di Vincenzo Sottosanti
pubblicato il 10 agosto 2026
A Ragusa Ibla quattro giorni dedicati al Ragusano DOP e ai formaggi iblei. Dietro la manifestazione organizzata dal Centro Commerciale Naturale Antica Ibla c’è una sfida più grande: trasformare una tradizione produttiva in valore economico, esperienza turistica e strumento di promozione del territorio.
Con il Parco naturale degli Iblei all’orizzonte e il Ragusano DOP in AFIDOP, la partita si gioca ora sulla capacità di fare sistema.
C’è un momento, quando si parla di formaggio, nel quale il prodotto smette di essere soltanto qualcosa da mangiare. È quando si comincia a chiedersi da dove venga il latte, dove siano gli animali, quali erbe abbiano mangiato, chi abbia lavorato quella cagliata e perché due formaggi dello stesso tipo, prodotti a pochi chilometri di distanza, possano avere un sapore diverso.
È proprio da queste domande che sembra partire We Cheese – Ragusano DOP e Formaggi Iblei, la manifestazione organizzata dal Centro Commerciale Naturale – CCN Antica Ibla andata in scena dal 23 al 26 luglio 2026.
La seconda edizione di We Cheese ha trasformato il quartiere barocco di Ibla in un grande spazio dedicato alla cultura casearia: mercatini dei produttori, percorsi didattici dedicati ai formaggi iblei, dimostrazioni di caseificazione dal vivo, attività di approfondimento e degustazioni.
Ma il significato di We Cheese è più ampio di quello di una manifestazione gastronomica.
Daniele La Rosa, presidente del CCN Antica Ibla, lo dice senza ambiguità: «We Cheese non è una sagra». L’obiettivo è fare in modo che Ragusano DOP e formaggi iblei vengano percepiti come simbolo del territorio, utilizzando l’evento anche per spiegare i prodotti e contribuire alla formazione dei ristoratori. Il formaggio, in questa prospettiva, è il punto di partenza di un racconto. E quel racconto conduce molto lontano dalla tavola.

La provincia dove il latte è economia
Per comprendere la portata di questa operazione bisogna uscire per un momento dalle strade di Ibla e guardare verso le campagne.
La filiera lattiero-casearia rappresenta uno dei punti di forza dell’economia ragusana. La presenza di centinaia di aziende e numerosi caseifici indica nella produzione di latte un elemento centrale dell’economia e dell’occupazione provinciale. Nel territorio ragusano vengono prodotti 52 milioni di litri di latte vaccino all’anno, pari al 25% dell’intera produzione della Sicilia.
Ma il peso economico della filiera non si misura soltanto attraverso i litri prodotti. Il suo valore sta nella capacità di trasformare una materia prima agricola in un prodotto riconoscibile, capace di generare reddito lungo una catena che comprende allevamento, produzione del latte, trasformazione, stagionatura, commercializzazione e ristorazione.
Ed è proprio qui che le parole del professore Giuseppe Licitra, ordinario di Zootecnica speciale all’Università di Catania, aiutano a leggere il futuro del comparto.
Secondo Licitra, la questione fondamentale non è chiedere ai piccoli produttori tradizionali di competere sul terreno della quantità con l’industria. Sarebbe una partita persa in partenza. I prodotti di nicchia hanno invece bisogno di canali propri e di un diverso modo di arrivare al consumatore.
Il punto di partenza è la conoscenza. Il consumatore deve poter distinguere.
Anche la Grande Distribuzione Organizzata, osserva Licitra, potrebbe riservare uno spazio ai prodotti tradizionali, esponendoli correttamente e accompagnandoli con informazioni capaci di spiegare differenze, caratteristiche e origine. Il consumatore, oggi abituato a sapori più morbidi e standardizzati, non ha l’occasione di confrontarsi con i gusti più intensi dei formaggi tradizionali.
La sfida, dunque, non è soltanto produrre. È insegnare a riconoscere il valore di ciò che si produce.

Il valore che nasce dal pascolo
C’è un altro elemento che per Giuseppe Licitra assume un significato particolare quando si parla di formaggi e di territorio ibleo. Le ricerche condotte dall’Università di Catania hanno dimostrato che le componenti aromatiche dei formaggi derivano più dai pascoli che dalla razza delle vacche.
È una considerazione apparentemente tecnica, ma in realtà contiene una possibile rivoluzione nel modo di raccontare il prodotto.
