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Sanità ragusana, chi cura una provincia divisa?

Davanti all’ospedale di Modica, il M5S manifesta ma la città non c’è. Stefania Campo interpreta l’assenza e avanza due proposte: assegnare i medici secondo il fabbisogno dei territori e sostituire le ASP con due o tre macroaree. Per riunire la provincia attorno a una strategia comune sulla sanità, indica il prefetto di Ragusa.

Vincenzo Sottosanti
Vincenzo Sottosanti

IN BREVE

SANITÅ RAGUSANA

Quarta puntata

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Nelle precedenti interviste, abbiamo ripercorso la storia delle principali inchieste giudiziarie che hanno travolto la Sanità siciliana partendo dalla denuncia del sindaco di Vittoria Francesco Aiello, analizzato le attuali criticità della gestione sanitaria regionale con l’Onorevole Nello Dipasquale e ragionato con il sindaco di Ragusa Peppe Cassì delle problematiche del capoluogo ibleo.

Nella quarta puntata, l’inchiesta di LIMEN sposta l’analisi a livello provinciale attraverso un’intervista alla deputata regionale del Movimento 5 Stelle, Stefania Campo, politicamente attiva nel territorio ragusano.

Il 25 settembre 2026, davanti all’ospedale Maggiore Nino Baglieri di Modica, un piccolo gruppo di attivisti del M5S protesta per la sanità pubblica. Come già a Vittoria, i cittadini disertano la mobilitazione. Dentro, medici e infermieri continuano il loro lavoro.

L’Onorevole Stefania Campo interpreta l’assenza dei cittadini come rassegnazione collettiva. Nella sua analisi, la crisi della Sanità siciliana dipende anche dalla cattiva distribuzione del personale e dalle ingerenze politiche. Propone di assegnare i medici secondo il fabbisogno, attraverso graduatorie ispirate al sistema scolastico, e di sostituire le nove ASP siciliane con due o tre macroaree. Chiede manager selezionati per merito e autonomi dai condizionamenti partitici.

Per il territorio ragusano indica due priorità: finanziare il completamento del Giovanni Paolo II e adeguare gli organici alla popolazione effettivamente presente, considerando anche i lavoratori «invisibili» della fascia trasformata.

Per superare la frammentazione delle iniziative dei sindaci, Campo indica il prefetto di Ragusa come figura capace di convocare le diverse forze politiche e favorire una strategia comune. Un confronto da tradurre in impegni verificabili: personale nei reparti, servizi accessibili e tempi di cura più brevi.

Una sola inchiesta, tre livelli di lettura.

Visti i temi cruciali trattati, LIMEN offre differenti livelli di approfondimento. I lettori con meno tempo a disposizione potranno fermarsi alle sintesi e ai passaggi essenziali; chi desidera un’analisi esaustiva potrà invece esplorare l’intervista integrale alla Deputata regionale del M5S Stefania Campo, il fact-checking delle sue affermazioni e il punto di vista di LIMEN. Un approccio pensato per coinvolgere qualsiasi lettore, preservando al contempo la complessità indispensabile per comprendere lo stato attuale e le prospettive future della sanità locale.

Tre articoli autonomi, una sola inchiesta. Questa barra resta disponibile in ogni parte per passare direttamente da un capitolo all’altro.

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«Accettare che la sanità pubblica cada a pezzi alimenta un sistema deciso a tavolino dalla politica per definanziare sempre più il pubblico, portare avanti ruberie e avvantaggiare il privato»

Modica, 25 settembre 2026. Davanti all’ospedale Maggiore Nino Baglieri, i cittadini non arrivano. A protestare per la sanità pubblica è un piccolo gruppo di attivisti del Movimento 5 Stelle. La campagna si chiama «Sanità per Tutti», ma nel piazzale restano soprattutto i suoi promotori.

Dentro l’ospedale, medici e infermieri continuano a lavorare. La vita del presidio procede mentre fuori se ne denunciano le difficoltà. È un déjà vu di Vittoria: all’inizio di settembre, davanti al Guzzardi, anche il sindaco Francesco Aiello aveva protestato senza riuscire a coinvolgere la cittadinanza. Denunciava la carenza di medici al pronto soccorso e le lunghe attese per ricevere assistenza.

