dei problemi.

Ma il problema è che manca il personale…

Si, manca il personale, e questo è un problema. Io credo che una via di uscita, che pure abbiamo tentato, ma non è semplice, è prevedere incentivi nei concorsi pubblici. Il medico che scegliere un ospedale di provincia come Ragusa dovrebbe averne un vantaggio, sia professionale che logistico.

Non è semplice e non è facile neanche individuare quali possono essere gli strumenti in questo senso, però qualcosa del genere potrebbe determinare un’inversione di tendenza. Benché siano messi a bando i posti per i ruoli apicali, i concorsi registrano una mancanza di partecipazione.

Se alla fine si denunciano carenze a Ragusa, Vittoria, Comiso, Modica, Pozzallo, perché questa protesta non è riuscita ad avere una dimensione quantomeno provinciale?

Noi abbiamo tre ospedali nella nostra provincia, uno dei problemi che secondo me scontiamo è che tutti questi tre ospedali pretenderebbero, parlo della politica locale, che in ognuno di questi ci fosse una copertura integrale di tutti i reparti. Parliamo di ospedali che distano 15-20 chilometri uno dall’altro.

Secondo me, non ha senso che ci si sforzi nel garantire la copertura integrale di reparti in ognuno di questi ospedali. Occorre creare reparti di eccellenza suddividendoli nelle tre strutture.

Aggiungo, mi tocca dirlo da ragusano, essendo Ragusa geograficamente baricentrica rispetto a tutti i comuni della provincia, l’ospedale Giovanni Paolo II si trova in una posizione strategica. È un dato oggettivo! È raggiungibile molto facilmente da tutta la provincia!

Attualmente l’ospedale Giovanni Paolo II è incompleto, ma c’è già l’idea progettuale di completarlo. Il progetto prevede un raddoppio delle sue dimensioni. Su questo la Regione Siciliana può fare molto, la politica regionale può fare molto.

Su questo punto, cosa si aspetta dalla politica regionale?

Come si sta prestando attenzione ad altre strutture sanitarie in giro per la Sicilia, mi riferisco a Siracusa, a Palermo., il nostro ospedale, che è stato inaugurato pochi anni fa, deve essere completato. Io credo che si completerà perché il passaggio è inevitabile.

Si è stimato un costo di 80 milioni, ma ormai saranno arrivati a 100, perché purtroppo ogni mese, ogni anno, con l’aumento dei preziari regionali, delle materie prime, i costi aumentano inevitabilmente. Noi sappiamo che sono stati accantonati una quarantina di milioni, ma ci vogliono gli altri.

Quando questo ospedale avrà le dimensioni per cui è stato pensato, potrebbero formarsi dei reparti di eccellenza. Ci potrebbe essere un interesse crescente anche da parte del personale medico di venire a Ragusa.

A Vittoria Aiello scende in piazza in solitaria, a Pozzallo il sindaco avvia un confronto bilaterale con l’ASP, Ragusa annuncia un ricorso al TAR… Ma per raggiungere questo risultato, per riuscire ad ottenere risorse finanziarie così importanti per completare l’ospedale Giovanni Paolo II, non servirebbe un “fronte comune” dei sindaci della provincia? Che senso hanno tutte queste iniziative in ordine sparso che le cronache stanno registrando in questi giorni?

Dobbiamo ancora riuscire a immaginare il territorio della nostra provincia come un unicum, e non come comuni distinti che, quasi quasi, si fanno la guerra quando l’Azienda Sanitaria fa una scelta finalizzata ad ottimizzare i servizi. Mi riferisco a quando si decide di chiudere un reparto per rafforzarlo da un’altra parte.

Sto parlando di situazioni in cui ci troviamo davanti ad una decisione basata su valutazioni oggettive, non influenzate troppo dalla politica.

La politica deve fare un passo di lato, ma resta importante perché è previsto che faccia le nomine per la Sanità. Però quando si tratta di organizzazione sanitaria, di aspetti tecnici, gli esperti devono avere un’ultima parola, che sicuramente è più utile per l’interesse complessivo, rispetto a quello che può avere un sindaco. Se io da sindaco dico “facciamo tutto a Ragusa”, sbaglio!

Questo è il motivo per cui il sindaco Aiello a Vittoria non ha ricevuto solidarietà da altri sindaci quando ha protestato davanti l’ospedale Guzzardi?

Parliamo di Stroke unit. Parliamo di un reparto che è tempo-dipendente. Stiamo parlando di un reparto che ti permette di salvare la vita soltanto se arrivi in tempo. È fondamentale che il reparto si trovi nel luogo della provincia che è baricentrico, che è raggiungibile con lo stesso tempo da Pozzallo o da Acate.