Se il pascolo contribuisce a determinare il carattere del formaggio, allora il paesaggio non è più soltanto ciò che il turista vede mentre attraversa gli Iblei. Entra dentro il formaggio.
Il prato, le essenze vegetali, il sistema di allevamento, il lavoro dell’allevatore diventano componenti di un’identità gastronomica.
Le ricerche scientifiche hanno permesso di comprendere l’unicità del prodotto del singolo casaro: un formaggio prodotto in un’azienda può essere diverso da quello realizzato pochi chilometri più in là, e queste differenze non devono necessariamente essere eliminate. Al contrario, possono essere riconosciute come parte dell’identità del prodotto. È esattamente il contrario della standardizzazione. Ed è anche una possibile chiave turistica.
Dal caseificio alla camera d’albergo
Il professore Giuseppe Licitra porta un esempio concreto. Nel territorio ibleo, spiega, alcuni massari hanno aperto le aziende ai visitatori. È un modello nel quale il produttore non vende soltanto la forma di formaggio, ma racconta l’origine del prodotto.
Licitra cita il caso di un’azienda a Donnafugata nella quale la vendita diretta ai visitatori arriva a essere sette volte superiore a quella realizzata attraverso i distributori. La ragione è che cresce il numero di persone interessate non soltanto al formaggio, ma a vedere dove vivono le vacche che producono il latte e a conoscere il luogo dal quale arriva ciò che stanno acquistando.
Qui il prodotto agricolo diventa esperienza. Ed è probabilmente questo il punto nel quale la filiera casearia incontra più naturalmente il turismo. Il visitatore non compra più soltanto un alimento. Compra una storia. Vede l’azienda. Conosce il produttore. Scopre gli animali. Comprende il rapporto fra pascolo e sapore.
Poi torna a Ibla e quella stessa esperienza può continuare in un ristorante, dove i formaggi iblei vengono proposti in un piatto.
La camera d’albergo, il ristorante, il caseificio e il paesaggio diventano così parti di una stessa destinazione.
Ibla ha imparato a fare rete
È la stessa logica che gli imprenditori di Ragusa Ibla hanno cercato di applicare al turismo.
Il Centro Commerciale Naturale Antica Ibla si sviluppa nell’area compresa fra i Giardini di Ibla e la Chiesa di Santa Maria delle Scale. Oggi raccoglie circa 90 imprese, ma il percorso è iniziato nel 2014, quando a riunirsi erano soltanto sette imprenditori.
La difficoltà iniziale era proprio quella di parlarsi.
Da una parte c’erano commercianti storici; dall’altra giovani che erano tornati a Ibla dopo gli studi universitari e che cominciavano a scommettere sulle potenzialità del territorio. «In 7 abbiamo ripreso le redini del vecchio consorzio», ricorda Daniele, «da li abbiamo iniziato a stimolare gli altri imprenditori ad unirci sotto la guida di Maria Guastella, un’artigiana esperta ed autentica!».
Nel tempo la rete è cresciuta. E con essa è maturata una convinzione: in una destinazione dominata dalle microimprese, il singolo operatore è debole, mentre il territorio organizzato può avere una forza molto maggiore.
La storia personale di Daniele La Rosa è indicativa. Già durante gli studi universitari di economia aveva deciso di tornare a Ibla e trasformare la casa della nonna in una struttura ricettiva. «Credevo nelle nostre origini, nelle potenzialità di questo territorio». Ricorda Daniele. «A determinare la mia scelta è stato comunque il mio carattere. Mi piacciono le sfide e non mi abbatto facilmente davanti alle difficoltà». Nel 2012 è partito come affittacamere; nel 2018 ha riposizionato l’attività come albergo diffuso. Il nuovo modello ha portato la tariffa media da 80-90 euro a circa 150 euro a notte e ha consentito di costruire una propria nicchia di mercato grazie agli accordi con altri imprenditori, così da accompagnare il cliente dal suo arrivo alla partenza. Non vendere una camera, dunque. Vendere Ibla.

Un turismo fatto di esperienze
È una filosofia che il CCN Antica Ibla ha cercato di rendere concreta da quando Daniele La Rosa ne è presidente.
Con risorse economiche e umane limitate, il CCN Antica Ibla ha aperto due punti “infotourist”, cofinanziati per il 35% dal Comune di Ragusa e per la restante parte con fondi propri. Ha inoltre promosso laboratori di ceramica e organizzato eventi come We Cheese.