Chiedo all’Onorevole Campo perché le persone non scendano in piazza. «Perché c’è un sentimento di rassegnazione e spero che si trasformi in indignazione». La deputata interpreta quell’assenza come il segno di una progressiva accettazione del declino della sanità pubblica. Il piazzale di Modica mostra intanto quanto sia difficile raccogliere attorno alla stessa protesta chi quel disagio lo vive ogni giorno.

Il colloquio si sposta sulle corsie. «Anche il presidio di Modica è periferico. Anche questa è una struttura che non viene scelta dai medici», osserva Campo. Per chi abita questo territorio, l’ospedale è un servizio essenziale. Per un professionista che cerca formazione e possibilità di carriera, può essere una destinazione meno desiderabile rispetto ai grandi centri.

Il problema era emerso anche nelle precedenti tappe dell’inchiesta di LIMEN. Nello Dipasquale, deputato regionale del Partito Democratico ed ex sindaco di Ragusa, chiede risorse e condizioni di lavoro capaci di trattenere i medici negli ospedali di provincia. Peppe Cassì, sindaco di Ragusa, richiama la concorrenza dei poli universitari di Catania e Palermo, dove i giovani professionisti trovano maggiori opportunità di crescita. Entrambi pongono alla Regione il problema di rendere più attrattivi i presidi periferici.

Stefania Campo propone di intervenire anche sulle regole che distribuiscono il personale. «Il personale è la chiave dei principali disagi che stiamo vivendo ma il problema non è esattamente la mancanza. In realtà è mal distribuito e mal collocato». Nella sua impostazione, la copertura dei posti necessari deve orientare le assunzioni e limitare la concentrazione delle preferenze nelle sedi più richieste.

Per spiegarsi, la deputata torna al proprio mestiere. «Io sono insegnante». Il modello che vorrebbe applicare ai medici è quello delle graduatorie scolastiche: «Il primo in graduatoria sceglie la scuola e gli altri via via vanno scegliendo i posti che restano vacanti. Deve essere così anche per i medici». Gli ospedali meno attrattivi dovrebbero così entrare in un sistema di assegnazione costruito attorno al fabbisogno.

Nel suo esempio, la scelta del singolo rimane, ma segue l’ordine della graduatoria e riguarda i posti disponibili. Concorsi e graduatorie esistono già nella sanità pubblica. La novità della proposta sta soprattutto nel coordinamento del reclutamento e nell’assegnazione territoriale dei vincitori, perché anche le sedi meno richieste possano contare sul personale necessario.

Un sistema del genere richiederebbe regole compatibili con norme e contratti. E incontrerebbe un limite: un medico può rinunciare all’assunzione. Per convincerlo a restare servono anche turni sostenibili, strumenti adeguati e prospettive professionali. La proposta di Campo potrebbe quindi affiancare gli incentivi richiamati da Dipasquale e Cassì, collegando l’assegnazione del posto alle condizioni per esercitare bene la professione.

La stessa logica guida la seconda proposta del M5S: sostituire le nove Aziende sanitarie provinciali, le ASP, con due o tre macroaree. Campo vorrebbe una gestione capace di distribuire i professionisti su territori più ampi, evitando che ogni azienda cerchi personale per conto proprio e che gli ospedali periferici restino scoperti mentre i poli maggiori continuano ad attrarre medici.

La deputata lega l’accorpamento anche alla riduzione dei centri di nomina politica. Chiede selezioni meritocratiche per i manager e autonomia nella gestione. La riforma, però, dovrebbe garantire livelli minimi di personale nei diversi presidi: senza questa condizione, un’azienda più grande potrebbe concentrare ulteriormente le risorse nei centri principali. Il risultato andrebbe misurato nella capacità degli ospedali periferici di assicurare le cure.

Quando parliamo di Vittoria, Campo porta il ragionamento oltre l’ospedale, nelle campagne della fascia trasformata. «Ci sono circa 5.000 persone che abitano nelle campagne che non sono censite, che fanno dei lavori ad alto rischio e quindi spesso vanno al pronto soccorso». È una stima della deputata, che LIMEN non ha potuto verificare. Li chiama gli «invisibili» e chiede di conoscerne meglio i bisogni per adeguare servizi e organici alla popolazione effettivamente presente.