C’è una sentenza del TAR, di qualche anno fa ormai, che stabilisce che la stroke unit deve essere fatta a Ragusa. Non lo dice il sindaco di Ragusa, lo dice una Sentenza. Da quando la Sentenza è passata in giudicato non abbiamo avuto nessun riscontro. Ma perché? Perché la Stroke unit in questo momento è a Vittoria! È un reparto importante con un dirigente di altissimo valore. L’idea di spostarlo a Ragusa fa letteralmente uscire di senno il sindaco di Vittoria, secondo me sbagliando. Non è una questione di Vittoria o Ragusa o Comiso, è una questione strategica, visto che ce n’è una sola in provincia.

Dal discorso che fa, deduco che non si opporrebbe al trasferimento di alcuni reparti attualmente a Ragusa…

Per me ragusano, non è un problema spostare un reparto non legato alla tempo-dipendenza a Vittoria. Ma se un’ambulanza parte da Pozzallo, il tragitto più breve è quello per Ragusa. Questo è lo spirito della motivazione pressa in considerazione dalla Sentenza.

L’amministrazione locale dovrebbe rafforzare il proprio presidio sanitario, trovare un equilibrio e una soluzione che può arrecare vantaggi a tutti.

Quindi, il problema principale è legato alla capacità di fare una programmazione. Il Comune ha annunciato che sta valutando di ricorrere al TAR proprio sulla nuova rete ospedaliera. Questo ricorso si farà? E se sì, perché?

Stiamo aspettando le risposte dal Ministero riguardo a delle proposte di modifica non ancora definite. Stiamo aspettando le novità.

Noi abbiamo fatto delle osservazioni tramite l’Assessorato regionale della salute che ha molto approfondito la materia, abbiamo fatto osservare che per l’ospedale ragusano è stata programmata una riduzione di posti letto non ragionevole.

Come bisogna procede per fare un salto di qualità nella sanità a livello provinciale?

Occorre rafforzare i presidi che stanno nascendo sulla base della nuova normativa. Nello stesso tempo occorre che gli utenti comprendano che non ogni problema si risolve andando al Pronto soccorso. Il Pronto soccorso deve essere utilizzato soltanto per le problematiche gravi.

Da dove si dovrebbe partire?

Dai medici di base, che hanno un ruolo fondamentale, con il loro aiuto. Bisogna comprende che possiamo risolvere molti dei nostri problemi, in maniera addirittura migliore, evitando di andare a ingolfare il Pronto soccorso. Questo è uno dei risultati che ci aspettiamo dalla riforma.

Come valuta l’attuale programmazione sanitaria regionale?

Noi stiamo subendo un vulnus incomprensibile perché nella programmazione regionale che è stata fatta non è stata prevista la Casa di Comunità a Ragusa, pur avendo Ragusa i requisiti di legge. La Casa di Comunità nasce in ogni municipio, in ogni comune o gruppo di comuni quando si arriva a 30-40 mila abitanti. Questo è il risultato di un calcolo tecnico sbagliato. Ragusa ha già un ospedale di Comunità, ma è una cosa diversa. La Casa di Comunità è un presidio immediato che risolve alcune problematiche.

Ma c’è una interlocuzione tra Comune ed ASP di Ragusa?

Si, c’è un’interlocuzione molto importante. Con l’ASP abbiamo avviato un confronto, con il Direttore Generale abbiamo sollevato questa questione. Lui stesso è assolutamente consapevole di questo e stiamo cercando di trovare un rimedio. Siamo già a buon punto. Proprio alcuni mesi fa, abbiamo dato in comodato d’uso all’Azienda ospedaliera una struttura che avevamo realizzato con fondi comunitari.

L’interesse dell’ASP è trasferire subito in questa struttura le attività a favore di soggetti affetti da autismo. Lo abbiamo fatto perché siamo consapevoli che questo è utile per i nostri concittadini. Nello stesso tempo, l’ASP si è impegnata a completare i lavori di ristrutturazione antisismica dell’ex sede di Piazza Igea con la prospettiva di destinare l’edificio a Casa di Comunità, una struttura che è prevista dal Decreto Ministeriale n.77 del 2022 e che Ragusa incredibilmente non ha perché è sfuggita nella programmazione.

Quindi, vi state portando avanti rispetto ad un provvedimento che la politica dovrà attuare?

Noi dobbiamo andare avanti rispetto alla programmazione che è stata fatta perché la Casa di Comunità è un passaggio fondamentale per la nostra Città. Noi abbiamo già subito un grave danno. Il mancato inserimento della Casa di Comunità nella programmazione sanitaria non ci ha permesso di utilizzare i fondi del PNNR. L’accordo con l’ASP in qualche modo rimedia, ed è finalizzato ad avere la garanzia dell’ASP e della Regione di dotare Ragusa di una Casa di Comunità.

In questi giorni l’ASP di Ragusa ha annunciato di aver investito circa 800.000 euro per attribuire 700 incarichi dirigenziali per migliorare la riorganizzazione del sistema sanitario provinciale. Da questa iniziativa, cosa si aspetta il Sindaco di Ragusa? Concretamente, cosa dovrebbe cambiare?

Come dicono anche tanti miei colleghi, tutto nasce da una buona programmazione e dalla volontà politica regionale di creare un equilibrio che, in questo momento, mi sembra non essere presente.