Al CCN ha aderito anche l’associazione “Novum 1693, cantiere culturale” nata per garantire ai turisti la fruizione delle chiese di Ibla. «È una realtà che rappresenta un ruolo importantissimo nella vita comunitaria del quartiere barocco, e noi come CCN ovviamente li stiamo promuovendo», afferma Daniele La Rosa.
È il cosiddetto modello esperienziale.
E We Cheese ne rappresenta una declinazione particolarmente efficace perché un evento caseario può collegare la città alla campagna senza spostare il visitatore da Ibla.
Il formaggio arriva in piazza, ma porta con sé il racconto delle aziende, dei pascoli e dei casari. Il turista può assaggiare, ma anche imparare. Può acquistare, ma anche capire. E può essere indotto a compiere il passo successivo: andare a conoscere direttamente il luogo di produzione. We Cheese, in altre parole, porta nel centro storico un modello che può poi espandersi nel territorio.

La rete non basta se manca una strategia
La capacità degli imprenditori di organizzarsi dal basso convive però con una serie di difficoltà.
Daniele La Rosa ritiene che Ragusa non abbia ancora definito chiaramente «chi vuole essere come destinazione turistica». Nel 2019, il CCN Antica Ibla si fece promotore di un Piano Strategico Turistico della città e, attraverso il bilancio partecipato, riuscì a commissionarlo al destination manager Luca Caputo. La proposta era quella di una Ragusa «senza confini», capace di valorizzare in modo integrato gli elementi che caratterizzano la città.
Secondo La Rosa, tuttavia, il piano è rimasto inutilizzato e mancano professionisti capaci di tradurlo in azioni e comunicarlo agli operatori.
Nel frattempo il CCN Antica Ibla ha continuato a muoversi. Ma lo ha fatto, sottolinea La Rosa, con budget e risorse umane limitati, sostenendo direttamente gran parte delle iniziative. Secondo la sua descrizione, i progetti vengono finanziati per circa metà con risorse pubbliche e per il resto dagli imprenditori.
È una situazione che mette in evidenza una contraddizione: proprio le piccole imprese che hanno più bisogno di promozione sono quelle che dispongono di meno risorse per farla.
Il problema dell’accessibilità
C’è poi una questione che rischia di vanificare anche la migliore strategia di marketing: la mobilità.
La Rosa considera ancora grave l’assenza di collegamenti stabili tra Ragusa e l’aeroporto di Comiso.
Il problema è particolarmente rilevante se si immagina un turismo che non si limiti al barocco di Ibla ma si estenda verso aziende agricole, caseifici, sentieri e aree naturalistiche.
Non basta attirare il turista ad Ibla. Bisogna consentirgli di muoversi nel territorio.
Il Parco naturale degli Iblei: una nuova geografia del turismo
È in questo scenario che il futuro Parco naturale nazionale degli Iblei assume un’importanza particolare.
Dopo quasi vent’anni di attesa, nel giugno 2026 il TAR Sicilia, sezione di Catania, ha ordinato di adottare entro 180 giorni gli atti necessari alla nascita del parco. La sentenza ha rappresentato una svolta nel procedimento istitutivo, prevedendo anche un commissario ad acta -già individuato dal giudice- in caso di ulteriore inerzia della Regione Siciliana.
Al momento, dunque, è importante non confondere la svolta giudiziaria con la conclusione dell’iter: il parco è nella fase decisiva della sua istituzione. Ma la prospettiva è già sufficiente per interrogarsi su quale modello di sviluppo possa produrre.
Per Daniele La Rosa l’effetto turistico è evidente. Ma la sua osservazione più interessante riguarda la necessità di cambiare la narrazione di Ibla: non soltanto barocco, ristorazione e ospitalità, ma una città immersa nella natura, circondata da montagne e sentieri. L’area della diga di Santa Rosalia, nella sua visione, potrebbe diventare un luogo di sviluppo.
Il parco potrebbe dunque allargare la geografia turistica degli Iblei.
Oggi il visitatore arriva soprattutto per il patrimonio culturale e gastronomico.
Domani potrebbe arrivare anche per camminare, osservare il paesaggio, conoscere la biodiversità, visitare aziende agricole, scoprire masserie e allevamenti.
Questo avrebbe un effetto economico importante: aumentare non soltanto il numero dei visitatori, ma soprattutto le ragioni per fermarsi più a lungo.

Il parco come infrastruttura economica
C’è però un’altra dimensione, meno immediata e forse ancora più interessante.