L’esperienza di EMERGENCY documenta le difficoltà di accesso alle cure dei braccianti: a Marina di Acate offre supporto psicologico gratuito, a Vittoria collabora con l’ASP per l’orientamento sanitario e la mediazione linguistico-culturale. Sono interventi che aiutano le persone a raggiungere il servizio pubblico. La legge assicura le cure urgenti o comunque essenziali anche agli stranieri non in regola con il soggiorno.

Per Campo, la programmazione deve tenere conto anche di questa domanda. Raggiungere prima i lavoratori, rendere accessibili gli ambulatori e garantire continuità nell’assistenza potrebbe ridurre gli accessi evitabili al pronto soccorso, a beneficio di tutti i pazienti.

Quattro punti di vista diversi permettono così di mettere a fuoco una possibile risposta comune. Aiello parte dall’emergenza quotidiana di servizi con personale insufficiente. Dipasquale chiede risorse e una strategia regionale per trattenere i professionisti. Cassì propone ospedali complementari, capaci di funzionare come una rete provinciale. Campo aggiunge una distribuzione programmata dei medici e una migliore conoscenza dei bisogni del territorio. Sono contributi che potrebbero concorrere allo stesso progetto.

Sul piano politico, però, le iniziative restano separate. Vittoria sceglie la protesta; Ragusa sostiene le proprie rivendicazioni anche attraverso la via giudiziaria; Modica privilegia il dialogo istituzionale, come ha già anticipato a LIMEN la Sindaca Maria Monisteri Caschetto. I pazienti, intanto, si spostano da un comune all’altro per cercare assistenza. Le loro necessità richiedono un coordinamento che le amministrazioni faticano ancora a costruire.

Chiedo a Campo come si possa riunire questo fronte. La risposta indica il prefetto di Ragusa. «Quello che chiede lei sarebbe possibile se ci fosse un soggetto esterno: il prefetto. Il Prefetto potrebbe convocare tutte le forze politiche per spingerle verso una direzione unitaria». Nella sua proposta, una figura terza permetterebbe ai sindaci di confrontarsi senza dover aderire a un’iniziativa promossa da uno schieramento avversario.

«Il problema è così forte e così grande che si devono superare i confini dei partiti», aggiunge. Il prefetto potrebbe offrire la sede di questo confronto; ai sindaci e ai rappresentanti politici spetterebbe costruire richieste comuni da sostenere davanti all’ASP e alla Regione, assumendosi poi la responsabilità di seguirne l’attuazione.

Da quel tavolo dovrebbe uscire un programma riconoscibile nei servizi: quali posti coprire per primi, quali attività rafforzare negli ambulatori, come far collaborare gli ospedali e in quali tempi. Anche il completamento del Giovanni Paolo II di Ragusa dovrebbe rientrare nella strategia provinciale, con risorse e personale coerenti con le funzioni da attivare. Ogni impegno dovrebbe avere una scadenza e risultati consultabili dai cittadini.

Il vantaggio di un’azione comune sarebbe concreto. Servizi territoriali più accessibili potrebbero evitare viaggi e accessi impropri in ospedale. Organici adeguati renderebbero più sostenibili i turni e più tempestiva l’assistenza. Una rete provinciale consentirebbe ai pazienti di trovare percorsi di cura continui, anche quando devono rivolgersi a un presidio diverso da quello del proprio comune. I rappresentanti politici potrebbero sostenere le richieste del territorio con maggiore forza.

Davanti al Maggiore Nino Baglieri, il piccolo gruppo di attivisti del Movimento 5 Stelle continua a protestare mentre l’ospedale va avanti. Stefania Campo affida al Prefetto di Ragusa la possibilità di aprire un confronto che riunisca le diverse posizioni dei sindaci ragusani. La sua utilità dipenderebbe dalle decisioni che la politica saprà costruire insieme. Una visita ottenuta in tempo, un medico presente quando serve, la possibilità di curarsi senza pagare per abbreviare l’attesa darebbero alla comunità ragioni concrete per tornare a fidarsi. È su questi risultati che la rassegnazione dei cittadini potrebbe cominciare ad arretrare.

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