Lo dico da Sindaco della città capoluogo di una piccola provincia, questo equilibrio deve essere regionale. Deve riguardare anche questa parte del territorio.

Oggettivamente, è un dato di fatto, rispetto alla politica sanitaria regionale, siamo un po’ ai margini. Siamo ai margini anche per le infrastrutture, per le strade, l’autostrada… . La provincia di Ragusa si è sempre caratterizzata per la long distance dai centri di potere. Non si può negare.

Ma concretamente, cosa dovrebbe cambiare l’affidamento di 700 incarichi professionali per la riorganizzazione della sanità a livello provinciale? Come si potrà misurare il risultato dell’iniziativa?

Lo dico io, ma comprende quello che dice il sindaco di Vittoria e tutti gli altri sindaci della provincia, è che contribuisca a colmare questo gap organizzativo. La missione politica che abbiamo è quella di portare la nostra provincia all’attenzione regionale. Dobbiamo far capire che ci siamo anche noi. Tra l’altro, Ragusa è una provincia virtuosa, siamo una provincia che molto spesso viene portata a modello. Non c’è motivo oggi per cui debba questa provincia non avere la stessa attenzione che hanno altri territori.

Per raggiungere questo obiettivo occorre il sostegno dell’opinione pubblica. Il cittadino deve essere consapevole di cosa un sindaco può o non può fare nel campo della sanità…

E’ chiaro che ogni cosa che succede in città viene ricondotta al sindaco, al politico di prossimità. Il sindaco in qualche modo viene considerato l’intermediario tra la comunità e qualunque istituzione, anche quelle, come la sanità, rispetto alle quali il sindaco può far poco.

Noi sindaci siamo autorità sanitaria. Siamo la massima autorità sanitaria del territorio, ma i nostri poteri rispetto al tema della sanità sono molto limitati.

In pratica, cosa può fare il sindaco?

Il sindaco può certamente esercitare le proprie “pressioni” politiche – legittime ovviamente- manifestare le aspettative del proprio territorio ai livelli regionali cui compete di assumere decisioni importanti.

In questo momento, su cosa sta lavorando il Sindaco di Ragusa?

Oggi il sindaco di Ragusa, preme e lavora per far sì che prevalgano nelle scelte regionali sanitarie dei criteri assolutamente improntati all’efficienza, al merito, a quello che serve veramente. Purtroppo, ma non da ora e non dall’attuale Governo, abbiamo una “tradizione” che molto spesso orienta le logiche delle scelte politiche nell’ambito della sanità regionale. Siccome la politica regionale ha un’enorme influenza a livello territoriale, quello che si chiede è che in ogni caso non si perda mai di vista quello che è l’interesse della comunità.

Come si potrebbe interrompere la “tradizione” a cui fa riferimento?

Io credo che se si fa un sondaggio sulla sanità pubblica tra pazienti, infermieri, medici, familiari dei pazienti verrebbe fuori in maniera chiara una classifica meritocratica, emergerebbero quali sono i medici bravi, quali sono i dirigenti bravi.

Sto dicendo una cosa che non farà piacere ai politici. È un discorso che vale per la sanità, vale per la giustizia, vale per gli uffici comunali. Se oggi chiedo ai miei concittadini che hanno avuto l’esperienza di andare all’Ufficio Anagrafe o all’Ufficio Tributi, cosa ne pensate? Qual è il feedback che avete? Se poi chiedo agli stessi operatori di quegli stessi uffici, mi fate una classifica dei più bravi, dei più meritevoli? L’indagine mi restituirebbe sicuramente una classifica molto precisa.

Operando in questo modo, io avrei un’indicazione precisa su chi andare a premiare, facendogli ricoprire ruoli di responsabilità. Se io vado a premiare chi merita, arreco un beneficio a tutti i cittadini che si serviranno di quel servizio.

La politica regionale deve trovare un metodo che premi il merito, le capacità, la qualità professionale. Oggi non ci sono più scuse. Ormai, nel 2026, i metodi ci sono. La politica ha un ruolo fondamentale, ma è indispensabile che faccia un passo di lato. La scelta deve essere orientata in questo modo. Pazienza se quel medico ha un’idea politica diversa dalla mia!

In qualità di primo cittadino, quale appello rivolgerebbe ai vertici della politica regionale?

Le somme riscosse dall’Ufficio Tributi del Comune di Ragusa è oltre l’80%. I ragusani sono dei contribuenti virtuosi e non meritano tutto questo.

Per concludere, una domanda provocatoria. E se la Regione affidasse ai Comuni alcune funzioni della politica sanitaria?

Sì, se ci venisse affidata la gestione della sanità… dovremmo creare una struttura… un’esperienza che i Comuni virtuosi e con i conti in ordine potrebbero certamente portare avanti. Probabilmente condurrebbe a buoni risultati, a patto naturalmente che, insieme alle competenze sanitarie, vengano trasferite anche le risorse necessarie per gestirle.

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