Il Parco degli Iblei potrebbe diventare un’infrastruttura per valorizzare l’economia rurale.
A condizione, naturalmente, che tutela ambientale e attività produttive vengano considerate complementari.
Per una provincia nella quale il comparto lattiero-caseario comprende centinaia di aziende e copre una quota così importante del fabbisogno regionale, il paesaggio agricolo non è soltanto uno spazio da conservare: è anche uno spazio produttivo. Ed è qui che le osservazioni del Professore Giuseppe Licitra sul pascolo assumono una dimensione strategica.
Se una parte delle caratteristiche aromatiche del formaggio deriva dal pascolo, allora la qualità del prodotto è legata alla qualità del territorio. Proteggere e valorizzare il paesaggio significa quindi anche proteggere un elemento della qualità produttiva.
Il parco potrebbe favorire una narrazione nella quale biodiversità, pascoli, allevamento e formaggio non siano capitoli separati, ma componenti di uno stesso sistema.
Il risultato potrebbe essere la costruzione di itinerari rurali: visita al caseificio, osservazione degli animali, percorso nei pascoli, degustazione, acquisto diretto. Un modello che unisce turismo e agricoltura senza trasformare l’agricoltura in una scenografia.
Il rischio è fare del parco soltanto un marchio
La nascita di un parco, però, non produce automaticamente sviluppo.
Servono sentieri, manutenzione, servizi, guide, mobilità, segnaletica, punti informativi, attività ricettive e soprattutto una strategia capace di collegare l’area protetta con il resto della destinazione. Altrimenti il rischio è aggiungere semplicemente un nuovo marchio alla già lunga lista delle eccellenze iblee.
La questione è particolarmente importante perché la superficie interessata è vasta, coinvolge i territori di tre province -Ragusa, Siracusa e Catania- e decine di Comuni. La dimensione interprovinciale può essere una grande opportunità, ma rende ancora più necessario un coordinamento efficace.
Il parco naturale dovrebbe quindi essere pensato non come un’isola protetta separata dalle attività economiche, ma come un grande elemento connettivo. Un luogo capace di mettere in relazione natura, agricoltura, allevamento, cultura e turismo.
Il Ragusano DOP entra nella rete nazionale
È dentro questa discussione sul fare rete che assume particolare rilievo la presenza di Antonio Auricchio, presidente di AFIDOP, l’Associazione Formaggi Italiani DOP e IGP, a We Cheese.
Auricchio è arrivato a Ragusa Ibla il 24 luglio 2026 con un annuncio destinato ad andare oltre la manifestazione: il Consorzio di Tutela del Ragusano DOP ha scelto di entrare in AFIDOP, avviando il percorso di adesione all’associazione.
La notizia è importante soprattutto per ciò che rappresenta: il passaggio da una logica di promozione prevalentemente territoriale a una logica di rete nazionale delle DOP casearie.
Nell‘intervista rilasciata a LIMEN, Antonio Auricchio parte dalla dimensione più intima del mestiere. A 73 anni dice di emozionarsi ancora quando vede i casari trasformare il latte con le mani e definisce il formaggio un «prodotto del cuore».
Ma la dimensione sentimentale non gli impedisce di guardare alla questione in termini economici.
Per Auricchio, Ragusa è «la terra del formaggio per eccellenza». Il Ragusano DOP è importante perché porta con sé il territorio: dietro la forma ci sono allevamento, latte, trasformazione, stagionatura, commercializzazione, ristorazione e turismo gastronomico.
La DOP, in questa prospettiva, trasforma l’origine geografica in valore economico.
Il paradosso delle piccole DOP
Il problema è che proprio le produzioni più legate al territorio sono spesso quelle economicamente più fragili.
Le piccole imprese devono confrontarsi con grande distribuzione, logistica internazionale, requisiti sanitari, packaging, comunicazione e capacità di esportazione. Antonio Auricchio sostiene che la risposta non sia scegliere fra tradizione e modernità: si può essere tradizionali nella trasformazione e contemporaneamente moderni nelle fasi di confezionamento, sicurezza e commercializzazione.
È una lezione importante anche per il Ragusano DOP. Il prodotto non deve diventare industriale per essere competitivo. Deve invece riuscire a modernizzare ciò che sta intorno all’artigianalità senza cancellarla. E qui entra in gioco AFIDOP.
Il presidente di AFIDOP spiega che i piccoli consorzi possiedono grandi potenzialità commerciali anche all’estero, ma possono avere difficoltà a sostenere da soli le competenze necessarie per affrontare mercati complessi. L’esempio degli Stati Uniti è significativo: procedure e requisiti richiedono professionalità che una piccola realtà può faticare a mantenere autonomamente.
L’adesione del Consorzio Ragusano DOP ad AFIDOP va dunque letta come una scelta di condivisione di competenze, rappresentanza e promozione.
È la stessa filosofia che ha fatto crescere il CCN Antica Ibla. A Ibla, novanta imprese hanno capito che la destinazione è più forte se viene promossa insieme. Nel mondo delle DOP, il Ragusano prova ora a fare la stessa cosa.

We Cheese come laboratorio di una nuova destinazione
È forse questo il significato più interessante della manifestazione di Ibla. We Cheese non ha semplicemente portato i formaggi iblei in piazza.
Ha messo in relazione mondi diversi. I produttori con i ristoratori. I casari con i consumatori. La gastronomia con il turismo. La città con la campagna. La tradizione con la comunicazione contemporanea. E, con la presenza di Auricchio, la dimensione locale con quella nazionale.
Una filiera che può diventare itinerario
Immaginiamo allora un turista che arrivi a Ragusa.
Visita Ibla. Assaggia il Ragusano DOP, il Cosacavaddu, la provola iblea. Scopre che quel sapore è legato ai pascoli. Decide di visitare un’azienda. Conosce un allevatore. Vede gli animali. Assiste alla trasformazione del latte. Compra direttamente il prodotto. Il giorno successivo percorre un sentiero nauralistico degli Iblei. La sera torna a Ibla e al ristorante trova in carta un piatto costruito intorno allo stesso formaggio.
In questo percorso non c’è più una separazione netta fra turismo culturale, turismo naturalistico e turismo gastronomico. C’è una sola destinazione. Gli Iblei.
È questa la direzione nella quale potrebbero convergere CCN Antica Ibla, produttori, Consorzio del Ragusano DOP, operatori turistici e futuro Parco naturale degli Iblei
Il vero capitale è il territorio
La difficoltà è che per costruire questo modello occorre superare alcune debolezze strutturali.
La prima è la frammentazione delle imprese.
La seconda è la scarsità di risorse per la promozione.
La terza è la mancanza, denunciata dagli imprenditori di Ibla, di una strategia turistica pienamente attuata.
La quarta riguarda i collegamenti.
La quinta è la necessità di costruire una narrazione capace di mettere insieme città e campagna.
Ma c’è anche una risorsa che altri territori farebbero fatica a costruire da zero: l’autenticità.
Il professore Giuseppe Licitra racconta un sistema nel quale persino a pochi chilometri di distanza possono emergere differenze fra formaggi, legate anche ai pascoli e alla specificità del singolo casaro.
Daniele La Rosa racconta novanta imprese che, partendo da sette, hanno imparato a collaborare.
Antonio Auricchio, proprietario di una delle più note aziende casearie d’Europa, propone al Ragusano DOP di entrare nella rete nazionale ed internazionale dei formaggi tradizionali di qualità.
Il Parco degli Iblei può offrire un nuovo quadro territoriale nel quale natura e attività produttive dialoghino.
Sono quattro tasselli della stessa storia.
Dopo We Cheese, la partita continua
La manifestazione del 23-26 luglio può essere definita il laboratorio in cui i formaggi iblei hanno dimostrato di poter essere un attrattore, un punto di partenza per costruire una filiera dell’esperienza.
La sfida adesso è trasformare una somma di eccellenze in un sistema. Il territorio ibleo ha già molti dei pezzi necessari: una filiera lattiero-casearia forte, prodotti identitari, un patrimonio culturale riconosciuto, un paesaggio di grande valore, imprese che hanno imparato a fare rete e un Ragusano DOP che ora prova a rafforzare la propria presenza nel sistema nazionale delle DOP.
Quello che manca non è necessariamente un’altra eccellenza. Manca la capacità di farle parlare tra loro.
We Cheese ha provato a farlo attraverso il formaggio. Il futuro Parco degli Iblei potrebbe farlo attraverso il paesaggio. La rete degli imprenditori può farlo attraverso il turismo. AFIDOP può farlo attraverso il mercato nazionale e internazionale. E il Ragusano DOP può diventare il filo che unisce questi mondi. Non soltanto una “forma di formaggio”. Ma, davvero, una “forma di territorio”.
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